venerdì 31 luglio 2015

#facciadiculo

Nella seduta dell’8 luglio, facente seguito a quelle del 23 giugno e del 7 luglio, nelle quali il caso era stato ampiamente analizzato e discusso sulla base degli atti della Procura di Trani, la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato approvava la proposta del suo Presidente, Dario Stefano, volta alla concessione dellautorizzazione allesecuzione dellordinanza applicativa della misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti del senatore Antonio Azzollini. Mi scuso per il burocratese, ma è solo per rimarcare il dato bruto che tre settimane dopo, ribaltando il parere della Giunta, il Senato gli salvava il culo.
Non ha importanza, ora. se fosse giusto o meno che il senatore se ne stesse in custodia cautelare, ma che il commento di Matteo Renzi al voto del Senato sia il seguente: «Chi ha letto le carte ha ritenuto in larga maggioranza di votare contro l’ipotesi dell’arresto. Lo considero un segno di maturità». Sarebbe da ritenere, in sostanza, che la Giunta non abbia letto le carte con la stessa attenzione che ci ha messo chi ha votato contro lautorizzazione a procedere, anche se è dimostrato che cè chi lha negata senza neppure averle sfiorate, le carte. E tuttavia chi appena lanno scorso aveva imposto al proprio gruppo a Montecitorio il voto favorevole allarresto di Francantonio Genovese, deputato del Pd, twittando subito dopo: «Il Pd crede che la legge sia uguale per tutti. E la applica sempre. Anche quando si tratta dei propri deputati», mettendoci per hashtag un fiero #avisoaperto, stavolta ha ritenuto più opportuno lasciare «libertà di coscienza» al gruppo parlamentare di Palazzo Madama.
Ogni considerazione sul perché Genovese andasse sacrificato e Azzollini risparmiato non può che essere segnata da sospetti che peraltro sono ampiamente suffragati da fatti inoppugnabili come l’enorme quantità di favori concessi da Azzollini ai suoi colleghi nei lunghi anni in cui ha presieduto la Commissione Bilancio del Senato e il suo essere esponente di spicco di un partito i cui numeri esigui sono comunque indispensabili a tener su il Governo. Ma si sa che, in mancanza di prove, i sospetti restano sospetti, e non hanno dignità di argomento.
Di notevole resta solo la dichiarazione di Renzi, che al voto del Senato cerca di dare un significato palesemente diverso da quello che ha, e con la risibile spiegazione che il fumus persecutionis, di cui al parere della Giunta non v’era traccia nella richiesta avanzata dalla Procura di Trani, è stato rintracciato da chi neanche ha sfogliato gli atti allegati alla richiesta di custodia cautelare per Azzollini. Roba che stavolta l’hashtag giusto è #facciadiculo

Merde sotto il sole di luglio

Sapre la stagione che lascia vuoti molti spazi nellinformazione, occasione imperdibile per chi è affamato di visibilità. A settembre, sa bene, tutto ridiventerà più difficile, occorre ne approfitti, e che si affretti, perché la concorrenza è spietata. Con un minimo di esperienza, che di solito non manca mai a questi coatti, la cosa si fa più facile, perché destate, sarà per lafa, i riflessi dellopinione pubblica diventano ancora più meccanici di quanto non lo siano di solito, e provocazioni che meriterebbero solo un velo di riprovazione sotto un macigno di indifferenza riescono ad ottenere lattenzione cercata. In realtà è così tutto lanno, d’estate accade solo che tutto diventi più evidente per l’acuirsi del fenomeno, e poco importa se si tratti di Pannella che litiga con Bonino o di Razzi che balla con Luxuria, perché in fondo non fa molta differenza: degni di nota sono solo i tratti disperati che assume la contesa per occupare gli spazi lasciati vuoti nell’informazione da quanto manchi del minimo per dirsi notizia, e il fatto che l’attenzione sia estremamente mobile e mostri la voracità del nugolo di mosche che sta sempre sulla merda più fresca. Il punto, tuttavia, è un altro: la merda è merda, non si discute, ma le mosche? Non sono loro, in fondo, ad essere il vero problema? Intendo dire: passi per chi, pur di dar segno che esiste, ha bisogno di cagare in piazza, ma un po’ di segatura sopra, e via, no? Chi è più malato: chi caga in piazza o chi d’attorno gli fa capannello? 

