venerdì 1 luglio 2016

Rap

«... trovo molto interessante
la mia parte intollerante
che mi rende rivoltante
tutta questa bella gente»

Adesso, per chi ne magnificava le virtù, lItalicum non va più bene. Per chi si dichiarava indisponibile a rimetterci mano, almeno qualche ritocchino, adesso, lo merita, non fossaltro per tentare un altro Nazareno. Né manca, sul fronte opposto, chi riteneva fosse la madre di tutte le possibili criptodittature, e adesso dice che ridiscuterne non è un problema prioritario, limportante è altro, chessò, strappare a Paolo Mieli la sorpresa che nella cozza del M5S cè quella perla di un Luigi Di Maio, oggi simpatico come lo era Daniele Capezzone fino a dieci anni fa.
Viene la voglia di un Dio spietato che li incenerisca tutti, boss e luogotenenti, gregari e leccaculo di complemento, ma, si sa, voglie del genere segnalano un malessere esistenziale di grado severo, quello del moralismo. Abbia il buon gusto, chi ne soffre, di non esibirlo, perché è vero che, come la psoriasi, non attacca, ma in società crea il panico del contagio più della rogna. Poi, diciamocela tutta, pretendere che il prossimo nostro abbia sempre un argomento decente per dimostrarci che non è luomo di merda che palesemente sembra – sensu stricto – è violenza.
Dissimulare, dissimulare, coprire la chiazza cutanea con la cipria di una soffice ironia, dire che sono tutti eguali, e chi lo sembra meno, gratta gratta, è peggio, ma senza mostrare acredine, sfoggiando il sorriso consigliato a pag. 23 del Vademecum del perfetto uomo di mondo, quello di chi ha visto tutto, e non si scandalizza più di niente, anzi trova tutto molto divertente. 



Appendice

«Ogni partito è favorevole a quella tecnica elettorale che gli fa più comodo, e cerca di far passare quella legge elettorale che meglio canonizzi quella tecnica.
Questo è vero. Ma non è tutta la verità. In un paese che non riduca le elezioni a truffe perpetrate dai più imbroglioni a spese dei più minchioni, la legge elettorale non può solamente e brutalmente prescrivere quella tecnica di votazione che che fa comodo a chi fa la legge. In paese di gente onesta, e non di falsari, la legge elettorale deve prescrivere non solo una tecnica, ma anche una regola di gioco, la quale giustifichi quella tecnica: regola di gioco, da cui tutti si sentano legati perché garentisce i diritti di tutti: cioè il diritto di formare il governo in chi ottiene il consenso della maggioranza, e il diritto della minoranza di essere rispettata nelle proprie libertà.
Quando la tecnica della votazionecessa di essere regola di gioco riconosciuta legittima da tutti, e pretende produrre sempre, ad ogni costo, una maggioranza governativa, non è più una regola di gioco, ma un imbroglio totalitario.
[…]
A questo punto i lettori del “Mondo” mi lascino riconoscere, prima che me lo dica altri, che ho finora fatto un discorso da “moralista”, e non da “realista”. E il moralista, come tutti sanno, è un “astrattista”, un “antistorico”, un cretino famoso, che non dovrebbe occuparsi mai di materie politiche.
Sia. Ma sta il fatto che il mondo trabocca di cretini famosi. E, in regime di suffragio universale, costoro rappresentano un peso, del quale debbono tener conto i sapientoni fabbricanti di tecniche elettorali, perché sono precisamente quei moralisti astrattisti ed antistorici che decidono le elezioni, spostandosi di qua o di là, squadre volanti; disgraziati, che cambiano bottega non appena si avvedono che il macellaio ruba sul peso, e non amano fare amicizia con un mercante di cavalli, perché sanno che vende onzini vecchi come puledri giovani. Pregiudizi. Ma esistono; e chi li trascura, si trova male. Motivo percui i fabbricanti di nuove tecniche elettorali debbono persuadere proprio noi che essi non intendono truffare nessuno, ma ci invitano ad assumere impegni, ai quali abbiamo lobbligo di consentire a ragion veduta.
[…]
È inutile che storciate il muso allorché qualcuno vi ricorda questo guaio. Guaio o non guaio, questa, oggi come oggi, è la realtà; e se ve ne infischiate, essa si rivolterà contro di voi».
Gaetano Salvemini
(Il Mondo, 20 settembre 1952)

