lunedì 21 maggio 2018

Einaudi e Mattarella



Mi pare che Mattarella si sia rimesso alquanto impropriamente allesempio che, a suo parere, Einaudi avrebbe inteso porre a precedente, per giunta con effetto vincolante sui suoi successori, riguardo al corretto intendimento dellart. 92 della Costituzione («Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri»). Intervenendo nel corso della cerimonia che celebrava linizio del settennato einaudiano al Quirinale, infatti, ha detto: «Cercando sempre leale sintonia con il Governo e con il Parlamento, Luigi Einaudi si servì in pieno delle prerogative attribuite al suo ufficio ogni volta che lo ritenne necessario. [1] Fu il caso illuminante del potere di nomina del Presidente del Consiglio dei ministri dopo le elezioni del 1953, nomina per la quale non ritenne di avvalersi delle indicazioni espresse dal principale gruppo parlamentare, quello della Democrazia Cristiana. Fu un passaggio di un esecutivo di pochi mesi, guidato dallex ministro del Tesoro, Giuseppe Pella, e che portò al chiarimento politico con la formazione della maggioranza tripartita che governò con Mario Scelba fino alla scadenza del settennato di Luigi Einaudi. [2] Tale è limportanza che attribuiva al tema della scelta dei ministri dal volerne fare oggetto di una nota verbale da lui letta il 12 gennaio 1954 nellincontro con i presidenti dei gruppi parlamentari della Democrazia Cristiana, Aldo Moro e Stanislao Ceschi, dopo le dimissioni del Governo Pella. E scrisse in quella nota: “Dovere del Presidente della Repubblica è evitare si pongano precedenti grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore, immuni da qualsiasi incrinatura, le facoltà che la Costituzione gli attribuisce”» (Dogliani, 12.5.2018).
I numeri che tra parentesi qui ho inserito nel testo stanno a titolo dei due problemi sollevati dallinterpretazione del 2° capo dellart. 92 della Costituzione in relazione al significato che si voglia attribuire a quel «nomina», che infatti, riguardo ai poteri del Presidente della Repubblica, può significare, in senso estensivo, «decide», «sceglie», «designa», mentre, in senso restrittivo, può assumere valenza esclusivamente formale, procedurale, rituale, di mera vidima. Qui non ci impancheremo a costituzionalisti nel tentativo di cogliere il più genuino senso che i redattori della Carta abbiano inteso dare a quel «nomina», limitandoci a contestare la lettura che Mattarella ha fatto degli avvenimenti descritti in [1] e della nota verbale di Einaudi così come offertaci in [2]. Si tratta in entrambi i casi di letture che ci paiono a dir poco assai forzate. Tanto forzate da farci sospettare che anche qui si sia voluto cadere nel malvezzo di piegare agli impellenti bisogni del momento la realtà di fatti ormai smarriti dalla memoria dei più. Dimostrazione ne è che allintervento del Capo dello Stato non è seguita alcuna critica. Sarà stato per il rispetto dovutogli, che tuttavia non può sopravanzare quello impone la realtà delle cose. Se il dotto studioso di Diritto costituzionale si fosse limitato a darci il suo pregiato parere su quel «nomina», staremmo qui con mento sul petto e col cappello in mano a ruminare i suoi argomenti, grati del lume offertoci sulla questione. Fatto sta che in questo caso ad argomento si è portato solo un precedente, per giunta interpretato in modo assai poco convincente.

Sul «caso illuminante del potere di nomina del Presidente del Consiglio dei ministri dopo le elezioni del 1953, nomina per la quale [Einaudi] non ritenne di avvalersi delle indicazioni espresse dal principale gruppo parlamentare, quello della Democrazia Cristiana», occorre rammentare quali fossero gli estremi del quadro politico allindomani delle elezioni del 1953. Da quelle elezioni la Dc uscì fortemente penalizzata (dal 48,5% del 18 aprile 1948, infatti, scese al 40,1%), e in favore del fronte delle destre (il Msi dal 2% al 5,8%, il Pnm di Lauro dal 2,8% al 6,9%). A questa sconfitta reagì cercando di spezzare quel fronte, tentando, da un lato, però invano, di mettere fuori legge il Msi e, dallaltro, con successo, di guadagnarsi la benevolenza di Lauro con sostanziose agevolazioni per la sua flotta, fino ad ottenere la scissione del Pnm, col conseguente suo indebolimento. Regista delle operazioni miranti a blandire i monarchici, in attesa di dividerli, fu lala conservatrice della Dc (De Gasperi, Scelba, Pella, Piccioni), che di lì a poco sarebbe stata liquidata da quella facente capo a Fanfani con la costruzione del caso Montesi.
Nellagosto del 1953 Einaudi non dà in prima battuta lincarico a Pella, ma a De Gasperi, che però non trova i numeri in Parlamento: il Pnm, che inizialmente aveva annunciato lastensione, gli nega il suo appoggio, alzandone il prezzo, che a Lauro sarà invece assicurato da Pella. Quando Einaudi, dunque, «non ritenne di avvalersi delle indicazioni espresse dal principale gruppo parlamentare, quello della Democrazia Cristiana», nel dare lincarico ad Alcide De Gasperi, non operò affatto una scelta arbitraria, limitandosi semplicemente a prendere atto che in Parlamento non ci fossero i numeri per la nascita di un Governo a sua guida.
Ma forse cè una ragione assai più banale per spiegare perché a Mattarella possa sembrare che lincarico a Pella fosse più saggio di un incarico a De Gasperi, con ciò illustrando esemplarmente la natura delle prerogative che il Quirinale avrebbe sulla formazione di un Governo: è che nella compagine governativa che a capo aveva Pella figurava anche suo padre, Bernardo Mattarella, assente in quella prospettata da De Gasperi. Nellaffrontare la questione posta in [2] vedremo la reale natura di quello che Mattarella definisce «chiarimento politico», ma già qui pare chiaro che in esso Einaudi non vebbe altra funzione che quella notarile: prendere atto che Lauro avrebbe dato appoggio a un Governo Pella, ma non a un Governo De Gasperi.
Non è corretto, poi, affermare, che la scelta di Einaudi sia stata saggia in funzione di una stabilità che sarebbe nei fini affidati alla funzione di chi siede al Quirinale: il Governo Pella durò solo cinque mesi, e vedremo che Einaudi non fu certo in grado di farlo durare di più.