mercoledì 29 luglio 2015

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Sospendendo ogni giudizio sulle capacità di cui fin qui Marino e Crocetta hanno dato prova come amministratori della cosa pubblica, penso abbia da porsi la questione di quanto sia legittimo che debbano dar conto del loro operato a Renzi, con ciò configurando il controllo eterodiretto di un Comune e di una Regione da parte del Governo, con quanto ne consegue sul piano istituzionale, e qui suppongo sia superfluo rimandare alla legislazione che assicura piena autonomia ai distinti livelli del potere esecutivo, in ossequio al dettato costituzionale.
Si dirà, so bene, che Renzi non è solo Presidente del Consiglio, ma anche Segretario nazionale del Pd, e cioè del partito che coi suoi eletti dà un sostegno essenziale alle Giunte presiedute da Marino e Crocetta, sicché ha pieno diritto di porre le proprie condizioni in cambio dell’appoggio ad esse: vero, ma questo non è che ennesima riprova di quanto questo cumulo di cariche, ancorché ammesso dallo statuto di un partito, anzi in certi casi addirittura espressamente contemplato come espediente per assicurare solidità di azione tra partito di maggioranza relativa e premier, sebbene non censurato da una specifica norma giuridica, possa generare seri squilibri nell’articolazione tra esecutivo centrale e poteri locali, fino a creare – com’è di fatto per Campidoglio e Palazzo d’Orleans – una situazione di tutela permanente dell’uno sugli altri.
Sia chiaro, non siamo dinanzi ad un’interferenza che configuri un illecito, ma penso non sfugga che questa situazione snaturi il principio di autonomia degli enti locali, di fatto riducendo a Prefetto un eletto dal popolo. Non sembri un’iperbole, ma quale differenza passa dal sistema feudale?

sabato 25 luglio 2015

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Non tardano a sortire, com’era da attendersi, le obiezioni alla sentenza della Cassazione che ha dichiarato illegittima lesenzione fiscale sugli immobili in cui si svolgono attività didattiche gestite da religiosi. Vale la pena di prenderle in considerazione, però dicendo subito che le scuole cattoliche continueranno a godere del trattamento di favore fin qui goduto, e che sarà non in forza degli argomenti – tutti assai debolucci, come vedremo – che sollevano queste obiezioni, ma di un cavillo che al momento non fa ancora capolino nelle dichiarazioni ufficiali, e non per pudore, figurarsi. La sentenza, infatti, sancisce un principio, e un principio sacrosanto, ma non può che trarlo dal caso specifico che era sottoposto ai giudici, e il caso verteva sul mancato versamento dell’Ici al Comune di Livorno da parte di due scuole cattoliche, quella del Santo Spirito e quella dell’Immacolata. Ripeto: mancato pagamento dell’Ici, perché la controversia maturò ai tempi in cui non era ancora in vigore l’Imu, che sempre imposta sugli immobili è, ma che dall’Ici formalmente differisce per diversi aspetti.
C’è bisogno che vada oltre? Si dirà che la sentenza riguardava una tassa che non è più dovuta, per la semplice ragione che è stata abolita, e che sul mancato pagamento di quella che l’ha sostituita c’è da ridiscutere, in parlamento e in tribunale. L’argomento che tornerà buono alla Cei, dunque, non è tra quelli che prenderemo in considerazione, ma quello che opporrà alla sentenza il fatto che essa riguardava l’Ici, non l’Imu. Anzi, visto che gli argomenti che avremmo dovuto prendere in considerazione servono solo di copertura a quello che sarà il reale nucleo della controffensiva clericale, con l’immancabile supporto dei filoclericali che siedono al governo e in parlamento, possiamo anche risparmiarci di illustrarli e contestarli, tanto sono i soliti, quelli che da decenni hanno di fatto cassato l’art. 33 della Costituzione: «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». Perdere tempo a discutere di cazzate? Possiamo evitare. 