giovedì 30 giugno 2016

Documentarsi

Le cinque stelle che compaiono nel simbolo del M5S avevano un loro ben preciso significato già molto tempo prima che al Teatro Smeraldo di Milano, il 4 ottobre 2009, si desse battesimo al movimento politico con la presentazione ufficiale del programma e – appunto – del simbolo. Quasi un anno e mezzo prima, infatti, il 25 gennaio 2007, dando il via alla formazione di liste civiche cui Beppe Grillo assicurava il suo sostegno a condizione che i candidati si impegnassero al rispetto dei punti programmatici che poi saranno della Carta di Firenze (8 marzo 2009), veniva data spiegazione di cosa simboleggiassero quelle cinque stelle: «Una per l’energia, una per la connettività, una per l’acqua, una per la raccolta rifiuti, una per i servizi sociali». Bastava sottoscrivere limpegno su quei cinque punti per potersi fregiare del pentastellato bollino di garanzia, un po come, da banana, basta rispettare un certo standard per meritare quello blu della Chiquita.
Errato, dunque, quanto era scritto, ieri, a pag. 2 de Il Foglio: «Le cinque stelle sono quelle degli alberghi, anzi dello stile di vita. “Potremmo avere una vita a cinque stelle”, urlava nei comizi fondativi il capo comico e da lì nacque il simbolo». E a seguire: «Negli alberghi a 5 stelle non ci sono solo ospiti ma anche camerieri, facchini, sguatteri e lavandaie, e che qualcuno che lo faccia bisognerà pur trovarlo». Sembrava manifesta in Massimo Bordin, che firmava il pezzo, la certezza di aver trovato in radice la mala pianta del velleitarismo grillino, per mostrarne subito tutta la fragilità allazione diserbante del pensare a quanto inganno possa essere contenuto nella promessa di assicurare a tutti «le lenzuola di lino e la colazione in camera».
Sta di fatto che Beppe Grillo non ha mai materialmente collegato l’immagine delle cinque stelle agli hotel di lusso: con «vita a cinque stelle» ha inteso solo definire lo standard di vita di cui tutti avrebbero potuto godere con lattuazione del programma relativo ai cinque punti cui si faceva cenno prima. Più che legittimo contestare nel merito uno, due o tutti e cinque i punti, altrettanto legittimo mettere in discussione il metodo col quale il M5S si prefigge di attuarli, ma caricaturizzare la posizione di chi pure ci stia potentemente sul cazzo è cosa intellettualmente disonesta, e come tale va segnalata.
Come accade che si possa cedere a questa tentazione? Mi pare che unottima risposta a tale domanda sia data da Gad Lerner nella replica a un velenoso attacco che ieri, sempre dalle pagine de Il Foglio, gli era mosso da Giulio Meotti, accusato – giustamente, ci pare di poter dire, avendogli più volte sollevato da queste pagine la stessa imputazione – di «costrui[re] le sue argomentazioni col taglia e cuci capzioso delle citazioni»: «La denigrazione dell’avversario, quando si è dominati dal pregiudizio ideologico, sollecita forzature che spesso conducono all’esito penoso di prendere fischi per fiaschi». Che questo capiti a Meotti, passi, ma che possa capitare pure a Bordin, ferisce.

Coda Un giorno chiesero ad Arrigo Cajumi quali fossero le qualità necessarie per arrivare ad essere un polemista della sua levatura. Non si schermì con la falsa modestia dei simpatici ad ogni costo, ma senza esitare un attimo rispose: «Sono tre: documentarsi, documentarsi e documentarsi».

martedì 28 giugno 2016

[...]