Venendo al tema relativo alla nomina dei ministri e al potere di veto che il Presidente della Repubblica avrebbe su questo o quel nome nella lista sottopostagli da chi egli ha incaricato di formare un Governo, occorre dire che Mattarella stravolge i termini della questione posta con la nota verbale di Einaudi, della quale infatti cita solo una frase che in nulla chiarisce quali siano le «facoltà» che la Costituzione attribuisce al Capo dello Stato, dando però ad intendere che siano decisive nella composizione della compagine governativa. Il fatto è che, se questo è nei fatti (vedasi il caso di Previti, che Scalfaro spostò dalla Giustizia alla Difesa), non è certo la nota verbale di Einaudi a porsi come precedente: Mattarella avrebbe avuto buon diritto ad appellarsi ad una pratica ormai assunta come consuetudine, e con qualche sovrappiù di ipocrisia definita «moral suasion», ma sembra aver preferito trovarne una radice dove – vedremo – non ve ne traccia alcuna.
Il 12 gennaio 1954, data in cui Einaudi recita la sua nota verbale a Moro e Ceschi, il Governo Pella è già insediato da quattro mesi. Il Presidente del Consiglio annuncia un rimpasto di Governo per rinforzarne la tenuta a fronte delle richieste che vengono dagli alleati (Pli, Pnm) e tra i nomi nuovi che propone, allAgricoltura, vè Aldisio, un parlamentare siciliano che, guarda caso, è padrino di battesimo del Mattarella cui oggi sembra assai saggia la scelta di Einaudi di favorire il Pella che fece ministro il suo papà a fronte delle sordide manovre di Fanfani miranti a farlo cadere. Sta di fatto che alla corrente della Dc che sta prendere la guida del partito il rimpasto non piace e pone il suo veto, minacciando di far cadere il Governo. Pella capisce che ha i giorni contati, va da Einaudi ad annunciargli le sue dimissioni, ma questi, preso atto di quanto sta accadendo, gli propone di ripresentarsi alle Camere col rimpasto che ha approntato. Qui Pella rifiuta, ed Einaudi si rassegna.
Dove sarebbe illustrato, in questo caso, il potere di veto che la Costituzione assegnerebbe al Presidente della Repubblica sui nomi sottopostigli da chi egli ha incaricato di formare un Governo? In quella nota verbale vè piuttosto il senso più adeguato che può darsi a quel «nomina», ma a Mattarella deve essere sfuggito: «È ovvio […] che la persona ufficiata od incaricata della formazione del Consiglio dei Ministri senta tutti quei parlamentari che a lui parrà più opportuno; ne ascolti i consigli, i consensi, i rifiuti, apprezzile considerazioni che in merito gli sono esposte e ne tenga il conto migliore nell’adempimento dell’incarico ricevuto. Nessun limite può essere posto ai pareri, ai consensi, alle esclusive, ai rifiuti che, nelle more della formazione del Gabinetto, potranno venir fuori. Tutto sarà oggetto di meditazione da parte della persona incaricata; ed ogni voce, passando attraverso lui, confluirà a determinare le proposte che egli presenterà al Presidente della Repubblica; le quali proposte, passate attraverso quel crogiuolo, saranno, come vuole la Costituzione, diventate le sue proposte» (Luigi Einaudi, Lo scrittoio del Presidente, Giulio Einaudi Editore 1956 - pag. 33).
Qui va sottolineato che, nel testo, «sue» è in corsivo, a far chiaro che «nomina», almeno per Einaudi, vuol significare tutt’altro che «decide», «sceglie», «designa». Per Scalfaro, forse, sì. Per Einaudi, certamente, no.

martedì 30 maggio 2017

Pippe

Wikipedia gliene dà 35, ma Cerasa ha molti anni in meno, direi non più della metà a giudicare dalle tante pippe che si fa. Grosse occhiaie, ma poca fantasia, perché al ragazzo viene duro solo con laccoppiata Renzi-Berlusconi: possibile, probabile, immancabile, sicura, ci siamo quasi, ecco – e al culmine del climax, avendo un debole per i classici – «ifix, tchen tchen... ahhh!!!... sbozz!!!».
Si sa comè la pubertà, possiamo chiudere un occhio, via. È evidente, tuttavia, che la cosa può tornare dimbarazzo. Non tanto per Cerasa, che è giusto giunga ad una piena maturità sessuale nel modo che più gli aggrada, seguendo lindole: dimbarazzo, le sue pippe, possono tornare proprio a Renzi e a Berlusconi, che potranno pure avere una gran voglia di farsene una, e bella große, ma prima delle elezioni sono tenuti a mantenere un minimo di contegno e, dopo, a mostrarsi almeno un po ritrosi, quasi che a darci dentro, e di brutto, siano costretti, come a dire «non lo fo per piacer mio...». Un po dipocrisia piace tanto agli elettori del Partito Democratico e di Forza Italia, rende più eccitante scoprire dessere fatti della stessa pasta.
Be, non è difficile capire che le pippe di Cerasa facciano correre il rischio che l’incanto si guasti. Così, allincauto segaiolo è un maestro di buone maniere a dover dar consiglio.


lunedì 22 maggio 2017

[...]

