sabato 3 dicembre 2016

Perché

Sono passati undici anni da quando gli italiani furono chiamati a esprimersi sulla legge 40/2004, ma per me è come fosse ieri, perché la gran parte delle mie odierne convinzioni relative a società, politica e diritto hanno fondamento nella lezione che ho tratto da quella tornata referendaria, e fu lezione durissima.
Si trattava di una legge non necessaria, ma si disse fosse indispensabile e urgente. Si trattava di una legge che in molti suoi punti mostrava chiaro profilo di incostituzionalità, ma il Parlamento lapprovò. Era chiaro, soprattutto, che si trattasse di una legge stupida e crudele, ma solo un italiano su quattro si scomodò a prenderne atto e a farlo presente con lo strumento di democrazia diretta che gli era stato offerto.
Nel dibattito tra le opposte fazioni in campo sarebbe stato opportuno discutere dei diritti della coppia e della libertà di ricerca scientifica, ma chi voleva che la legge non venisse toccata riuscì a spostare la discussione sulla dignità dellovocellula fecondata e, giacché il referendum era di tipo abrogativo, trovò buon esito nellobiettivo di far mancare il quorum con linvito allastensionismo. Diciamo che si trattò di una mirabile congiunzione astrale di ignoranza e arbitrio.
Tutto legittimo – legittimo che qualcuno scrivesse una legge del genere, legittimo che il Parlamento lapprovasse, legittimo che chi volesse difenderla si facesse forte del menefreghismo di chi non aveva alcun interesse a esprimere un parere su di essa, e forse neppure a formarsene uno – e tuttavia in contraddizione con lillegittimità della legge poi ripetutamente riscontrata al vaglio della sua costituzionalità e della sua aderenza agli impegni sottoscritti in sede europea: e come è mai possibile risolvere una tale contraddizione tra volontà del popolo, espressa prima per via indiretta (il voto parlamentare) e poi per via diretta (il voto referendario), e cogenza del diritto? Non ha sempre ragione, il popolo?
Evidentemente, no. Non quando delega il momento legislativo a chi scrive leggi di merda, non quando la sua strafottenza fotte i suoi stessi diritti. Per meglio dire: ha ragione anche allora, ma è ragione aleatoria, ragione cui è ben concesso lerrore in vista del riconoscerlo come tale a sue spese.
Basta conoscere la storia di un popolo per poter azzardare scommessa su quanta spesa sarà in grado di sostenere per dare legittimità a un suo errore. Ed è per questo che non mette conto farsi illusioni: una pessima riforma costituzionale come quella che gli italiani saranno chiamati a giudicare domani ha maggiori possibilità di trovare consenso che dissenso.

lunedì 28 novembre 2016

La ragione non ha taciuto

Sono convinto che sarà il Sì a vincere, e credo che sia sempre stato in vantaggio sul No, anche quando i sondaggi dicevano il contrario, per la semplice ragione – qui il lettore mi consenta il bisticcio – che non basta aver ragione per aver ragione, anzi, talvolta può addirittura rivelarsi un handicap, e di questo avremo ulteriore conferma lunedì prossimo, con lapprovazione di una riforma costituzionale che non doveva nemmeno essere mai scritta, perché a promuovere un processo che revisiona un terzo della Costituzione non può essere il Governo, e l’input non può esser dato da un Presidente della Repubblica che condiziona la sua rielezione all’impegno che in tal senso dovrà assumersi chi poi egli sceglierà come Presidente del Consiglio, e ad approvare il testo di una riforma costituzionale, che perciò già in nuce è cosa aberrante, non può essere un Parlamento eletto con una legge elettorale dichiarata incostituzionale, autorizzato a legiferare in regime di prorogatio al solo fine di assicurare la continuità dello Stato, di certo non a riscrivere le regole sulle quali è fondato.
Il No ha ragione senza neppure dover entrare nel merito delle modifiche che questa riforma intende apportare alla Costituzione, e a entrarci ne acquista ulteriormente, perché è proprio nel merito che essa rivela quanto non fosse affatto necessaria, tanto meno urgente, rivelando che, a dispetto di quanto afferma chi lha scritta, non semplifica affatto il processo legislativo, né ne abbrevia i tempi, né riduce i costi della politica, se non in misura irrisoria, mentre invece di sicuro riduce il peso della sovranità popolare e cancella ogni distinzione tra potere esecutivo e potere legislativo.
È una riforma costituzionale (in realtà, una revisione costituzionale) che non ha visto affatto il concorso ampio e adeguatamente rappresentativo di tutte le forze politiche alle quali fosse stato dato dal voto popolare un esplicito mandato in tal senso, ma il passivo consenso di un Parlamento di nominati costantemente ricattati dalle segreterie dei partiti, e arriva al vaglio referendario in forza di una formalità procedurale più volte forzata fino al limite della sua rottura, per farsi momento di divisione invece che di condivisione, e solo perché ostinatamente concepita come posta di una scommessa tutta personale.
Ogni ragione è dalla parte del No, ma questo non gli darà ragione, cè da esserne certi, perché il piano sul quale ragione e torto sono chiamati a confrontarsi – quello del diritto, che poi è il piano dove la logica si fa imperativa – è ormai da tempo devastato dall’ignoranza e dallarbitrio. E tuttavia occorre spendersi in favore del No, per lasciar traccia che, seppur costretta ad aver torto, la ragione non ha taciuto. 