Pare che per la Brexit sia stato determinante il voto del cosiddetto «paese profondo», quello delle aree più interne, comunque più lontane dal flusso delle relazioni e degli scambi col mondo esterno. Nella visione organicistica di una nazione è quello che solitamente è detto «ventre del paese», con ciò assegnandogli quei tratti che danno impronta viscerale alla sua dimensione esistenziale. Questa, comè per gli organi governati dal sistema nervoso enterico, è caratterizzata, sul piano sensoriale, da uno spettro percettivo dalle rappresentazioni grossolane, per lo più immediate, ma spesso poco nitide, che tuttavia non mancano per questo di potenza, anche notevole, talvolta perfino spropositata rispetto agli stimoli che le hanno determinate, perché si tratta di immagini che in gran parte attingono a una sfera del simbolico che è primordiale, per nulla sorvegliata dai processi di ideazione che sono propri delle percezioni sensoriali di tipo superiore. Sul piano funzionale, invece, siamo nel regno del vegetativo, dellautomatismo, degli archi riflessi corti e ultracorti, col prevalere di quegli elementi pulsionali e reattivi che sono comuni ad ogni specie animale, anche a quelle che hanno un sistema nervoso centrale assai meno complesso di quello umano.
Ce ne sarebbe abbastanza, in definitiva, per liquidare ogni sentire del «paese profondo» come sordo, opaco, intrattabile, e ogni suo agire come cogente, istintivo, irrazionale, se non fosse che la visione organicistica di una nazione è da sempre uno strumento di semplificazione che risponde a una logica di parte, giacché Menenio Agrippa era un patrizio. Del suo apologo resta in piedi la retorica delle classi che «quasi unum corpus discordia pereunt et concordia valent», ma cè da segnalare un’interessante inversione di segno: lì il ventre era lélite economica, politica e culturale della Roma del V secolo a.C., che la plebe accusava di essere «otiosa», muovendosi perciò alla prima e rudimentale forma di sciopero della storia; oggi, invece, almeno nel caso del Regno Unito, il ventre è quanto resta di un proletariato quasi del tutto ripiegato sulla sua miseria e di una borghesia che la crisi economica ha impoverito ed emarginato in aree suburbane perché lasciasse il centro delle grandi città ai nuovi ricchi. Il «ventre del paese» è quello delle masse alle quali è stato tolto tutto, lasciando ad esse solo la nostalgia per un Regno Unito che non cè più e lillusione di poterlo ricreare uscendo dalla Ue. Liquidare questa scelta come irrazionale è legittimo, ma è di parte, giacché non cè nulla che oggettivamente mostri un utile nell’accettare, da esclusi, la logica di un’inclusione che sottrae potere e diritti.
Questa Europa è nata male ed è cresciuta peggio. Soprattutto, non ha mai dato segno di voler cambiare rotta. Ultimamente, poi, è sembrata addirittura nell’impossibilità di farlo, ammesso e non concesso che potesse essere nelle intenzioni di chi ne regge il timone. Comè naturale, ora, si calcolano i danni che dalla Brexit verranno alla Ue e al Regno Unito, ma anche qui la logica di chi fa i conti è di parte. Non voler capire questo, e continuare parlare di ciò che il Regno Unito avrà da scontare con la Brexit, rimanda alla visione organicistica di una nazione: preoccuparsi che dal tavolo non cadano più le briciole per i poveracci perché ai commensali sono state ridotte le portate. Non diversamente da quando si pretenderebbe che un crollo in borsa debba affliggere anche chi non vi avesse investito neppure un soldo: le regole del gioco vogliono che anche lui abbia a subirne un danno, ma questo non mette in discussione le regole del gioco, solo la sua eventuale indifferenza all’ennesimo venerdì nero. Menenio Agrippa ci mostra l’angoscia del broker londinese invitandoci a farla nostra, del tutto ignaro che intanto si ingrossa il numero di chi non ha quasi più nulla da perdere.

giovedì 23 giugno 2016

[...]


Stasera l’Italia ha giocato con l’Irlanda, dico bene? Non si trattava mica dellaltra Irlanda, quella del Nord, che insieme a Germania, Polonia e Ucraina era nel girone C, dico bene? Ed è corretto chiamare «britannici» gli irlandesi che non sono dellIrlanda del Nord? Ultima domanda: come si dice in gaelico «titolista di ansa.it, britannica sarà tua sorella»?

mercoledì 22 giugno 2016

Disclaimer

Non ho mai votato il M5S e molto probabilmente non lo voterò mai. Due, i motivi. Il primo è dordine generale: almeno da due anni sono giunto alla decisione di astenermi da ogni competizione elettorale retta da regole che costringano a votare il menopeggio contro il peggio, comè stato col Porcellum, come sarebbe con lItalicum, come sarebbe con qualsiasi altra legge elettorale che avesse come fine ultimo, mediato o immediato, la reductio a un bipolarismo che oggi non è più nei fatti, e che forse non lo è mai stato neanche in passato, se non come aspirazione di quanti hanno coltivato a tal punto il mito della governabilità da arrivare a perdere di vista il principio della rappresentatività. Il secondo motivo è prettamente specifico, ma conseguente al primo: il M5S è il menopeggio oggi presente nel quadro politico italiano, ma non mi piace affatto. Non mi piace la sua anima, populista e settaria. Non mi piace il suo programma, demagogico e velleitario. Non mi piace il suo profilo culturale, che porta leclettismo allo sproposito dellaccozzaglia, non già inseguendo il millantato affrancamento dalle tradizioni ideologiche del secolo passato, ma pigliando un po da ciascuna, e neanche il meglio. Non mi piace, soprattutto, la sua struttura, formalmente assemblearistica e sostanzialmente verticistica, dove a sollevare il problema non è neppure la contraddizione in termini tra dichiararsi movimento, addirittura comunità, ed essere di fatto un partito a conduzione padronale, ma il fatto che assemblearismo e verticismo sono degenerazioni della democrazia.
Paradossale che, trovandogli così gravi difetti, io ritenga che il M5S sia lo stesso il menopeggio? Se guardo al Pd di Renzi e al centrodestra di Berlusconi, Salvini e Meloni, non direi proprio. Senza alcuna intenzione di attenuare il giudizio appena espresso, direi al contrario che ultimamente il dato sia sempre più evidente, da un lato, per unulteriore involuzione del Pd e del centrodestra e, dallaltro, per unaccorta serie di ritocchi che, dopo la scomparsa di Casaleggio e il «passo a lato» di Grillo, hanno dato al M5S un volto meno impresentabile. Insomma, se ancora fossi affetto dalla perniciosa malattia che in mancanza di unofferta politica decente spinge a votare il menopeggio, e che nel 1994 mi spinse a votare Berlusconi contro Occhetto e nel 2013 Bersani contro Berlusconi, oggi voterei il M5S contro tutto il resto. Ringrazio il cielo per essere riuscito a liberarmene, perché sono sicuro che anche in questo caso sarei destinato a pentirmene. Più o meno amaramente, va’ a saperlo.
Con questo post mi auguro di aver dato risposta esauriente a quanti da qualche tempo mi accusano di essere diventato grillino, talvolta preoccupati, talvolta delusi, sempre amareggiati: non lo sono diventato, per quel che sono non potrei neanche volendo, e poi quel che sono basta e avanza per impedirmi anche il volerlo. Non sono grillino, non ho mai votato il M5S e non ho alcuna intenzione di votarlo. Ripeto: sono guarito. Non venitemi, però, a dire che meglio di un Di Maio o di un Di Battista ci sono un Renzi o un Salvini, che meglio di una Raggi o di una Appendino ci sono un Giachetti o un Fassino, che meglio di una Taverna c’è una Ravetto o una Picierno, sennò rischio una ricaduta. Prima, in ogni caso, vi mando a fare in culo.