venerdì 24 luglio 2015

In un paese civile non sarebbe una notizia


Segnalibro


Si tratta del ritratto di Erasmo da Rotterdam contenuto nelledizione della Cosmographia universalis di Sebastian Müller stampata a Basilea da Henricum Petri nel 1553, però sfregiato dallInquisizione spagnola (Marcel Bataillon – Érasme et lEspagne, 1991). Notevole è il fatto che i tratti dinchiostro rivelino unevidente voglia di accecarlo e cucirne la bocca.  

[...]

Lo ricordate il tizio che lanno scorso se ne andava in motorino alle tre di notte per Rione Traiano seduto sul sellino tra un pregiudicato e un latitante? Ma sì, via, sono sicuro che ricordate la storiaccia. I tre non si fermarono allalt di una pattuglia dei carabinieri, ne seguì un inseguimento... Sì, parlo del tizio che infine ci lasciò la pelle per una pallottola scappata di canna ad uno dei carabinieri. Ora non ne ricordo il nome, daltronde neanche ha importanza, figurarsi, ma, tanto per intenderci, era quel tizio che su Facebook si atteggiava a guappo impavido e strafottente... Sì, insomma, parlo di quello.
Bene, ieri cera il processo. Per meglio dire, doveva esserci, ma familiari e amici del morto hanno fatto un gran casino, e la cosa è dovuta slittare, perché manganellarli a sangue e allontanarli di peso sarebbe stato indelicato. Casino, e qui l’inciso è rilevante, scoppiato quando il pm ha chiesto per limputato, il carabiniere dal polpastrello sudaticcio, una condanna a tre anni e sei mesi. Pure troppo, a mio modesto avviso, ma troppo poco per il pubblico lì convenuto con appositi striscioni, scandendo nellattesa slogan molto gutturali, da curva sud cui larbitro abbia scippato un penalty, che a ogni uomo di mondo viene d’istinto la voglia di sparargli in bocca.
Manco sarebbe valsa la pena di annotare su queste pagine laccaduto, se non fosse che le cronache riportano le ragioni rappresentate dal fratello del morto per dare un senso a tutto quello strepito di zamperi e vaiasse: «Possibile che io, per un tentato furto, abbia preso cinque anni e lui, che ha ucciso mio fratello, se la cavi con meno di tre anni e mezzo?» (Il Mattino, 24.7.2015 – pag. 23).
Commentarla, no, ché a spiegare il codice penale a un pregiudicato ci pensa eventualmente il suo avvocato. Annotarla, però, sì, perché è frase che da sola affresca un universo. E avrei voluto farlo già ieri, ma poi la mano se ne è andata per la tangente, e ho finito con l’intrattenermi sull’impossibilità di mettere d’accordo psichiatria e antropologia. 