Si riapre la discussione sulla legge elettorale, che ora, dopo tanto cincischiare, tutto tattico, parrebbe avere buone possibilità di trovare i numeri in Parlamento, grazie a unintesa tra Partito Democratico e Forza Italia sulla base del comune accordo di andare al voto subito dopo averne approvata una.
Sarà superfluo rammentare che quattordici anni fa lItalia sottoscrisse il Codice di buona condotta in materia elettorale approvato dal Consiglio d’Europa, che nelle Linee guida recita: «Gli elementi fondamentali del diritto elettorale, e in particolare del sistema elettorale propriamente detto, la composizione delle commissioni elettorali e la suddivisione delle circoscrizioni non devono poter essere modificati nell’anno che precede lelezione, o dovrebbero essere legittimati a livello costituzionale o ad un livello superiore a quello della legge ordinaria» (II, 2, b).
Superfluo, perché richiamare le istituzioni italiane al rispetto degli impegni presi in sede europea è inutile, sarà per questo che fin qui a nessuno è venuto in mente di sollevare la questione. A che serve, dunque, rammentarlo? È presto detto: serve a prendere in considerazione le possibili critiche al richiamo. Due sono quelle largamente prevedibili.

Cè chi dirà che alla scadenza naturale della legislatura, in primavera, non sarebbe comunque passato un anno dallapprovazione di una legge elettorale che comunque non potrà vedere luce prima di giugno: non si può mica rimandare il voto.
Certo, non si può, ci mancherebbe altro. È per questo che una legge elettorale sarebbe stato meglio approvarla prima. Di fatto, tuttavia, il succitato punto del Codice di buona condotta elettorale ha una ragion dessere, che trova spiegazione Rapporto esplicativo in allegato alle Linee guida: «La stabilità del diritto è un elemento importante per la credibilità di un processo elettorale, ed è essa stessa essenziale al consolidamento della democrazia. Infatti, se le norme cambiano spesso, lelettore può essere disorientato e non capirle, specialmente se presentano un carattere complesso» (63).
Ne consegue che, quanto più tempo passa dallapprovazione di una nuova legge elettorale al voto che per la prima volta la vedrà applicata, meglio è: meglio otto mesi che otto settimane per capirci qualcosa. Conterà ancora qualcosa, la libera formazione della volontà dellelettore? E come si può assicurargliela senza unadeguata informazione relativa allo strumento attraverso il quale la sua volontà sarà espressa?

La seconda critica raccoglie questa controbiezione, e in buona parte la supera, anche se con due possibili argomentazioni: (a) la materia elettorale è di ardua comprensione alla gran parte degli elettori: neanche otto anni basterebbero per spiegare la ratio di una legge elettorale a un terzo degli aventi diritti al voto; (b) la democrazia borghese è una truffa, pensare che unadeguata informazione sulla legge elettorale serva a rendere lelettore più libero e più responsabile significa di fatto rendere più sofisticata la truffa, non smascherarla.
Sebbene siano di segno opposto, le due argomentazioni hanno in comune un presupposto: le elezioni sono inutili, e in egual misura, sia a un popolo che (a') è inemendabilmente bue, sia a quello che (b') troverà risposta ai suoi bisogni solo con labbattimento dello stato borghese.
E qui mi arrendo. 

domenica 21 maggio 2017

Segnalibro

Vittima di una congiura



«Una grave patologia caratteriale del leader,
come un narcisismo patologico complicato da
aspetti paranoidi, potrebbe dimostrarsi disastrosa»

Otto Kernberg, 1998


Pure la paranoia, adesso, e proprio in ciò che ne è patognomonico: Matteo Renzi si sente vittima di un complotto e, giacché il suo narcisismo lo fa sentire istituzione («l’état, c’est moi»), dice che si tratta di eversione. Anche in questo segue le orme di Silvio Berlusconi, si dirà, e questo è vero, ma con ciò possiamo ritenere chiusa la questione? Non ci torna utile cercare di capire quali siano le precondizioni personali e di contesto che fanno da piano inclinato lungo il quale questi infelici rotolano nell’abisso, spesso trascinandosi dietro proprio quanti gli hanno dato peso e abbrivio?
Occorre essere onesti: ci mettono del loro, senza dubbio, ma è nello stesso essere leader che s’annida la potenziale regressione. Naturalmente si può dirlo meglio.


Quando queste pressioni vengono ad agire su un soggetto con un serio disturbo della personalità come quello narcisistico, si realizza un quadro che dovremmo saper riconoscere anche se a digiuno di psichiatria. Ridò la parola a chi lo descrive assai meglio di quanto potrei farlo io, invitando il lettore a leggerlo come un identikit.