martedì 21 giugno 2016

Nascere incendiari e diventare pompieri

Il risultato delle Amministrative? «Di sicuro non dice nulla sugli effetti politici che esso potrà avere», e poi, si sa, «in tutti i Paesi europei colpiti dalla crisi vanno bene le forze politiche anti-sistema, anti-establishment, con tratti populisti e un forte rifiuto della politica e dei partiti tradizionali» (Il Mattino, 21.6.2016). Così Massimo Adinolfi, filosofo, prova a minimizzare gli effetti della mazzata subìta dal Pd di Matteo Renzi.
Da consulente del governo, è compito che gli è dovuto, ci mancherebbe altro, il lavoro è lavoro, e poi, quando si ha prole, è sacrosanto arrotondare lo stipendio di filosofo, mestiere nel quale, probabilmente non caso, ha sempre eccelso chi non avesse bocche da sfamare. Nessuna obiezione al riguardo, dunque, tanto più che in questo caso è proprio il filosofo a rammentarci che, «più è alta la disoccupazione, in specie giovanile, e più crescono i consensi alle forze di opposizione», dacché possiamo trarre spiegazione del perché chi abbia due occupazioni sia più portato a esprimere il proprio consenso alle forze di governo.
Non guasterebbe, tuttavia, che anche i lettori de Il Mattino sapessero di questo arrotondare, giusto per essere messi in grado di potersi fare una propria idea, volta per volta, editoriale per editoriale, su dove finisca il filosofo e dove cominci il propagandista, neanche tanto per il rispetto dovuto al lettore, perché parliamo pur sempre del lettore de Il Mattino, quanto per quello dovuto alla filosofia.
A mo desempio, si prenda un altro passo di questo editoriale, stavolta concepito in forma di dialogo col direttore del giornale, tanto per darci limpressione che dal rimpallo di tutti quei «perfettamente daccordo con lei, caro professore, ma...» e quei «concordo su tutto, caro direttore, però...» stilli purissima maieutica. A un certo punto, per dar forza alla tesi che la vittoria del M5S sia da spiegare col premio che la plebe assegna a tutto ciò che sappia darsi forma di novità, Massimo Adinolfi cita Giacomo Leopardi: «nel dialogo sulla moda e sulla morte [Leopardi dice] che le due cose vanno insieme, e quello che oggi è di moda domani è già morto».
Sembrerebbe il non plus ultra a esergo di una riflessione sulla caducità delle cose mondane – roba, insomma, da filosofo a tempo pieno – e invece segue una versione appena un po più sofisticata di quella che Matteo Renzi si prepara a rifilare ai suoi, venerdì prossimo, distinguendo tra il nuovo (lui) e il nuovismo (il M5S): «Nessun Paese – dice Massimo Adinolfi – può divorare così rapidamente le sue classi dirigenti». Più elegante di un «nessuno rottami il rottamatore», ma il concetto è quello: se il mondo non riesce proprio a fermarsi dopo essere giunto nel punto dell’orbita che più mi piace, per lo meno rallenti.
La nuova moda, inoltre, pare abbia un difetto di fondo rispetto a quelle precedenti: «Siamo addirittura alle prese con l’idea che le élite, in politica, non ci devono proprio essere (ma chissà se quegli stessi che issano questa bandiera si accorgono che, in tutti gli altri mondi sociali ed economici, le élite ci sono, e come, e durano pure un bel po’)». Con quanto ne consegue per le consulenze, puttana Eva.
Direi che siamo dinanzi alla variante filosofica del «nascere incendiari e diventare pompieri»: panta rei, ok, ma a patto ch’io ci possa sguazzar dentro.

lunedì 20 giugno 2016

[...]