Un vero guaio

Per qualche tempo, a cavallo tra la prima e la seconda metà del secolo scorso, si consumò uninteressante polemica tra antropologi e psichiatri, e parlo di nomi prestigiosi come Jean Poirier, Melville Herskovits, Rudolf Wittkower, da un lato, e George Devereux, Henri Collomb, Ralph Linton, dallaltro.
La questione potrebbe essere enunciata in questo modo: esiste unanormalità che una base organica ci dia la possibilità di definire assoluta, consentendoci così di definire anormale lintero contesto in cui questanormalità ha conquistato valore di norma?
Cerco di chiarire meglio, ma premetto che mi servirò di un esempio assai rozzo: posto che mangiare carne umana è la norma in una tribù di antropofagi, mentre fuori è manifestazione clinica di un gravissimo disturbo psichico, cè niente che ci consenta di definire gravemente disturbata tutta la tribù di antropofagi, in toto, o siamo costretti ad ammettere che in certi casi mangiare carne umana possa dirsi cosa normale?
Qui devo fermarmi un istante per chiarire due o tre punti relativi ad alcuni termini che ho scelto apposta per la loro ambiguità, peraltro costruendo un esempio che non fu mai prodotto nel corso di quella polemica, e non a caso, come vedrete.
In primo luogo, non sarà sfuggito, almeno al lettore mediamente smaliziato, che la questione è sostanzialmente pertinente al concetto di relativismo culturale, e che lesempio di cui mi sono servito sembrerebbe negargli attestato di legittimità.
In secondo luogo, non sarà sfuggita l’estrema ambivalenza di ciò che ho designato come «norma», che da un lato, infatti, sta a significare «legge», ma dallaltro rimanda a «consuetudine», come espressione di quel «valore che compare più frequentemente in un insieme preselezionato», perdendo così ogni implicazione dordine morale o psicologico, per acquisirne una che ha senso solo in ambito statistico.
Per finire, se non fosse superfluo, occorre segnalare che scegliere un esempio come quello relativo alla tribù di antropofagi rivela il chiaro intento di radicalizzare la questione mirando ad ottenere una risposta attesa come sola possibile. Insomma, con un esempio che dichiarava di voler illustrare i termini della questione, ne ho prodotto anche uno che palesa l’intenzione di indirizzarla ad una soluzione offerta come ovvia.
Cosa mi ha consentito di farlo? Per meglio dire: cosa poteva assicurarmi che l’uditorio avrebbe inclinato a una risposta del tipo «mangiare carne umana è da pazzi, ergo tutta la tribù è pazza»? Semplice: ho prodotto un esempio che, facendo leva su quanto ho ritenuto fosse opinione ragionevolmente unanime nell’uditorio che mi sono scelto, rendesse prevedibile anche l’unanimità su un assunto che in realtà è assai più problematico.
Per dirla in altro modo: sarei riuscito a convincervi che sia da pazzi rifiutarsi di mangiare carne di maiale senza invece sollevare obiezioni al consumo di carne di pollo, con ciò strappandovi consenso sull’assunto che ebrei e musulmani siano pazzi, tutti? Presumo che avrei incontrato maggiori difficoltà. Assai minori, invece, ne incontrerei ponendo la questione relativa alle mutilazioni genitali femminili, no?
E dunque – infine – cosa consente di definire «anormale» un’intera società che in stragrande maggioranza aderisce ad una specifica «consuetudine»? Mi pare ovvio: il fatto che quella «consuetudine» sia pacificamente identificabile come segno di un grave disturbo psichico. In altri termini, che alla psichiatria si riconosca lo statuto di scienza in grado di offrire prove certe relative all’esistenza di una base organica comune ad ogni individuo, e che l’antropologia non sollevi obiezioni, ma questa è cosa dalla quale siamo sempre stati assai lontani, perché l’antropologia sembra nata per relativizzare proprio laddove la psichiatria sembra nata per assolutizzare. Un vero guaio.      

giovedì 23 luglio 2015

[...]