Rimanda alla mente qualcuno in particolare? Forse potrà aiutare la descrizione dellhabitat relazionale in cui tizi del genere simbozzolano: costituisce il modulo-base attorno al quale viene a svilupparsi la costruzione paranoica.


Qual è il passaggio successivo nella costruzione paranoica del complotto? Per meglio dire: cosa è necessario accada perché questa abbia ragione di essere costruita? Potrà sembrare banale, ma è necessario accada che il leader si senta in pericolo. E il maggior pericolo è dato da una ferita al suo narcisismo: una sconfitta, un’umiliazione, una perdita di posizione, un’incrinatura nella convinzione di essere invulnerabile.
Nel caso di Matteo Renzi, dalla sconfitta del 4 dicembre al caso Consip, tutto ha concorso in tal senso. E ora eccolo a sentirsi vittima di una congiura: ottima fuga dalla realtà, ottimo riparo dalle responsabilità.

venerdì 19 maggio 2017

Gentismo vs populismo


Lopportunità di smentire quanto mi viene erroneamente attributo a pag. 240 di Italian Post-Neorealism Cinema di Luca Barattoni (Edinburgh University Press, 2012), e di spiegarne il perché, mi è offerta dall’intervista che Silvio Berlusconi ha concesso, la scorsa settimana, a Claudio Cerasa («Il mio manifesto antipopulista» – Il Foglio, 15.5.2017), con la quale in sostanza annuncia una seconda «discesa in campo», stavolta non contro i «comunisti», ma contro i «populisti».
La prima reazione a questo annuncio potrebbe essere a buon diritto di forte perplessità, se non di franco disorientamento: cos’è, il berlusconismo, se non un populismo? Con quale faccia tosta, dunque, si atteggia ad antipopulista, oggi, Berlusconi?
Ad una più serena considerazione, tuttavia, occorre considerare lo specifico del populismo che abbiamo visto all’opera dal 1994 al 2011: un populismo che aveva tutti i tratti del populismo (demagogia, velleitarismo, rapporto fusionale tra leader carismatico e base di consenso, una qual certa dose di avventurismo, ecc.), ma al quale Berlusconi aveva dato un carattere piccolo-borghese, levandogli quanto di socialistoide c’è sempre stato in ogni populismo.
Berlusconi, infatti, non si rivolgeva a cittadini affamati di egualitarismo, ma a contribuenti-consumatori-spettatori cui prometteva un modello di società nella quale le disparità tra individuo e individuo fossero da intendere come forme attive, insieme plastiche e dinamiche, della loro «libertà».
Finalmente liberata dai «lacci e lacciuoli» dello «statalismo» di stampo «cattocomunista» della Prima Repubblica (il lettore perdoni la profusione di virgolettati: ogni populismo ha il suo idioletto, quello di Berlusconi si limitava a una ridefinizione di termini comuni, non di rado ambigui, spesso consunti da un lungo uso), la società italiana sarebbe diventata un Paradiso, del tipo che Piccarda Donati spiega a Dante, stupito che la beatitudine abbia gerarchia per cerchi: tutti felici, nella promessa di Berlusconi, per essere ricolmi di benessere secondo le proprie diverse capacità, dando a capacità la doppia accezione di abilità e capienza (abbondanza di pietanze ai più agiati, abbondanza di avanzi al ceto medio, abbondanza di briciole ai più bisognosi).
Direi ci fosse il quid e il quantum per dare un termine adeguato a questo populismo, e l’insistente richiamo alla «gente» piuttosto che al «popolo» cosa suggeriva? «Gentismo» calzava come un guanto.

Non sono stato certo io a coniare il termine «gentismo»: esisteva già da parecchio tempo prima ch’io cominciassi a usarlo (la prima volta, in una lettera che Il Riformista di Antonio Polito mi pubblicò nel 2004; poi, su queste pagine, soprattutto tra il 2007 e il 2009), conscio che già esistesse, ma senza essere in grado di precisare donde venisse. Ancora oggi non saprei dire dove io l’abbia incontrato per la prima volta, visto che Google mi dà solo tre voci antecedenti al 2004 (lEnciclopedia delle scienze sociali della Treccani, dall’edizione del 1996 in poi, alla voce Populismoun corsivo di Michele Serra del 2002; un pamphlet di Davide Giacalone del 2003), dalle quali sono comunque sicuro di non averlo potuto attingere
Non sarebbe neanche necessario precisare di non aver coniato io il termine, perché Luca scrive che mi sarei limitato ad appiccicarlo come etichetta al «new post-democratic brand of populism» incarnato da Berlusconi, ma quell«appropriately» mi pare crei confusione conferendomi un merito che non potrei comunque vantare, visto che il «labeling» era già in tutte e tre le fonti sopra citate. Cosa può averlo tratto in inganno, sebbene io non abbia mai millantato questo merito, né su queste pagine, né altrove?
Posso solo avanzare un’ipotesi. Con lui, qualche anno prima della pubblicazione del suo peraltro splendido lavoro, ebbi uno scambio epistolare che non rammento più come ebbe inizio, ma che spaziò di lungo in largo, da Pasolini a Deleuze, da De Sica a Tangentopoli, da Monicelli a Bossi. Chiacchiere in libertà, e lì dentro sarà finito inevitabilmente quello che scrivevo su queste pagine: a Luca sarà parso che le mie riflessioni fossero particolarmente originali, e che la disinvoltura con la quale usavo un termine come «gentismo» facesse indizio di esserne altrettanto originale formula riassuntiva.
Mistero fitto, invece, su come Luca possa aver pensato io fossi un «journalist», perché non lo sono, né ho mai desiderato esserlo, né mai avrei potuto darlo da credere, tenuto conto della pessima considerazione in cui ho sempre tenuto il giornalismo e i giornalisti. Credo si tratti di un lavoro duro e mal pagato, che dia pochissime soddisfazioni e imponga regole alle quali non sarei assolutamente in grado di piegarmi. Più in generale, ritengo che la scrittura abbia molto in comune col sesso: farlo a pagamento, anche quando non si ha voglia, cercando di accontentare il cliente e di non fare incazzare il pappone, semmai fingendo pure lorgasmo, mi pare un incubo, e non faccio differenza tra escort di lusso e infima bagascia, perché ho avuto l’opportunità di conoscere professionisti del settore assai stimati dall’opinione pubblica, ma anch’essi non mi son parsi venir meno alla legge che il lettore vada ingannevolmente compiaciuto, secondo le sue voglie, fra le quali può ben esserci quella di essere maltrattato un poco. Direi che ogni giornalista sia un populista in sedicesimo. 