sabato 26 novembre 2016

Ignorantia more geometrico demonstrata

Ve ne fosse stato bisogno, ecco un altro saggio di quell’incompetenza che, più ancora dell’insopportabile arroganza che pure le è indissolubilmente intrecciata, è tratto comune e distintivo degli uomini e delle donne che stanno a corte di Matteo Renzi: la Consulta boccia la riforma della pubblica amministrazione scritta da Marianna Madia per la parte che dovrebbe darle attuazione attraverso i decreti legislativi, e la sentenza rivela quale sia il vizio di fondo di chi da qualche anno occupa abusivamente le stanze del Palazzo, per giunta menando vanto del proprio analfabetismo istituzionale come segno di freschezza giovanile: lillegittimità costituzionale è contestata al punto in cui il Governo dovrebbe agire in intesa con le Regioni, ma si dà potere di farlo solo previo loro parere, peraltro non vincolante: una roba che per sottofondo chiede «e qui comando io / e questa è casa mia».

[...]

Incorrendo nell’erronea affermazione che l’inventore della ghigliottina morì ghigliottinato (in realtà la morte di Joseph-Ignace Guillotin si ebbe per sepsi da Bacillus anthracis), Gianfranco Fini (L’aria che tira – La7, 25.11.2016) ci offre l’occasione di chiederci cosa possa assicurare a un falso storico la fortuna che talvolta pare francamente inspiegabile a fronte delle contestazioni che, com’è nel caso qui preso ad esempio, seguono puntuali e inoppugnabili ad ogni suo rilancio. Credo si tratti di quella che solitamente è detta «morale della favola»: anche quando si può dimostrare che una narrazione riporta in modo infedele gli eventi che si incarica di rappresentare, essa non perde forza persuasiva se dà risposta all’attesa di un paradigma universalmente valido. In altri termini, direi che un falso storico rimane convincente anche quando si rivela tale, se è in grado di illustrare in modo efficace la norma che ci si aspetterebbe fosse necessariamente attiva in ogni situazione analoga a quella di cui il narrato si offre a esempio. Semplificando ancora, e riportando al caso in questione: anche se non è vero, è bene che l’inventore della ghigliottina muoia ghigliottinato per dar ragione del proverbiale «chi la fa laspetti».
A corollario possiamo aggiungere che, per venire incontro a questa esigenza, non è necessario che il falso storico stravolga del tutto la realtà degli eventi, perché a rendere efficacemente emblematica la norma che vuole illustrare possono bastare anche modifiche marginali, comè nel caso, in tutto analogo a quello di monsieur Guillotin, offerto dalladagio «Gioacchino facette a legge e Gioacchino murette mpiso» (in realtà, Gioacchino Murat non fu impiccato, ma fucilato), dove è evidente come una forca si presti assai meglio di un plotone di esecuzione a rappresentare il cappio nel quale spesso finiamo per infilare involontariamente il collo.
Credo che tutto questo valga anche per la «post-verità»: tanto più credibile non quanto più verosimile, ma quanto più utile a confermare un pregiudizio morale, spesso neppure coscientemente avvertito.

giovedì 24 novembre 2016

Ammàzzate-oh!

Paolo Mieli (Ottoemezzo, 23.11.2016) ritiene sia assurdo credere che Vincenzo De Luca abbia mai realmente pensato che Rosy Bindi meriti dessere ammazzata, e ancor più assurdo credere che quel suo «da ucciderla» possa mai intendersi come un mandato, ancorché preterintenzionale, trattandosi palesemente di interiezione estemporanea, equivalente a un «ma va a mori ammazzata!». Sono daccordo con lui, daltronde allo stesso modo era da intendersi quella lettera aperta pubblicata da lEspresso nel giugno del 1971, e di cui Paolo Mieli era tra i firmatari, nella quale Luigi Calabresi era indicato come il responsabile della morte di Giuseppe Pinelli: non una sentenza la cui esecuzione era affidata a qualche volenteroso giustiziere, ma un innocente «ammàzzate-oh!».