Per le colpe di cui si è fin qui macchiato, la mazzata buscata ieri da Matteo Renzi è ancora poca cosa perché dal nostro animo possa liberarsi quellistintivo moto di compassione che di solito ci ispira chi perde, e che spesso il pudore ci consente di palesare solo nel rinunciare a maramaldeggiarlo: sarà il caso di rimandare a quando Matteo Renzi avrà perso tutto, e fin dora, perché il rispetto, se non la compassione, possa venir spontaneo, genuino oltre il ben che minimo sospetto di ipocrisia, ci auguriamo accada in modo estremamente doloroso, meglio se stroncandogli ogni possibilità di rivincita, ricacciandolo per sempre nel buco di culo dal quale è uscito. Non ci si fraintenda, dunque, se nello stendere questo preliminare di analisi dei risultati di queste Amministrative rinunceremo alla batteria di sberleffi che uno stronzo della sua specie meriterebbe: sbagliano quanti oggi lo ritengono ferito a morte – non cè da stupirsi, poi, che siano gli stessi, simpatizzanti o antipatizzanti, che ieri lo ritenevano immortale – e dunque ogni ciaone di ritorno sarebbe controproducente, prima che sprecato.
Prima di essere ciò che in modo schifosamente manifesto è sul piano politico, infatti, Matteo Renzi è un soggetto affetto da una grave forma di narcisismo maligno (cosa che ha ben poco a che vedere con laccezione che il narcisismo assume nel pour parler di chi è a digiuno di psicoanalisi) e dunque è assai più pericoloso adesso di quanto lo fosse prima, perché i tratti borderline, antisociali e paranoici, che nel narcisismo maligno vanno ad aggiungersi al cieco egocentrismo, alla drogata autostima, alla glaciale anaffettività (spesso ammantata di un sentimentalismo untuoso) che sono del narcisista normale, costituiscono una seria minaccia per chi il malato ritiene gli abbia arrecato offesa. Per non lasciarsi ingannare da ciò che allapparenza avrà probabilmente tutto laspetto della procedura riparativa approntata da un narcisista normale per curare una ferita, occorre aver ben chiaro che il narcisismo maligno implica di regola in tali circostanze un di più che giocoforza ha da restare nascosto a tutti: parlo di quella vendetta che, pur di dar ristoro a un Super-io che proietta sullambiente i precursori sadici non integrati (cfr. Otto Kernberg, Aggression in Personality Disorders and Perversions, 1992), non esita, se necessario, a sacrificare anche chi la programma e la mette in atto.
Perciò è da sconsigliare vivamente il porre eccessiva attenzione a ciò che Matteo Renzi mostrerà di voler mettere a frutto da questa sconfitta: se perfino rinunciasse ai maneggi con Verdini, concedesse qualcosa alla minoranza interna al Pd, rimettesse mano allItalicum, e su tutto questo arrivasse pure a spalmare una qualche forma di autocritica, non verrebbe meno il divorante bisogno di rivalsa che in soggetti profondamente disturbati come lui può dar luogo ad espedienti di impostura particolarmente efficaci, in grado di stornare dal fine ultimo, che è sempre distruttivo, col cominciare a celare la reale aggressività posta nei mezzi, che non di rado sanno simulare altro scopo. In fondo è questo che consente a tali soggetti di ottenere così spesso il successo negato a quanti li surclassano perché realmente in possesso di quelle qualità che l’impostura si limita a millantare: possono farne a meno quando diventano d’intralcio. 
Tutto questo valga per quanto Matteo Renzi dirà della sconfitta che ha subìto (lappuntamento è per venerdì prossimo alle 15.00, in apertura allannunciata Direzione del Pd: il breve comunicato ufficiale licenziato ieri sera non consente analisi approfondita): lattenzione non vada a cosa dirà, perché «una autoimmagine idealizzata e una ideologia egosintonica sadica, manipolata ai propri fini, razionalizzano il comportamento antisociale e possono coesistere con la capacità di lealtà verso i propri compagni» (op. cit.), ma alla scelta dei sostantivi, degli aggettivi e dei verbi che userà per dirlo, perché la parola dell’impostore ha sostanza solo in ciò che ne tradisce la forma.
Da quanto ha anticipato oggi, in particolar modo nella distinzione tra nuovo e nuovismo, ci è lecito azzardare una scommessa: proverà a convincere che il M5S ha saputo intercettare il consenso di un’opinione pubblica che vuole quel cambiamento che solo il Pd può assicurare, senza tuttavia essere riuscito finora ad accreditarsene l’esclusiva. Colpa di qualche errore di comunicazione, dirà, ma colpa soprattutto delle divisioni interne, agitate dalla componente che al nuovo, cioè a lui, oppone resistenza. 

venerdì 17 giugno 2016

«Costruzione chimica della persona umana»