lunedì 15 maggio 2017

[...]

L’amministratore delegato di una banca che ha più di 40 milioni di clienti in 22 paesi può essere completamente a digiuno dell’abc della comunicazione? Ti chiedono di confermare o smentire quello che un giornalista dice di aver saputo da te, e come te ne esci? Con un «no comment». Evidentemente ignori quello che spiegano gli esperti del settore: quella risposta «can sound like you are responsible, like you are hiding facts, or withholding information. [...] may give the impression you really are in trouble or you might suddenly created trouble when none existed before [...] youve created a controversial answer right when youd probably prefer to avoid controversy» (Ian Taylor & Georges Olds, Never Say «No Comment»). O forse no, tutto questo lo sai. Vuoi confermare senza confermare. 

sabato 13 maggio 2017

«Né di destra, né di sinistra»


Con un orgoglio, che sotto la maschera di una innocente e vulnerabilissima modestia riesce a celare anche abbastanza bene tutta la sua smisurata tronfiaggine, sentiamo sempre più spesso rivendicare l’essere «né di destra, né di sinistra». È il caso, per esempio, dei grillini più in vista (Di Maio e Di Battista, soprattutto), oltre che dello stesso Grillo, che, col definire il M5S «né di destra, né di sinistra», pare siano convinti di aver trovato il più comodo espediente per poterlo spostare, con estrema rapidità, ora a destra, ora a sinistra, secondo come butta l’umore della platea della quale aspirano ad ottenere il consenso: «né di destra, né di sinistra», dunque, per poter essere oggi di destra, domani di sinistra, dopodomani ancora di destra, e così via.
Il dirsi «né di destra, né di sinistra», invece, raramente è della base militante grillina, tanto meno dell’elettorato che vota il M5S: l’una e l’altro, infatti, almeno per il residuale habitus etico-estetico che si trascinano dietro dal loro personale passato, sono in parte di destra, in parte di sinistra e in parte anche di quel centro incline a un qualunquismo placido, quando le vacche sono grasse, e anche parecchio esagitato, ma più urlereccio che manesco, quando le vacche sono magre.

Lantecedente storico più remoto di questo dirsi «né di destra, né di sinistra» è infatti proprio il qualunquismo di Giannini, ma occorre rammentare che prima del M5S fu la Lega di Bossi a farlo proprio, e con unenfasi daccento che, al pari di quanto è dato rilevare con Grillo e i suoi, tendeva a fare dellesser «né di destra, né di sinistra» una parodia del «metapolitico» (Bossi, 1992: «Non siamo né “di destra”, né “di sinistra”, ma “al di sopra”»), che ancora dà una stanca eco in certe odierne tirate di Salvini.
Ora e allora, un «né di destra, né di sinistra» che significa di una destra così ignorante da non sentire più bisogno neppure del più usato armamentario retorico della destra: una destra cui per unica fierezza basta il becerume.

Alla maschera della modestia, però, talvolta si sostituisce quella della responsabilità, sotto la quale si riesce a scorgere una tronfiaggine che si concede pure il lusso del sussiego, e che della formula «né di destra, né di sinistra» non fa una scelta, ma una necessità.
«Né di destra, né di sinistra» – si argomenta – sono i problemi. «Né di destra, né di sinistra», dunque, hanno necessariamente da essere le soluzioni, salvo intestardirsi a voler inscrivere gli uni e le altre in una costruzione ideologica, che alla coerenza, virtù dei fessi in un mondo che va così veloce, sacrifica lo starci coi piedi ben piantati sopra.
È il caso, questo, del Pd di Renzi, ma – attenzione – non dello stesso Renzi, che anzi insiste nel ribadire che sotto la sua guida il partito resta un partito di sinistra, a dispetto di tutto ciò che inoppugnabilmente prova l’esatto contrario. Così, nel mentre chi è salito sul carro di Renzi tre o quattro anni fa ancora si affatica inutilmente nel tentativo di convincerci che il Jobs Act sarebbe una riforma di sinistra, tra i renziani nativi fa capolino un fiero orgoglio di dichiararsi «né di destra, né di sinistra» che, con la grazia con la quale il vizio fa omaggio alla virtù, indugia in un’ultima reticenza.
E così parla uno dei «20 giovani portati da Renzi nella direzione del Pd» (Il Foglio, 11.5.2017): «La sinistra indicava socialdemocrazia, welfare, ridistribuzione del reddito, partecipazione del “popolo” al governo delle cose, sia in politica, sia nel lavoro. La parola sinistra aveva un forte contenuto politico, era una distinzione riconoscibile anche sul piano valoriale. Il concetto di sinistra si è ovviamente evoluto nel tempo, senza però perdere quei valori che la contraddistinguevano. Oggi il compito della sinistra è di ridefinire una politica di cambiamento. Le soluzioni non si collocano più a un preciso punto della scala che va da destra a sinistra. Urgente è il fare. Rivolgersi ai problemi. Riparare una buca è di destra o di sinistra?».
Il concetto di sinistra si è evoluto, questo è evidente. Tanto evoluto che oggi la soluzione di un problema sembra non abbia niente a che fare col modo in cui il problema è posto, sicché «politica di cambiamento» sta in realtà per «cambiamento di politica». Nel fare per fare, e nel farlo in fretta, cosa conta più un preciso punto della scala che va da destra a sinistra?