martedì 22 novembre 2016

Bravo D’Alimonte

Su due cose stanno battendo il ferro, e da mesi, Renzi e i suoi:
(1) la legge elettorale detta Italicum non centra niente con la riforma costituzionale sulla quale si vota il 4 dicembre (non farebbero affatto «combinato disposto», come sostengono quanti si oppongono alluna, allaltra o a entrambe);
(2) nelle intenzioni di chi si è tanto speso, e tanto si spende, perché vengano approvate entrambe non cè mai stata quella di cambiare la forma di governo (che non cambierebbe affatto, dicono, se entrambe fossero approvate).
Poi arriva DAlimonte, che ha scritto entrambe, e manda tutto in vacca:
(1) «Come sapete, Renzi tiene distinta la riforma costituzionale dalla riforma elettorale. Io invece ritengo che questo sia un errore, perché gli italiani devono capire che siamo di fronte a una scelta che si fonda sulla combinazione tra il nuovo sistema di voto, lItalicum, e i cambiamenti costituzionali. Insieme queste due riforme disegnano un modello di democrazia rappresentativa diverso da quello che ha caratterizzato il nostro sistema politico a partire dal 1948»;
(2) «Il cosiddetto Italicum è una riforma in fondo molto semplice, al di là di certe tecnicalità. Il suo punto di forza è che noi elettori saremo messi in condizione di scegliere “direttamente” il governo del paese. Lo dico senza mezzi termini perché non mi spaventa laccusa di tanti costituzionalisti che con lItalicum si cambia la forma di governo».
Più linguacciuto di Calderoli, capace di assai più stretta sintesi (daltronde si sa come son fatti, i professoroni), però altrettanto onesto, anzi di più, perché, per dire chiaro e tondo che aveva scritto «una porcata», Calderoli impiegò anni, e invece DAlimonte lo dice ora, prima che le sue porcate vengano approvate, bravo DAlimonte.
Avrebbe meritato di avere più voce in questa campagna referendaria per sei quinti centrata sul taglio dei costi della politica, anzi addirittura sul «taglio dei politici»sarebbe stato bello sentirlo dire che «questa questione è abbastanza irrilevante»«non è la parte più importante della riforma», però merita di essere gonfiata perché «serve a mobilitare consenso».
Questo ci sarebbe piaciuto sentire, e invece per mesi ci è toccato patire i pippotti mandati a memoria dagli uommene scic e dalle femmene pittate coi quali Renzi ci ha intasato tutti i canali di comunicazione: la riforma costituzionale non ha niente a che vedere con lItalicum, non cambia la forma di governo, serve a risparmiare denaro pubblico, è l’ultima chance per evitare il default... Meglio, molto meglio, DAlimonte: «La riforma poteva essere fatta meglio». Nel senso che, dovendo far fuori la democrazia parlamentare, il presidenzialismo poteva essere meno implicito, ma, si sa, anche chi è onesto non può sempre essere esplicito come vorrebbe. 



[Tutti i virgolettati sono tratti dalla lezione tenuta dal professor Roberto D’Alimonte al Convegno del Bancoper’s tenutosi lo scorso 29 ottobre e pubblicata su Il Foglio di martedì 22 novembre.]

[...]

Gli mancavano solo kneych in testa, barba e payot a incorniciargli il viso e taled sulle spalle, e poi lavresti scambiato per rabbi Jehida Löw ben Bezalel chiamato a rispondere del suo ultimo golem davanti al Consiglio degli Anziani: «Al referendum non giudichiamo Renzi»; e poi: «Non condivido le sue motivazioni: lobiettivo non è tagliare le poltrone». Povero Napolitano, con Monti e Letta nessun problema, ma stavolta la creaturona gli è scappata di mano: personalizza, fa il populista, insomma, smerda la Qabbalah. 

lunedì 21 novembre 2016

A due settimane dal referendum del 4 dicembre


A due settimane dal referendum del 4 dicembre mi accorgo che sulla tessera elettorale non ho più spazi liberi per la certificazione del voto, ma la grave forma di allergia che da sempre mi si scatena a meno di tre metri da un qualsiasi sportello della pubblica amministrazione mi pone seri ostacoli al suo rinnovo, al punto da considerare lipotesi di soprassedere, unendomi così ai tanti che di sicuro anche stavolta, per le più svariate ragioni, si asterranno.
Sì, ma poi come giustificarlo? Mettiamo caso, per esempio, che fra qualche anno un nocillo o un limoncello accenda a fine cena la discussione sul referendum del 2016, e qualcuno mi chieda cosa votai in quella occasione, che figura rimedierei a rispondere che preferii astenermi perché la tessera elettorale aveva esaurito gli spazi per il bollo e mi scocciava rinnovarla?
Nellipotesi che vinca il Sì, e di conseguenza lItalia sia già proiettata nel luminoso futuro che così le si aprirebbe fin dal 5 dicembre, ci farei la figura di chi non vi ha contribuito in alcun modo, nemmeno con un No del quale dirmi pentito, offrendo così al Partito della Nazione il mio pentimento a edificazione del più alto sentimento patrio.
Nellipotesi che vinca il No, invece, rimedierei comunque il meritato biasimo per non aver fatto nulla per tirar fuori il paese dalla palude nella quale senza alcun dubbio ci ritroveremmo, senza poter offrire neppure uno «sbagliai» in onore di chi a ragione paventava tanta sciagura.
No, è chiaro che in entrambi i casi rimedierei una figura di merda. Se voglio scansare la rottura di cazzo del rinnovo della tessera elettorale, devo costruirmi una solida argomentazione in favore dellastensione, tanto più perché in giro non se ne vede, ma devo sbrigarmi, perché al 4 dicembre manca poco.
La fretta, tuttavia, non deve venire a detrimento della solidità della mia posizione. Piglierò il meglio del tiepidume che è girato in questi ultimi mesi, e con un pezzetto da chi «non ho deciso ancora, deciderò allultimo minuto», uno da chi «ho deciso, ma non dico cosa voterò», uno da chi «la riforma fa schifo, ma è meglio che niente», uno da chi «il Sì, non so, però, col No, vince linstabilità», vedrete, saprò rabberciare un vestitino di onestà intellettuale da far morir di invidia anche i più scaltri criptorenziani che non fanno il tifo per il Sì perché temono vinca il No e anche i più scafati pseudoantirenziani che «la Costituzione va salvata, sì, però che schifo ’st’accozzaglia». 

domenica 20 novembre 2016

[...]