Avete presente la petite fille savante che nella réclame di una nota compagnia aerea spiega al babbo che «la spinta è creata dalla propulsione» e che quella «è una questione di fisica», come daltronde lo sono pure «laerodinamica di un aereo» e la sua «capacità di carico»? Rispetto a Giuliano Ferrara, che nellennesima tirata contro la fecondazione assistita ci viene a parlare di «costruzione chimica della persona umana», la ragazzina è da Premio Nobel.
«Costruzione chimica della persona umana»: che cazzo vorrà dire? Gli avranno mica raccontato che un bambino venuto al mondo grazie alla fecondazione assistita è stato costruito in laboratorio atomo su atomo, molecola su molecola, è che semmai per costruirlo non sono stati utilizzati nemmeno idrogeno, ossigeno, azoto e carbonio di prima scelta, ma tutta roba sintetica?
Ecco come si va a finire quando al liceo si perde tempo a far casino insieme agli altri figli di papà della borghesia rossa romana e ci si perde quel poco di istruzione scientifica che ti passano i programmi ministeriali, per poi finire con quattro ciellini segaioli a leggiucchiare solo teologia, per giunta senza sostegno dei fondamentali. Per carità di Dio, regalategli un manualetto di biologia, così si chiarisce le idee su come, nella fecondazione assistita, la «costruzione chimica della persona umana», se proprio così la vogliamo chiamare, si ha in modo del tutto simile a quella che segue la fecondazione «naturale»

Il problema Croce, ancora


Devesserci asperrima tenzone per il titolo di «massimo specialista di Croce oggi in Italia», perché passa continuamente di mano: fino a due giorni fa, pareva saldamente in pugno a Corrado Ocone, oggi La Stampa, per la firma di Federico Vercellone, dice che è la volta di Paolo DAngelo, di cui fino a ieri – nostra culpa, nostra maxima culpa – ignoravamo pure lesistenza. Per i tipi di Quodlibet, il nuovo «massimo specialista di Croce oggi in Italia» manda in libreria un volume che sintitola Il problema Croce, che il quotidiano torinese si precipita a recensire, ed è qui che scopriamo che il problema sussiste, non tanto perché qualcuno sia infine capace di dirci a cosa serva più un sistema filosofico che faceva già acqua quando Croce era in vita, quanto perché non viene meno la lena di chi tenta disperatamente di tappare i mille buchi.
«Abbiamo a che fare – leggiamo – con il nume che ha dominato la cultura italiana per decenni, che fatica ora a profilarsi nella nostra memoria culturale come quel grande olimpico classico che fu invece in vita». Si tratta di un grazioso bouquet di eufemismi: Croce era un camorrista che faceva e disfaceva carriere muovendo il solo mignolo, e lunico criterio a guidarlo era la venerazione dimostrata nei suoi confronti. Doveva essere assoluta, incapace di concepire critica, anche se da lui intravista solo in trasparenza. In quanto alla fatica a profilarsi oggi nella nostra memoria culturale eccetera, vorrei vedere: tutta la naftalina in cui lhanno amorevolmente tenuto le figlie è finita, lo Stato non sgancia più un soldo.
«Il suo sistema appare obsoleto e arretrato il suo atteggiamento culturale anche in forza del polemico atteggiamento nei confronti di discipline come la sociologia e la psicoanalisi». Tutto proprio come «appare»: di fronte a Croce perfino Bergson e Comte sembrano moderni. Che resta? «Alla base della ricezione attuale di Croce resta in fondo l’Estetica del 1902», nella quale non si fa mistero che «Croce liquida, con un quasi oltraggioso colpo di spugna, tutti le grandi categorie che avevano pervaso la tradizione. A fronte del dominio assoluto della bellezza da lui sostenuta, venivano messi da parte il comico, il sublime, il patetico, il tragico, l’umoristico, e poi la partizione delle arti e i loro principi specifici. E il critico, privato dei ferri del mestiere, sembrava di colpo indotto ad affidarsi alla sola intuizione per esercitare il proprio mestiere». Cè di più, e non è carino ometterlo: lintuizione unicamente valida a stabilire dove vi fosse bellezza assoluta, e dove no, doveva essere la sua.
Per evitare che tutte le copie vadano vendute appena messe sugli scaffali, domani correremo in libreria ad acquistare il volume di Paolo DAngelo, poi vedremo se lì dentro cè qualcosaltro a salvare Croce oltre al solito «antifascista che seppe dialogare con i vertici della cultura europea in tempi quanto mai difficili, e resistere, da grande e onesto aristocratico, al conformismo della società italiana dell’epoca», lipsanoteca che conserva i resti di uno che sul fascismo espresse ottimi giudizi fino al 1925, e a cui il fascismo consentì di scrivere e pubblicare mentre ad altri antifascisti non consentì neppure di respirare.

mercoledì 15 giugno 2016

«Il gioco più bello del mondo»