venerdì 12 maggio 2017

Ditemi, poi


Bisogna capirlo, il Gramellini, ha perso la mamma da bambino, ha riempito il vuoto col fantasma di un angelo, eppoi è Bilancia, quindi è inevitabile galleggi in una bolla di sentimentalismo impermeabile alla realtà, una di quelle bolle nelle quali entrano solo donne angelicabili, mica nessuna di quelle fameliche arpie che, oltre ad essere la schifezza della schifezza di mogli e la schifezza della schifezza di madri, son buone solo a fare shopping e depilazioni.
Dice: vabbè, però ha affrontato pure lui un divorzio, quindi è da elogiare se scrive quel che scrive allindomani di una sentenza della Cassazione che allenta un poco la garrota attorno al collo di un poveraccio costretto dalle leggi dello Stato a pagare il pizzo a vita a una tizia verso la quale lunico pensiero cui ti lega, e solo una volta al mese, è quello di sperare che un cancro prima o poi le divori il colon, e manco tanto per cattiveria, ché dopo tanti anni dalla separazione potrebbe perfino farti un po pena, ma per poter essere finalmente liberato dallimposta sulla cazzata fatta tanto tempo addietro.
Calma, calma, ché Gramellini ha affrontato, sì, un divorzio, ma la cosa deve averlo appena sfiorato. La moglie era la Rodotà – per intenderci, quella che in seconde nozze poi ha sposato la Mastrobuoni, chissà, forse generalizzando un po troppo – e a quei tempi la Rodotà era già più che indipendente sul piano economico, non è nemmeno escluso che il giudice abbia deciso che lei dovesse pagare gli alimenti al Gramellini, che a quei tempi, prima di imboccare il fortunato filone della posta del cuore, da giornalista si distingueva solo per l’aspetto da peluche uscito da una lavatrice, peraltro dopo un lavaggio dal programma sbagliato.
Volevo mandargli un «va a cagare» via Twitter, al Gramellini, ma tutto questo mi ha fatto chiudere un occhio. Ditemi, poi, se sono o no uno che, prima di partire in quarta, sa mettersi nei panni altrui, comprendere, chiudere un occhio, far finta di niente. 

martedì 9 maggio 2017

Troppo francese

Dopo aver donato al mondo mille e mille novità in campo artistico, un secolo fa venne il momento del fascismo, che nel Dizionario di politica edito a cura del Partito Nazionale Fascista nel 1940 (quattro volumi, 2.875 pagine, 1.079 voci) viene costantemente definito – giustappunto – «arte» («di governo»). Fu così che, ancora una volta, lItalia si confermò fucina di cose mai viste, laboratorio di invenzioni originalissime, che immancabilmente ci vengono invidiate, prima, e copiate, poi.
Così era accaduto con Brunelleschi, Leonardo, Raffaello, Michelangelo, e così accadde con Mussolini: la creazione ebbe immediato successo e, con gli aggiustamenti necessari per adattarla al gusto del pubblico cui era offerta, fu replicata in ogni dove. Spesso acquistava tratti che solo in apparenza la rendevano diversa, e anche molto diversa, dalloriginale, ma ad unattenta analisi era evidente, e sempre, linconfondibile cifra dellitalianità, quel nostro essere capaci di trasformar lo stucco in marmo, e il marmo in carne viva, di dare alla piatta superficie della tela la pressoché tangibile profondità di una prospettiva, di conferire alla posa immobile del gesto la sensibile essenza di un movimento. Raramente fummo superati e, quandanche sembrò fosse accaduto, fu chiaro che nel superarci qualcosa del genio era andato perduto, quasi che per andar oltre si fosse rotto lintrinseco equilibrio tra mezzo e fine, con lirrimediabile perdita di una conclusa armonia.
Il nazismo, per esempio. Agli occhi di Hitler, Mussolini era un genio insuperabile, e tuttavia cercò di superarlo. In un certo senso poté sembrare ci riuscisse pure. Ma cosa diventò, il fascismo, in Germania? Perse la calda esuberanza dello zotico teppista di Strapaese per acquistare lalgida brutalità dello sventrapapere seriale della Bassa Baviera: stessa differenza tra un Guarneri del Gesù e un Yamaha YVN50, via. Diciamolo con orgoglio: il quid italiano è inimitabile.
Perciò andiamoci piano col mettere sullo stesso piano Renzi e Macron: giovane età, ascesa fulminante, indubbio culo, cinico opportunismo, rottura dei paradigmi della vecchia politica – tutto quello che volete – ma il primo è bestia fatta, il secondo non ancora, e chissà se lo sarà mai. Troppo francese.