A me pare che il «da ucciderla» di cui tanto si è parlato in questi ultimi giorni fosse uniperbole, figura retorica cui peraltro Vincenzo De Luca ricorre di continuo. Certo, per sua stessa natura, liperbole può risultare irritante come ogni altra forma di eccesso, ma questo non consente in alcun modo di prendere alla lettera limmagine che le dà effetto. Ritengo esagerate, dunque, le reazioni che hanno fatto seguito allintervista mandata in onda qualche sera fa da Matrix, nella quale peraltro laffermazione cadeva in un inciso, e trovo francamente strumentale il leggerla come una condanna a morte in stile mafioso.
Direi che quel «da ucciderla» sia da considerare in questi termini: se alla politica non fossero di regola preclusi quei mezzi che altrimenti le darebbero continuazione in guerra secondo il noto adagio di Carl von Clausewitz, leliminazione fisica di un avversario sarebbe pienamente legittima, e con liperbole lo diventa, perché leccesso col quale essa si incarica di rappresentare una data situazione mira a rivelarne la natura alterandone il grado. Messa in questo modo, penso che la questione perda il peso che le si è inteso dare, per offrirsi eventualmente solo come spunto a una eventuale discussione sulluso delle figure retoriche nel dibattito politico, se non fosse che sarebbe un doppione di quella già tenutasi sulla «rottamazione».
Credo che invece l’attenzione possa più proficuamente applicarsi a considerare il casus belli: «Ci abbiamo perso un 1,5-2% di voti», dice Vincenzo De Luca, con ciò chiarendo in cosa abbia avvertito la ferita che, almeno nelle intenzioni da lui attribuite a Rosy Bindi, ritiene intendesse esser mortale, dando con ciò legittimità a una risposta che in guerra è sempre ben commisurata alloffesa, perché uccidere chi vuole ucciderti è il senso primo e ultimo di ogni impresa bellica. Va tuttavia fatto presente che tale perdita non ha impedito a Vincenzo De Luca di vincere su Stefano Caldoro, suo più diretto concorrente, con quasi il 3% in più di voti, e dunque la questione va posta in questi termini: «da ucciderla», sia, ma quando? Lì per lì, quando la ferita sembrava potesse essere mortale, o anche dopo che lesito non si è rivelato tale? Chiudiamo un occhio sulliperbole, ma chiariamo se in guerra si debba o meno fare prigionieri. Così, giusto per sapere come comportarci il giorno che Vincenzo De Luca dovesse capitarci sotto mano finalmente disarmato. 

venerdì 18 novembre 2016

Credere, tradire, vivere

Ero una lucertola, e beato prendevo il sole sul lucernario di un museo di paleontologia, e di sotto cera lo scheletro di un dinosauro, che a palpebre socchiuse, attraverso il vetro, miravo e rimiravo. Un gran bel dinosauro, devo dire. E più lo guardavo, più mi piaceva. Al punto che a un tratto l’orgoglio di classe animale mi ha fatto sbottare: «Che cosa straordinaria, sta nostra rettilitudine!».
Neanche il tempo di pensarlo, ed ecco che davanti mi si para un ragazzino, e fa per acciuffarmi. Per una frazione d’attimo resto di stucco: «E che ci fa quassù, un ragazzino?». Riparo subito sotto una tegola, ma la sorpresa mi fa indugiare il tanto da costringermi a lasciargli la coda in mano. «Fa niente – provo a consolarmi, pensando a quello che ho evitato, col cuore ancora in gola e il moncone sanguinante – tanto poi mi ricresce». E qui, di soprassalto, mi sveglio.
Ai piedi del divano scorgo il libro sul quale mi sono appisolato e il significato del sogno mi è subito chiaro: leggendolo non me ne sono accorto, ma questo Credere, tradire, vivere (il Mulino, 2016) deve avermi strappato simpatia per il suo autore, che è Ernesto Galli della Loggia. Troppo imbarazzante per poter esser percepita in modo conscio, evidentemente, e di qui il sogno.
Per evitare limbarazzo, sorvolo sul significato e vado ai dettagli, a partire da quel bisillabo comune a lucertola e a lucernario. Non è una buona idea, perché lattenzione mi scivola subito su quella rettilitudine, cui mavvedo basta togliere una sillaba perché diventi rettitudine, ed ecco che di sponda limbarazzo mi schianta: sempre inconsciamente – e chi lo avrebbe mai detto  a Ernesto Galli della Loggia riconosco pure onestà intellettuale. E non basta, perché è evidente io senta che unaffinità ci unisce.
Certo, lui è un rettile di grossa taglia, fa la sua splendida figura in una delle più ampie sale di un museo strapieno di preistoria, solenne testimone di uno sconvolgente cataclisma che ha estinto tutta la sua specie e cambiato la faccia del pianeta, mentre io sono poco più dun geco e poco meno di un ramarro, sto rintanato sotto una tegola, e in fondo che mi è capitato? Una disavventura di poco conto. E però devesserci qualcosa che me lo fa sentire affine. Ma cosa?
Provo a capire rileggendo i passi che ho sottolineato, ma non trovo niente che possa spiegarlo. «D’altronde – mi dico – per loro stessa natura i sogni sono ingannevoli...».  