«La scoperta di Kepler 452B – dice Mentana (La7, 23.7.2015) – influirà molto sul nostro futuro», però ci mette un «forse» che probabilmente gli sarà sembrato un doveroso omaggio alla serietà di informazione, metti caso poi su quel pianeta dovessimo trovarci un insopportabile fetore di formaggio andato a male che ci costringa a organizzarci un futuro altrove, e i telespettatori rimangano delusi.
È sul «forse» che vale la pena di soffermarci, perché chi parla della scoperta già pregustando leccitazione che proverà nel preparare le valige non merita neppure compassione. Dice niente che Kepler 452B sia a oltre 1400 anni luce? Si tratta di quindici milioni di miliardi di chilometri (15.000.000.000.000.000 km), distanza che un’ipotetica astronave in grado di viaggiare ad una velocità dieci volte maggiore di quella a cui viaggiano le astronavi fin qui realizzate coprirebbe in pressappoco 40 secoli. Trascurando il problema di un generatore di energia in grado di fornirne a sufficienza per un viaggio del genere, a bordo dovrebbero susseguirsi una sessantina di generazioni di astronauti, con l’augurio che scorrano l’una dopo l’altra senza intoppi riproduttivi.
Date queste premesse, e ammesso e non concesso che tutto vada liscio, intorno al 6000 d.C. dovremmo essere nei pressi di Kepler 452B, «pianeta gemello», «pianeta cugino», nomignoli affettuosi che già segnalano una certa confidenza. Bene, pare che il parente abbia una massa 60% maggiore della Terra, con quanto ne consegue per la forza di gravità. Su Kepler 452B, per capirci, l’intero corpo umano subirebbe in modo costante l’effetto che qui sulla Terra è il solo sacco scrotale a subire al «forse» di Mentana. Non dovrebbe bastare questo a scoraggiarci dal viaggio?

Orologeria, un cazzo!

Si salvava solo la magistratura in questo paese da sempre refrattario alla precisione, allesattezza, alla puntualità, ma ormai anche su quella non possiamo fare più alcun affidamento. Guarda lì il rinvio a giudizio di Verdini, per esempio. Ecchemmadonna, signori magistrati, aspettate che entri nel Pd, prima. 

Parafrasi

Sembra che a Palermo si replichi la resa dei conti che nel 1981 portò alla sconfitta della vecchia mafia di Stefano Bontate che lasciò libero il campo alla nuova mafia di Totò Riina, ma stavolta a fronteggiarsi sono la vecchia antimafia di Leoluca Orlando e la nuova antimafia di Giuseppe Lumia, con le dovute differenze, ovviamente, perché, invece del sangue, scorrono veleni: questo almeno è quanto emerge dagli sviluppi del caso Crocetta, per le insinuazioni nemmeno poi tanto velate che vengono diffuse a mezzo stampa da protagonisti e comprimari, in attesa che a fare un po di luce su quanto ancora è fittamente avvolto dal mistero spunti un pentito, a spiegarci se limmenso patrimonio morale accumulato negli anni da due o tre generazioni di martiri caduti nella lotta alla mafia sia ancora sotto il controllo dellantimafia dun tempo o se invece questa possa dirsi già perdente per i colpi che le ha inferto lantimafia emergente, che sembrerebbe destinata comunque a prendere il sopravvento perché superiore sul piano tattico e su quello strategico. Vedremo.