Una pagina di Avvenire

Un «dibattito» – prendo la definizione che ne dà il De Mauro – dovrebbe essere una «discussione di più persone nella quale le diverse opinioni vengono discusse e vagliate». Avvenire parte male fin dallocchiello, dunque, nel presentare come «dibattito» i tre interventi pubblicati a pag. 3 del numero in edicola martedì 9 maggio, perché questi non esprimono affatto «opinioni diverse»: Lucio Romano (Disposizioni o dichiarazioni: la differenza è di sostanza), Gian Luigi Gigli (Ridurre la portata negativa di una legge nata male) e Carmelo Leotta (Se un pm afferma che una vita vale meno) hanno un dichiarato idem sentire sulle tematiche relative al «fine vita» e a tutti e tre non vanno affatto bene le Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento approvate alla Camera lo scorso 20 aprile.
Più che un «dibattito», insomma, Avvenire manda in pagina un monologo a tre voci, e a tanto, già di per sé irritante, aggiunge il carico, francamente insopportabile, di dar conto delle possibili «opinioni diverse» unicamente attraverso l’infedele esposizione che ne fanno i tre prestigiosi avanzi di sagrestia chiamati a intervenire sul tema. Un modo molto disonesto di procedere, perché neppure il fatto di essere un organo di partito – cosaltro è, la Cei? – solleva Avvenire dall’obbligo di dare una corretta informazione ai suoi lettori. Ma veniamo al merito.

«Le disposizioni anticipate di trattamento – scrive Lucio Romano – si rappresentano come estensione nel tempo di un consenso informato anticipato [ma] solo ad una lettura generica […] possono essere assimilate al consenso informato, [che] è accettazione libera, cosciente, attuale, revocabile e consapevole del paziente a sottoporsi ad un atto medico, con una informazione preliminare, adeguata e specifica, circa benefici, rischi, complicanze correlate o prevedibili».
Bene, tutto questo verrebbe meno col concedere ad un individuo il diritto di decidere per tempo sul proprio «fine vita», perché «le “disposizioni” esprimono volontà vincolanti da seguire quando non più in grado di esprimersi». In più, «non sono assimilabili al consenso informato perché, seppur stabilite in libertà e consapevolezza, non potranno essere mai attuali perché redatte “ora per allora”; dovranno essere prevalentemente generiche non potendo definire lo specifico; non sono informate in quanto formulate prima dell’insorgere della patologia, senza conoscenza di circostanze e modalità; non potranno essere più revocabili in situazione di irrecuperabile incapacità di intendere e di volere».
La natura capziosa di questargomentazione si rivela al solo controbattere che in questione è quello che comunemente è detto «biotestamento», e cioè un testamento relativo alla vita, inteso come bene personale del quale è lecito disporre come meglio di creda. Superfluo rammentare che, al pari di ogni testamento, anche quello relativo al «fine vita» può avere revisioni senza limiti.
Accogliendo le obiezioni di Lucio Romano, non dovrebbe esserci permesso di far testamento su alcun bene di nostra proprietà. Non dovremmo forse ritenere valide le disposizioni di quanti hanno lasciato i loro averi alla Chiesa? Certo, hanno deciso in libertà e consapevolezza, ma il loro testamento fu redatto “ora per allora”, senza poter essere più revocabile in situazione di irrecuperabile incapacità di intendere e di volere. Dovremmo ritenere nulle, perché illegittime, quelle disposizioni? Lo Stato dovrebbe procedere alla confisca di tutti quei beni che nel corso dei secoli tanti privati cittadini hanno lasciato alla Chiesa?
La fin troppo prevedibile controbiezione a questa che in realtà – confesso – è una provocazione (voleva provocare proprio una controbiezione del genere) è la seguente: la vita non è un bene di cui si possa liberamente disporre. Bene, ma allora, prima di contestare la legittimità di quanto viene concesso al cittadino nelle Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento, si chieda al Parlamento di approvare una legge che sanzioni il tentato suicidio, anche quando non sia assistito. Per il suicida che riesca nel suo intento, infatti, sarà impossibile procedere (ci penserà Dio a ficcarlo nel girone dei violenti verso se stessi), ma a chi fallisce spetterebbe una pena, e severa. Vedete a cosa costringe, uno come Lucio Romano? A prenderlo sul serio, e con quanto ne consegue. 
E già accaduto, perché lho conosciuto personalmente. Era un assistente nel reparto di Ostetricia e Ginecologia dove io facevo il praticantato di specializzando, e un giorno mi chiese di procurargli qualche immagine ecografica di embrione alla sesta o settima settimana di gestazione, ne doveva ricavare delle diapositive per i sermoni pro-life che a quei tempi – parlo degli anni a cavallo dei Settanta e degli Ottanta del secolo scorso – teneva per conto di Carlo Casini, lallora presidente del Movimento per la vita. Quando gliene diedi una mezza dozzina, le guardò deluso: «Non si poteva far di meglio? Sembrano solo fagiolini». Gli risposi: «Quello sono, Lucio, tutto il resto spetta allimmaginazione».
Ma divagavo, torniamo alla pagina di Avvenire.