martedì 8 novembre 2016

L’impercettibile crepa

Ieri sera, a Porta a porta, si è parlato di Tiziana Cantone, la donna che, esasperata dalla gogna mediatica di cui era stata fatta oggetto in seguito alla diffusione di alcuni video che la riprendevano nel corso di incontri sessuali da lei avuti qualche tempo addietro, qualche settimana fa si è tolta la vita, e Bruno Vespa chi mi invita a madrina della sventurata? Selvaggia Lucarelli, fresca di condanna per diffamazione e a breve ancora alla sbarra per rispondere di concorso in intercettazione abusiva e violazione della privacy.
Mi figuro proprio a questo modo limpercettibile crepa che dal bordo della tazza di un cesso prima o poi si allargherà in un immenso buco nero che ingoierà tutta la nostra galassia. 

lunedì 7 novembre 2016

Cinque anni e mezzo fa

Fu Roberto De Mattei, cinque anni e mezzo fa, a darci la spiegazione teologica di un terremoto, quello che alcuni giorni prima si era avuto in Giappone, e anche quella volta fu dai microfoni di Radio Maria. Disse che «le catastrofi sono talora esigenza della giustizia divina, della quale sono giusti castighi», aggiungendo che «le nostre colpe possono essere personali o collettive, possono essere le colpe di un singolo o quelle di un popolo, ma, mentre Dio premia e castiga i singoli nelleternità, è sulla terra che premia o castiga le nazioni, perché le nazioni non hanno vita eterna».
Niente di diverso da ciò che padre Giovanni Cavalcoli ha detto dai microfoni di Radio Maria a commento degli eventi sismici che nelle ultime settimane hanno devastato ampie aree di Marche e Umbria, con la sola differenza che per il Giappone, cinque anni e mezzo fa, non veniva avanzava alcuna ipotesi sulla causa del castigo, mentre qui il peccato è stato individuato nellapprovazione da parte del Parlamento italiano di una legge che riconosce le unioni civili tra persone dello stesso sesso. Differenza che tuttavia possiamo ritenere irrilevante, perché, fra i castighi che Roberto De Mattei portò a esempio dei casi in cui «talora Dio si serve delle grandi catastrofi per raggiungere un fine alto della sua giustizia», non mancò «il fuoco che cadde su Sodoma».
Cinque anni e mezzo fa, in Italia, nessuno protestò, di conseguenza la Cei e la Santa Sede non ritennero opportuno contestare le affermazioni di Roberto De Mattei, né i responsabili di Radio Maria pensarono fosse necessario dissociarsene. Perché nessuno protestò? Ci è lecito supporre che agli italiani non dia alcun fastidio lidea che Dio possa servirsi di una catastrofe naturale per castigare un’intera nazione, ma solo a patto che a esserne colpita non sia la loro.
 

giovedì 3 novembre 2016

[...]