martedì 21 luglio 2015

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In violazione dellart. 8 della Convenzione europea dei diritti delluomo, di cui fu fra i primi firmatari del testo base nel 1950, senza mai far mancare poi la propria approvazione a tutti i protocolli addizionali stilati dal 1952 al 2013, lItalia è condannata per la sua ostinazione a negare ogni forma di riconoscimento legale allunione di due persone dello stesso sesso ed esplicitamente sollecitata a mettersi in regola per evitare sanzioni più severe.
Sì, sode qualche mugugno, ma ha fatto più rumore il divieto di raccogliere e commerciare vongole dal diametro inferiore ai 25 millimetri, un altro degli impegni sottoscritti dallItalia in sede europea, nel 2006. Qui da noi la vongola arriva ormai solo a 22 millimetri – si protestò – e impedirne la raccolta vuol dire privare le nostre tavole di un piatto che è più italiano degli spaghetti alla carbonara, e non è giusto, e a tutto c’è un limite, e questo è troppo, vorrete mica sradicarci dalle nostre tradizioni secolari? Come se fra quelle non vi fosse pure l’omofobia. Niente, la vongola non mancò di far gridare a qualcuno che tanto valeva uscire dalla Ue, qui l’ipotesi nemmeno sfiora chi mastica amaro per la condanna.
E sarà che poi «non è una sentenza della Ue [visto che] alla Corte europea dei diritti dell’uomo aderiscono anche Russia, Moldavia, Turchia ecc.», che però non si capisce perché screditerebbero la Corte, visto che in quanto a riconoscimento legale delle unioni tra persone dello stesso sesso sono nella stessa situazione dell’Italia; e «non è una sentenza che impone lapprovazione del ddl Cirinnà», che infatti centra poco o niente, visto che la sentenza si limita a segnalare, e a condannare, linadempienza dellItalia a una convenzione liberamente sottoscritta, vedesse lei come rientrare nella legalità, Cirinnà o non Cirinnà; e poi «è solo una sentenza di primo grado, come quella sul crocifisso nei luoghi pubblici in Italia che fu ribaltata in appello, dunque il governo italiano proponga subito appello per non pagare le sanzioni e rivendicare il diritto degli italiani a decidere in Italia sulla famiglia», e come puoi decidere altrimenti che in ossequio a una sentenza, che se riconfermata, ti obbliga a pagare e adeguarti, sennò a stracciare gli impegni che hai firmato?
Ecco, questa è la domanda che verrebbe voglia di porre a Mario Adinolfi (i virgolettati, infatti, sono suoi): se la sentenza verrà riconfermata, per limportanza che riveste la questione, sei disposto a chiedere al governo italiano di stracciare gli impegni assunti da tutti i paesi della Ue e perfino dalla Russia, dalla Moldavia e dalla Turchia? E il governo pensi che ti darà retta?
Adino, te lo dico con l’affetto e la delicatezza che userei con un fratello scemo, se l’avessi: sotto i 25 millimetri non posso circolare, è vero, ma grosse come le tue non so’ più vongole, so cozze.

Io sto con Crocetta


Quello sul gomito destro di Crocetta sembra un lipoma. Oddio, potrebbe essere anche una cisti sebacea, ma la questione non cambia poi di molto: se hai un amico che è chirurgo plastico, non ne approfitti? E già che ti ci trovi, con quella ciccia che minaccia di sparare qualche bottone della tua camicia in faccia a chi ti sta di fronte, che se per caso è pure figlia di martire si grida allattentato, non ne approfitti per una liposuzioncina? Dite quel che volete, secondo me i rapporti con Tutino erano assai laschi, buongiorno-buonasera-riverisca-minchiachescirocco. Neanche vale la pena, poi, di considerare le insinuazioni che vorrebbero Crocetta al centro di chissà quale giro di interessi illeciti. Ma, dico, avete visto la sua casa? In un angolo dei mobiletti in truciolato, a destra un triste divanetto con sopra un patchwork che sa di studentessa fuori sede e mal depilata, e poi la mensoletta col veliero in bottiglia, la tazza da negozietto di souvenir con tre candele colorate infilate dentro, il posacenere da artigianato di area depressa... E quell’orribile cosaccio in finto noce sul quale sta sparapanzato? Dei poggiatesta da sala d’attesa di un ambulatorio d’altre ere, rivestimento in alcantara, bordini in microfibra probabilmente apposti con lo sparaspilli, motivo floreale da copriletto primi anni Settanta, insomma, roba che con sessanta euro il rigattiere ti dà pure il poggiapiedi in abbinato. E questo sarebbe il Governatore che amministra il magnamagna della Regione siciliana? Ma non fatemi ridere, questo è tutt’al più un Totò Merumeni invecchiato male che sopravvive tra i ninnoli lasciatigli dalla prozia canuta. Poco più in là – probabilmente la foto l’ha tagliata via – ci sarà pure Makakita, semmai impagliata. Guardatelo, questo è un uomo incapace della seppur minima cattiva azione, poi, sì, vabbè, sarà incapace pure d’ogni altra cosa, ma come si può immaginarlo al centro del malaffare che brulica attorno e dentro Palazzo d’Orleans?