Premessa
Di calcio capisco poco o niente, quindi la domanda che qui porrò non è retorica, ma mossa da genuina ignoranza. Diciamo che non sono mai stato in grado di penetrare la logica che informa il mondo del calcio, sicché in certe occasioni – quanto segue circostanzia una di queste – sono costretto a chieder lumi a chi dentro ci sguazza, e conosce a memoria la formazione di tutte le squadre di serie A, B e C aggiornate agli ultimi movimenti del mercato con allegato listino dei prezzi di acquisto e di ingaggio, sa distinguere il calciatore X dal calciatore Y dal dettaglio di un tatuaggio in un particolare di fermo-immagine ancorché sfocato, a richiesta sa fornire informazioni su tutti i calendari degli incontri di campionato e di questa o quella coppa, per non parlare della piena padronanza dellidioletto indispensabile a discutere coi suoi pari. Sono certo che fra i lettori di questo blog non manchino tali esperti, probabilmente sono quelli che, quando cito Perelman e Olbrechts-Tyteca o mi intrattengo sul réferé législatif, nella pagina dei commenti mi lasciano un «ma di che cazzo stai a parla’?»: è ad essi che mi rivolgo.

Questione
Leggo su gazzetta.it quanto segue: «Vincendo il proprio girone, gli azzurri guadagnano un giorno di riposo in più (questo è certo) e verosimilmente affronteranno agli ottavi chi tra Croazia e Spagna, le due big del gruppo D che hanno già fatto festa al debutto, chiuderà al secondo posto. Se invece Conte finirà secondo, si apre un altro scenario: la prima avversaria nella fase a eliminazione diretta sarebbe la vincente del gruppo F, quello delle sorprese, dove le favorite Portogallo e Austria hanno già steccato e al momento cè in testa lUngheria. E qui scatta la provocazione: siamo proprio sicuri che arrivare primi conviene? [...] Facciamo un ulteriore passo avanti: la vittoria del girone ci porta dal lato “sbagliato” del tabellone, proiettandoci (teoricamente) verso un incrocio ai quarti con la Germania (e in semifinale con la Francia padrona di casa). Arrivando secondi atterriamo sul lato morbido, perché (sempre in linea del tutto teorica) lInghilterra sarebbe eventualmente la squadra più forte da affrontare».

Domanda
Sarebbe questo, «il gioco più bello del mondo»

Ieri, oggi e domani

Ieri
Ricordate Anders Breivik? Il 22 luglio 2011 si armò di tutto punto, piazzò alcuni ordigni nei pressi di alcune sedi del governo, a Oslo, li fece esplodere, poi si diresse a Utoya, isoletta in mezzo al lago Tyrifjorden, dov’era in corso un seminario dei giovani del Partito laburista norvegese, e cominciò a sparare: 77 morti in tutto. All’inizio non si capì bene chi avesse combinato quel macello, ma Il Foglio pensò di poter andare a colpo sicuro e il giorno dopo, in prima pagina, ci disse che la strage era islamista. 


Quando fu chiarò che al Qaida non centrasse niente, Il Foglio accusò un po di imbarazzo, che divenne pesantuccio quando lautore della strage si dichiarò «cultural conservative, revolutionary conservative, Vienna school of thought, economically liberal, christian, protestant but I support a reformation of protestantism leading to it being absorbed by catholicism», e ovviamente anti-multiculturalista e anti-islamista: un fogliante, praticamente, gli mancava solo qualche pelo del culo di Berlusconi incastrato tra gli incisivi. Allora Il Foglio pensò bene di presentarcelo come un mattocchio: «semplicemente un folle», «un cretino apocalittico»Anche qui lazzardo buttò male: le perizie psichiatriche nel corso del processo chiarirono che fosse sempre stato capace di intendere e di volere, solo un pochino narcisista. Più lucido di Ferrara, insomma.
Non mancò neppure qualche voce, sul simpatico giornalino, che per coprire di segatura la professione di fede cristiana di Breivik cercò di spacciarlo come neonazista. Non aveva avuto la pazienza di leggere con attenzione le 1.518 pagine del suo manifesto: «Whenever someone asks if I am a national socialist I am deeply offended. If there is one historical figure and past Germanic leader I hate it is Adolf Hitler. If I could travel in a time-machine to Berlin in 1933, I would be the first person to go with the purpose of killing him» (pag. 1.162).

Oggi
Perché riandare al 2011? Perché ieri, riguardo alla strage consumata da Omar Mateen a Orlando, Ferrara ci assicurava dalla prima pagina de Il Foglio che «l’argomento dellomofobia è farlocco», invitandoci a evitare «depistaggi antropologici»: «La paura del sesso e del corpo libero e indifferenziato c’è, ma è una paura tra le paure eguali (la donna emancipata, la lettura critica dei testi, la libertà di culto e di coscienza, le vignette libertine, le vestigia della storia umana preislamica) suscitate da un’idea di profetismo assolutista e intimidatorio che considera diverso e apostata tutto quel che sta fuori dal confine della coscienza religiosa maomettana». Unomofobia tutta contestuale al fanatismo islamista, insomma.