La riservatezza mi obbliga a non poter rivelare luogo, data e circostanza dellincontro che ho avuto con Matteo Renzi, ma non posso trattenermi dal confessare la piacevolissima impressione che ne ho tratto, mutando radicalmente lopinione che avevo sul suo conto. In due ore abbiamo spaziato in lungo e in largo, dai cieli della teoria al basso cazzeggio, e al selfie col quale abbiamo chiuso la nostra chiacchierata, con la reciproca promessa di rivederci, tutto quello che avevo sempre pensato di lui era già interamente rottamato, senza riserva.
Matteo Renzi è un simpaticone, con tratti del carattere che ho dovuto sorprendermi a trovare straordinariamente amabili, e poi è incredibilmente colto, e, per quanto possa sembrare poco rilevante, è assai più carino di come appare in tv. Contrariamente a quanto appare – in parte, per la superficialità con la quale lo si osserva e, in parte, per la posa che fa scudo alla sua timidezza – Matteo Renzi ha modi fini e delicati, e poi è dotato di grandissima sensibilità, di un garbo che ha linconfondibile cifra del vero signore, di una nobiltà danimo che non ha nulla di costruito. Insomma, è tutto il contrario di come mi era apparso fino a un minuto prima di poterci parlare.
Dopo tutto quello che ho scritto su di lui dal 2010 ad oggi, capirete che ho il dovere di fare ammenda e di rimangiarmi pubblicamente i severi giudizi che ho espresso sulluomo e sul politico. Solo ora mi avvedo di quanto fossero ingiusti, talvolta perfino odiosi: Matteo Renzi è persona seria e onesta, e, credetemi, ha un altissimo profilo morale, un notevole retroterra culturale, gusti insospettabilmente raffinati, e aggiungerei che ha pure un notevole sex appeal (e sia chiaro che lo dico da eterosessuale incallito).
Con ciò penso di aver fatto adeguatamente sgombro il campo da ogni sospetto che il mio giudizio sulla riforma costituzionale sulla quale saremo chiamati a esprimere un parere il 4 dicembre possa essere segnato da un malevolo pregiudizio su chi lha voluta così comè, perché purtroppo continuo a pensare che sia una riforma di merda, e per le ragioni che ho già ampiamente espresso. Di qui, lo sconcerto: non so darmi spiegazione del come un tale schifo possa esser stato partorito da chi ho scoperto unire a una genuina fede democratica, a uno sconfinato amore per lItalia, a vaste e profonde conoscenze in ogni campo del sapere, a una formidabile capacità argomentativa, il profilo del vero galantuomo. 
Sconcerto che mi auguro possa corroborare la mia già tanto celebrata qualità di analisi, da qualche tempo in crisi, dando una svecchiata al mio stile. 

E fino  al 5 dicembre, davvero, non ne parliamo più.  

venerdì 28 ottobre 2016

La Pala Radolovich / 2


Fate finta di dover riprodurre un quadro di Caravaggio, un quadro che Caravaggio potrebbe aver dipinto, ma di cui si è persa ogni traccia, o che non ha mai dipinto, ma di cui abbiate dalla specifica di una commessa qualche indicazione riguardo ai soggetti che in esso avrebbero dovuto figurare e alla disposizione che il gruppo avrebbe dovuto assumere nel dipinto: come procedereste?
Se avete appena un minimo di serietà, probabilmente comincereste col campionare i volti dei personaggi raffigurati nei quadri che sono con certezza attribuiti al Caravaggio. Con un programmino in grado di ridarveli in 3D, probabilmente provvedereste a sceglierne le pose e le espressioni che possano esservi utili a riprodurli nella scena che dovete costruire. Se volete ottenere un risultato brillante, probabilmente toglierete o aggiungerete qualche barba, in modo da ricreare personaggi apparentemente nuovi, o addirittura costruire degli ibridi (per esempio, fronte e occhi dal Bacchino malato, naso e bocca dal Ragazzo con cesta di frutta, ecc.). Costruiti o, per meglio dire, ricostruiti a questo modo i volti dei personaggi che poi riporterete sul dipinto, probabilmente procedereste a fare altrettanto coi vestiti, facendo in modo che i panneggi siano congrui alle posture, che quasi certamente saranno a forte impronta drammatica, con vividi effetti di torsione o sospensione. Probabilmente, poi, passereste a rifinire lassieme, ovviamente dando massima attenzione alla luce: ruotereste di qualche grado quella testa, inclinereste un po a destra quel busto...
Ora immaginate che alluzzolo di mettervi a caraveggiare sia disponibile pure un certo budget. Niente di spropositato, sia chiaro, diciamo un 10-20.000 euro, giusto il necessario per la supervisione da parte di uno storico dellarte e di un grafico. Bene, procedendo a questo modo, pensate di poter sperare in un risultato decente? Mi spiego meglio. Non dico che il vostro Caravaggio debba far piangere di commozione Vittorio Sgarbi, e nemmeno che non debba sollevare perplessità in chi abbia una pur superficiale conoscenza dellopera del Caravaggio, ma, ancorché vogliate proporlo come mero divertissement intellettuale, per poi annunciare che il tal giorno, in tal luogo, «grazie alle moderne tecnologie» presenterete al pubblico un inedito del Caravaggio «o almeno come avrebbe dovuto essere il dipinto», quanto si è fin qui detto non sarebbe il minimo? E dunque cosa cera da aspettarsi dall’annuncio dato dal Museo del Banco di Napoli di cui vi ho parlato pochi giorni fa? E in realtà che cosa è stato presentato al pubblico?
È presto detto: un giovinotto dallo scilinguagnolo giulivo a far da cicerone nelle stanze dell’archivio del museo; due scale appoggiate a una scaffalata; tre tizie biancovestite con un paio d’ali a tracolla lì sopra appollaiate in posa instabile; una qualcerta addobbata presuntivamente a Madonna a qualche piolo più in basso; e, sotto, quattro sacripanti coperti di pezze che un anticipo di simpatia sollecitava a credere secentesche. Una patetica pantomima da far rivalutare il presepe vivente di Roccaravindola come performance teatrale di altissimo livello. Questa sarebbe la Pala Radolovich, a detta di chi ha organizzato – sonora pernacchia – l’evento.
Non c’ero, ho preso orrore della cosa da un video di Mattino Tv. E ogni altro commento è superfluo.

giovedì 27 ottobre 2016

[...]