E dunque, miserabile cazzaro

Le tasse si possono abbassare solo tagliando la spesa. Dovendola tagliare, converrebbe cominciare da quello che ci costa un’amministrazione pubblica fatta apposta per ingrassare parassiti e ladri di ogni taglia, clientele radicate nella carne viva del paese, e non puoi farlo, peraltro ti ci vorrebbero dieci anni, e tu annunci di voler abbassare le tasse fin dal prossimo anno, senza agganciare il taglio a niente che articoli una bonifica del genere. Poi, dovresti abolire privilegi tanto consolidati da esser ritenuti diritti intangibili, peraltro in gran parte assicurati per legge. Non dico la Chiesa, ma prova a toccare i tassisti. Ma neanche questo basterebbe per abolire una tassa come quella sulla casa, sicché sarebbe inevitabile tagliare i servizi, e anche quelli essenziali. La tassa sulla casa, poi, si paga in tutta Europa, e abolirla, anche solo sulla prima casa, causerebbe un buco che sarebbe possibile tappare solo sforando le clausole di salvaguardia sottoscritte in sede comunitaria, e dunque creando l’incidente, robe che si è visto in che modo si risolvano a Bruxelles: ti arriva la letterina e vai in castigo.
E dunque, miserabile cazzaro, dici che vuoi abbassar le tasse? Benissimo, ma come? Facci vedere come hai fatto i conticini di questa simpatica operazioncina. Cosa tagli? Come dici, non tagli? Ennesima genialata messa a debito o a partita di giro?

sabato 18 luglio 2015

«Questo è tutto»

Giusto per non lasciare inevasa la questione, sulla «Merkel che fa piangere una bambina» («bambina» a 14 anni? mah!) la penso esattamente come il mio filosofo di riferimento (Disabitudine alla realtà – Formamentis, 17.7.2015), che anche stavolta, come al solito, brilla per chiarezza e concisione.

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Se ho capito bene, pur di non essere costretto a dimettersi, Tsipras si prepara a stringere a una sorta di Patto del Nazareno con forze politiche a cui Syriza si dichiarava alternativa, e irriducibilmente alternativa, nel momento di chiedere il voto alle elezioni di appena sei mesi fa. In sostanza, si prepara ad ingannare i greci una seconda volta, perché è evidente che così viene tradito anche il mandato chiesto e ottenuto alle elezioni politiche del 25 gennaio, come già è stato per il no chiesto e ottenuto al referendum del 5 luglio. Scelte obbligate, si dirà, e convengo, ma in base a quale obbligo se non quello di acquisire e mantenere il potere contro chi te lo ha affidato, e quindi in spregio al principio democratico che all’eletto affida la rappresentanza del volere degli elettori?
Non venite a dirmi che il principio democratico è per l’appunto un principio, lo so bene. So bene che in democrazia il consenso si fonda sulla capacità degli elettori di sopportare, fin tanto ci riescano, la delusione di veder mancate le promesse dei candidati. Qui, tuttavia, non siamo al non aver onorato entro la fine del mandato gli impegni presi al momento di chiedere il voto: siamo al rimpasto di una maggioranza dopo solo sei mesi, siamo alla firma di un accordo che tradisce il risultato di un referendum tenuto appena una settimana prima. In entrambi i casi, siamo dinanzi all’esercizio di un potere che si fa autonomo dalla fonte che dovrebbe legittimarlo. Sembrerà esagerato parlare di demagogia e di autocrazia, ma in fondo l’etimo di questi due termini non descrivono quel che con Tsipras accade in Grecia?
Eppure – penso agli editoriali di Norma Rangieri di questi ultimi giorni – Tsipras continua a trovare simpatizzanti in quella sinistra che dà il meglio di sé quando si straccia le vesti per lo scandalo di un Pd che cerca e trova accordo con chi aveva solennemente giurato mai avrebbe stretto un accordo, e che non esita a tappare i buchi aperti in Parlamento dalle defezioni dell’opposizione interna col soccorso azzurro della pattuglia di Verdini. Ripeto: parlo de il manifesto, non di chi coltiva la subcultura del «basta vincere, non ha importanza come».
Il sospetto è che tra i maneggioni del Pd che in Renzi vedono la mutazione efficace e chi sattarda a vantare dessere ancora comunista ci sia in comune il tratto di considerare irrilevante il mezzo rispetto al fine. Che poi è il tratto specularmente opposto a quello che si rimprovera alla gestione cosiddetta tecnocratica delle sorti umane, che nella esaltazione del mezzo correrebbe – si dice – il serio rischio di smarrire fine. Volevo dire che nel secondo caso cè solo il serio rischio di sacrificare il bene comune a interessi particolari, nel primo cè la negazione di fatto della democrazia. Insomma, a Tsipras e a Renzi io preferisco i freddi burocrati di Bruxelles. Al feudalesimo preferisco la monarchia illuminata. 