Il secondo intervento, a firma di Gian Luigi Gigli, che di Carlo Casini ha preso il posto, mira a reclutare forze per impedire che la legge approvata alla Camera superi il vaglio del Senato.
«È giunto il momento – scrive – di chiedersi se c’era davvero bisogno di una simile legge». [Invece di «c’era», forse, andava meglio «ci fosse», ma possiamo chiudere un occhio, perché Gigli non è un grillino.] La risposta? «Certamente no, se l’intenzione era di evitare situazioni di ostinazione terapeutica. La medicina ha superato ogni tentazione in tal senso e, se non fosse bastato, le esigenze di controllo della spesa sanitaria e l’intervento degli ordini dei medici avrebbero potuto dissuadere qualunque nostalgia di accanimento».
Un brivido di orrore ci corre lungo tutto il rachide: sono le esigenze di controllo della spesa sanitaria tra i motivi a dissuadere dallaccanimento? Ma poi: chi potrebbe averne nostalgia? Insomma: chi è il nostalgico dellaccanimento terapeutico che si piega dinanzi a basse ragioni di natura economica quando è in gioco la vita, peraltro inteso come bene indisponibile a chi ne è titolare? La sensazione è che sarebbe difficile poter avere una risposta, quindi procediamo.
Inutile, la legge, «se si voleva garantire la possibilità di rifiutare l’avvio di trattamenti non desiderati. La redazione del consenso informato è obbligatoria negli ospedali e un medico non potrebbe imporre trattamenti senza ricorrere all’intervento dei carabinieri ed esponendosi a rischi e rivendicazioni». Certo, ma il concetto di «consenso informato» si è storicamente affermato a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti delluomo (1948), che la Santa Sede si è sempre rifiutata di riconoscere proprio per quanto in esse vi è affermato relativamente alla «libertà della propria persona» (art. 3).
Va inoltre rammentato che il Catechismo della Chiesa Cattolica recita che, «anche se la morte è considerata imminente, le cure che dordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte» (2279). È questo, infatti, il punto di caduta dellargomentazione di Gigli, per il quale «obiettivo reale [della legge sul biotestamento] era evidentemente un altro: permettere l’interruzione di qualunque trattamento», con riferimento alle «cure che [il Catechismo ritiene] d’ordinario dovute», come si esplicita col dire «assurdo» che una legge definisca «terapie» l’idratazione e la nutrizione assistite, «per renderle rifiutabili in qualunque momento».
E qui siamo di nuovo costretti alla provocazione. Sembrerebbe, infatti, che non si voglia tener conto di cosa esattamente si intenda per idratazione e nutrizione assistite. Perché queste possano essere messe in atto, occorre personale medico qualificato, con lespletamento di procedure relativamente complicate, e per mezzo di strumenti che sono propriamente clinici: come ci si può azzardare a non considerarle «terapie»? Parliamo di tubi e siringhe, non di acqua e pane. E perché un malato non avrebbe il diritto di rifiutare un sondino nasogastrico, se poi può rifiutare una qualsiasi infusione che anche lo stesso Gigli sarebbe disposto a concedere costituisca «accanimento terapeutico»?

Col terzo intervento mandato in pagina da Avvenire possiamo cavarcela più brevemente.
Carmelo Leotta se la prende col pm che ha fatto domanda di archiviazione per Marco Cappato, autodenunciatosi per aver accompagnato Fabiano Antoniani in Svizzera, aiutandolo in tal modo ad esaudire la sua volontà di procedere ad un suicidio assistito, e scrive che «l’articolo 580 parla chiaro e stabilisce che “chiunque determina altrui al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da 5 a 12 anni”», mentre invece nelle motivazioni alla richiesta di archiviazione viene affermato un «principio di dignità [che] impone l’attribuzione a tutti coloro che vivono in condizioni gravissime o irreversibili, percepite dal malato come lesive del senso della propria dignità, “di un vero e proprio diritto al suicidio”, esigibile non solo in via indiretta con la rinunzia alla terapia ma anche in via diretta, con l’assunzione di una “terapia finalizzata allo scopo suicidario”», e questo gli pare scandaloso, perché così si affermerebbe una grave disparità di diritti, che in apparenza sarebbe in favore del soggetto ammalato e a scapito del soggetto sano, ma che in realtà farebbe passare il principio che «la vita del malato “vale” meno della vita del sano, visto che il primo ne può disporre, e il secondo no».
L’eleganza con la quale ci è presentato il sofisma non ci consente di liquidare anche qui l’argomentazione con una provocazione. Verrebbe, sì, di tagliar corto obiettando che, tanto per fare un esempio, anche nel caso della legittima difesa una vita (quella dell’aggressore) finisce col “valere” meno di un’altra (quella dell’aggredito), ma che al momento il Codice Penale (art. 52) continua a contemplarla come «legittima», così consumando quella che per Leotta sarebbe «una insanabile violazione del principio di uguaglianza». Verrebbe da esortarlo a portare l’art. 52 dinanzi alla Consulta, e subito, perché lì dentro passa un’intollerabile differenza di “valore” che ci sarebbe tra vita e vita. Verrebbe, ma rinunciamo.
Lasciamo che dinanzi alla Consulta vengano portati gli artt. 579 (Omicidio del consenziente) e 580 (Istigazione o aiuto al suicidio), ma poi non mettiamo cruccio al musetto se saranno dichiarati incostituzionali sulla base delle stesse motivazioni che il pm ha addotto in favore dell’archiviazione. Se ci si appella alla legge degli uomini, non sempre si ha risposta illuminata dalla legge di Dio. E siamo sicuri che Leotta non abbia bisogno di esempi.