Voglio spezzare una lancia in favore di Matteo Renzi, ma in subordine alleventualità che persona a lui vicina sia attualmente sottoposta a intercettazione telefonica e un domani dovesse essere diffuso un colloquio svoltosi tra i due in queste ore: non si biasimi la sua euforia per un terremoto che cade a fagiuolo per strappare a Bruxelles qualche miliarduccio a copertura di mance, bonus e cotillons pre-elettorali, si sia indulgenti se nei toni o nelle espressioni potrà dare limpressione di uno che si rallegri come per una provvidenziale botta di culo. Cercate di mettervi nei panni dellometto, chessò, se proprio non riuscirete ad assolverlo, provate a trovargli unattenuante nel fatto che è Capricorno.
Tutto il mio schifo preventivo, invece, per chi domani, dalla prima pagina di questo o quel quotidiano filogovernativo, dirà: «Visto? Ora Bruxelles provasse a dirgli no, poi sarà chiaro di chi è stata la colpa della deriva populista».

martedì 25 ottobre 2016

La Pala Radolovich


Una trentina danni fa, nellArchivio Storico del Banco di Napoli, fu trovata una commissione di pagamento per 200 ducati, datata 6 ottobre 1606, che Nicolò Radolovich disponeva in favore di Michelangelo Merisi, il Caravaggio, come acconto per una «pittura che lha da fare et consignare per tutto dicembre prossimo venturo daltezza palmi 13 e mezzo et larghezza di palmi 8 e mezzo con le figure cioè di sopra, lImagine della Madonna col Bambino in braccio cinta di cori dAngeli et di sotto S. Domenico et S. Francesco nel mezzo abbracciati insieme dalla man dritta S. Nicolò et dalla man manca S. Vito».
In fuga da Roma, il Caravaggio era stato preceduto a Napoli dalla sua fama, e quella del Radolovich era solo una delle commesse che lavrebbero tenuto impegnato nei mesi successivi al suo arrivo in città. Incassò e depositò lanticipo, prelevandone la gran parte una ventina di giorni dopo, ma della Pala Radolovich non si è mai più saputo nulla. Fino allaltrieri, almeno.
Laltrieri, infatti, i responsabili del Cartastorie, il Museo dellArchivio Storico del Banco di Napoli, hanno annunciato che giovedì 27 ottobre il mistero sarà svelato. Caricando di suspense levento, ildenaro.it resta sul vago: «Una conclusione del tutto inaspettata». Qualcosa in più si apprende da ilmattino.it: «Grazie alle moderne tecnologie verrà mostrata al pubblico la pala o almeno come avrebbe dovuto essere il dipinto». Sembra si possa escludere il ritrovamento dell’opera o la sua identificazione in un dipinto fin qui attribuito ad altro autore: probabilmente sarà presentato al pubblico un collage, ritagli di altre opere del Caravaggio assemblati a comporre il gruppo descritto dalla specifica di commessa, e non c’è da dubitare che il risultato potrà pure avere un qualche fascino, giacché a costruirlo si saranno certamente chiamate delle eccellenze, sia in quanto a conoscenza della pittura del Seicento, sia in quanto a impiego di Photoshop. Operazione che merita comunque un plauso, e prim’ancora di aver avuto modo di vederne il risultato, perché in fondo è meglio buttar via denaro a questo modo piuttosto che al modo di Banca Etruria e del Monte dei Paschi di Siena.
Ciò detto, credo che per la fin qui introvabile Pala Radolovich possa tornar utile il rasoio di Occam, rammentando che di un’altra opera del Caravaggio, anchessa composta a Napoli tra la fine del 1606 e linizio del 1607, e che oggi è esposta a Vienna (Kunsthistorisches Museum, Gemäldegalerie) non si è mai saputo chi fosse il committente o a quale altare fosse destinata, né si è mai trovata notizia di pagamento per la sua realizzazione: parlo della Madonna del Rosario. L’ipotesi che qui mi appresto ad argomentare è che molto probabilmente la Pala Radolovich altro non sia che la Madonna del Rosario.
Rammentando che nel Seicento, a Napoli, il palmo equivaleva a 26,45 cm, comincerei col dire che le sue dimensioni (cm 364,5 x 249,5) corrispondono più o meno a quelle pattuite col Radolovich, e che in essa è effettivamente presente «lImagine della Madonna col Bambino in braccio» richiesta dal committente. Da qui in poi, le possibili obiezioni, che concedo non siano poche: nella Madonna del Rosario non vi sono i «cori dAngeli» che voleva il committente; i santi, che dovevano essere quattro, sono solo due; al posto dei due santi mancanti, sono presenti, inginocchiati, tre lazzari, una donna con suo figlio, un gentiluomo con gorgiera e, in piedi, alle spalle del santo a destra, due personaggi non bene identificabili. Come spiegare queste vistose incongruenze rispetto a quanto era stato concordato col Radolovich?
Il Caravaggio arriva a Napoli in condizioni economiche assai precarie e la commessa del Radolovich arriva nei primi giorni in cui il pittore mette piede in città, quando ancora non gli era stato consegnato lanticipo per metter mano alle Sette opere di misericordia e ben prima che lo strepitoso successo ottenuto da questopera gli procurasse altre richieste e corposi incassi: quel denaro gli era indispensabile, non poteva rifiutare lofferta.
Al momento di accettarla era già intenzionato a prendersi delle libertà rispetto alle indicazioni del committente? Non lo sappiamo, di certo non si sarebbe trattato della prima volta che un committente poi rimanesse contrariato, si pensi a cosa era successo a Roma con la prima versione di Matteo e langelo e con la Morte della Vergine.
Di fatto, il Caravaggio non aveva mai dipinto «cori dAngeli», sebbene proprio per la Morte della Vergine gli fossero stati espressamente richiesti, né ne avrebbe mai dipinti successivamente. Cè da dire, poi, che una composizione come quella richiesta dal Radolovich non consentiva al Caravaggio di dare allopera la forte tensione scenica alla quale non avrebbe mai rinunciato: il quadro avrebbe avuto una dimensione troppo statica, mentre invece il brulicar di vita che aveva trovato nei vicoli di Napoli aveva ulteriormente acuito la sua predilezione per figure in movimento, colte in istantanee di gesti di umanissima quotidianità. Tutto gli sarebbe stato possibile, tranne il santino devozionale col quale il Radolovich pensava di poter ornare la sua cappella a Polignano a Mare, dove però, guarda caso, ancora oggi è viva la devozione alla Madonna del Rosario, cui da secoli è dedicata una festa che si tiene ai primi di ottobre, e la commessa del Radolovich arriva proprio in quei giorni.
Non ci sarebbe da stupirsi se il Caravaggio si fosse preso, come al solito, un po’ troppa libertà e il committente avesse rifiutato lopera, che probabilmente ai raggi X potrebbe pure rivelare qualche successivo aggiustamento allo scopo di destinarla ad altro acquirente. In tal senso si giustificherebbe leventuale aggiunta del personaggio con gorgiera inginocchiato ai piedi di San Domenico e col viso rivolto verso chi guarda il quadro: potrebbe trattarsi della persona che avrebbe dovuto acquistare lopera rifiutata dal Radolovich.
Come dicevo, si tratta solo di unipotesi, ma penso che darebbe risposta a tutti gli interrogativi, attualmente senza risposta, relativi alla Pala Radolovich (fu veramente dipinta? se sì, che fine ha fatto?) e alla Madonna del Rosario (chi la commissionò? perché non si ha traccia di commessa e di pagamento?).