venerdì 17 luglio 2015

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L’avessero arrestato, ci sarebbe stata una rivoluzione: un anno e mezzo fa ne era sicuro, o almeno ci teneva a farlo credere. Oggi vuole almeno sperarlo, e butta lì la cosa per vedere l’effetto che fa a chi dovrebbe scatenarla, la rivoluzione. Sì, la rivoluzione è evocata in contesti diversi, ma questo basta a spiegare che una minaccia si sia trasformata in preghiera? L’ometto è volubile, si sa, poi non ci avrà creduto neanche un anno e mezzo fa, figuriamoci ora – son robe che potevano venire in mente, a lui o a chiunque altro, solo ai tempi in cui si girava Il Caimano, che è del 2006 – e tuttavia lo scarto implica una presa d’atto che va ben oltre il rovinoso calo di consenso che ha accusato in questi nove anni: oggi sa che lo zoccolo duro è assai meno duro di quanto lui o chiunque altro immaginasse. Forse non ha mai avuto la durezza che potesse assicurare una reazione violenta a un suo arresto, ma prima era possibile un bluff, oggi non più. Ulteriore conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che la fidelizzazione non è il nocciolo del consenso, ma la sua buccia.

[...]


«Le style c’est l’homme»
Jacques Lacan


giovedì 16 luglio 2015

Passo

A me piace schierarmi, anche quando per farlo è necessario quel pizzico di disonestà intellettuale indispensabile all’esercizio anche della più blanda faziosità. Beh, nel caso Crocetta non riesco proprio a farlo. Mi sta sul cazzo lui, mi stanno sul cazzo le vedove e le orfane degli eroi che scendono in politica sfruttando il proprio cognome, mi sta sul cazzo chi cerca di sfruttare il contenuto di intercettazioni telefoniche dal contenuto penalmente irrilevante per far cadere un amministratore della cosa pubblica che non riesce a far cadere in altro modo, mi sta sul cazzo chi passa a un giornalista degli atti secretati, mi sta sul cazzo il giornalista che li pubblica, mi sta sul cazzo il politico che dalla caduta di Crocetta si attende possa venir fuori loccasione perché il suo boss lo metta a sminestrare al posto lasciato vacante, mi sta sul cazzo chi inserisce il pilota automatico della sua indignazione per andare inevitabilmente a sbattere col muso contro la morale, mi sta sul cazzo la macchietta del garantista che scatta per riflesso pavloviano a prendere le difese di Tutino. Per questa volta, dunque, rinuncio a schierarmi, perché, anche volendo, non saprei proprio con chi solidarizzare.