Nota Un lettore mi fa presente che la Madonna del Rosario è stata analizzata ai raggi X, ma che i risultati tenderebbero a escludere che lopera abbia subito aggiustamenti tali da lasciar credere che l’impianto originario rispondesse a quello richiesto dal Radolovich per elementi successivamente modificati (la fonte, tuttavia, non entra nel dettaglio, dunque non è dato sapere su quali argomenti poggi un’affermazione tanto categorica). Mi pare che questo non faccia cadere comunque lipotesi da me avanzata: anche per altre opere del Caravaggio che furono rifiutate dal committente, l’esame radiografico non rivela modifiche che siano motivabili dal rendergli accettabile il dipinto o dall’accomodarlo al gusto di un altro acquirente.    

lunedì 24 ottobre 2016

Ansvald il Piccolo


La mano è senza dubbio quella di Ansvald il Piccolo (Bruges, 971? - Lione, 1028), basti il raffronto coi miniati di certa attribuzione, in particolar modo col Libro di Giona (British Library). La gascromatografia dei pigmenti, poi, conferma che la tavolozza è indubbiamente sua, che i materiali sono quelli da lui solitamente impiegati (cfr. H. Voeller, Ansvald, Losanna 1940). È il supporto, tuttavia, a porre il problema, e problema non irrilevante, perché la miniatura è dipinta sul margine di pag. 347 di una copia de Lape latina, un manualetto Hoepli stampato nel 1911, lì dove l’Indice di alcune cose notevoli rimanda al «sunt lacrimae rerum...» di Virgilio (Eneide, I, 462): miniatura racchiusa in una striscia di poche lignes, che a occhio nudo sembrerebbe uno sbavo d’inchiostro, ma che alla lente (≥ 50) rivela la sublime arte del pennellino a un sol pelo, della quale «il Piccolo Grande Ansvald», come era solito chiamarlo il compianto Oreste Federzoni (Ansvald il Piccolo, Firenze 1952), fu insuperabile maestro. Siamo dinanzi ad un’allegoria, è evidente: un povero blogghero (proparossitono, equivalente medievale del moderno blogger) annaspa nel lapislazzulo di un sconfinato oceano di ignoranza dal quale emerge qui e lì l’ematite di alcune isole di malafede, e, a esprimerne lo stato danimo, ecco un cartiglio svoltolato sul suo capo, a mo di fumetto, recante iscritta la seconda parte del verso di Virgilio («… et mentem mortalia tangunt»).