Neanche il tempo di buttare Il Foglio nella spazzatura che già il web ci aggiornava sulla personalità dellautore della strage: 


Omofobo e islamista, vabbe’, ma gay e islamista? C’è da attendersi una sconfessione da parte dell’Isis: «Pardon, come non detto: non era dei nostri». Ma poi: gay e omofobo, è possibile? Possibile, possibile.


Domani
Eccellente alternativa a un’eventuale legge che neghi agli omofobi il diritto di parola: prima ti sottoponi al test del dottor Adams et coll., poi puoi dire quel che vuoi. 

martedì 14 giugno 2016

[...]


Tutti i monoteismi sono omofobi, ma da qualche tempo – neanche poi tanto, a guardar la storia dallalto – lebraismo e il cristianesimo hanno perso il braccio secolare che a lungo consentì loro di discriminare, perseguitare e uccidere chi fosse omosessuale, sicché resta loro solo la condanna morale, peraltro costretta a trovar forme assai bislacche, comè nel caso del Catechismo della Chiesa Cattolica, che sul rogo lascia la pratica omosessuale («gravi depravazioni», «atti intrinsecamente disordinati», «contrari alla legge naturale», «in nessun caso possono essere approvati»), lasciando benevolmente scendere quanti la praticano («a loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione»). (Provate a farlo con qualsiasi altro peccato mortale, vedrete che spasso.)
Tra i monoteismi solo lislam resta coerentemente omofobo. Sarà perché è più giovane del cristianesimo (quasi sei secoli) e dellebraismo (oltre un millennio)? Sarà perché nei paesi di tradizione islamica non è arrivata ancora la stagione illuminista e lì la religione ancora ammorba la vita umana come da noi era fino all’altrieri? Boh, chissà, sta di fatto che oggi, per poter dar pieno sfogo alla propria omofobia, soprattutto per darle quel tocco di missione per conto di Dio che d’altronde è necessario anche a tante altre psicopatologie, un omofobo come si deve può fare solo riferimento allislam, sennò ci ricava solo la tapina figura di un Langone o di un Adinolfi, dolorosamente costipati di quel loro «vorrei ma non posso».
Oddio, non è manchino eccezioni, ogni tanto arriva sulle pagine dei quotidiani l’ebreo ortodosso o il cristiano integralista che ha ucciso quattro o cinque omosessuali, ma puntuale arriva l’esecrazione del rabbino o del cardinale, e il povero omofobo si ritrova solo col suo Dio, e tutti intorno a dirgli che lo ha frainteso, e lui a citare versetti su versetti, e quelli a dirgli che li ha interpretati male... Una tragedia nella tragedia, via, è naturale che a un omofobo come si deve non resti che l’islam, lì per di più non c’è un vicario di Dio in terra a piallargli di continuo i comandamenti.
Certo, c’è bisogno di un minimo di accreditamento, ma per quello non c’è problema: quello che a chiunque farebbe scendere una spaventosa uàllera (video con barbuti sacripanti dal ditino sempre rivolto al cielo, canti tutti in nasale che a 0:30 già scatenano l’emicrania, chattate che per sette ottavi è tutto un «Allah è grosso, Allah è forte, Allah è bello»...) può essere una passeggiata di salute per chi ha zecche a succhiargli il cervello. Se poi ha almeno un genitore o un nonno originario di un paese arabo, non cè neanche bisogno, basta che scenda sotto casa a comprare un AR-15 e può contare sull’affiliazione all’Isis anche post mortem: vai, omofobo, vai tranquillo, spara, uccidi, ché poi un Giuliano Ferrara a dire che è tutta colpa del Corano, che Langone è una mezzasega di omofobo mentre tu sei un omofobo vero, un omofobo con le palle, lo trovi.
Certo, tutto sto bordello perché hai visto due maschi baciarsi... Sarà mica che ti sei eccitato e la cosa ti ha terrorizzato?


lunedì 13 giugno 2016

Il retrattore di Percy


È assai frequente che dallarto aggredito da un processo gangrenoso si levi un fetore talmente insopportabile da rendere estremamente dura la caritatevole opera di chi assiste il paziente che ne è affetto. È che, a differenza di quanto avviene con tutti gli altri sensi, i recettori deputati alla percezione olfattiva afferiscono a una delle porzioni più antiche del nostro cervello senzalcuna intermediazione e modulazione talamica nel collegamento a quelle aree più giovani della nostra corteccia cerebrale dove la sensazione acquista il connotato specie-specifico umano, conservandole così quel tratto belluino che riverbera inevitabilmente nella reazione allo stimolo: come dimostra l’enorme importanza che gli odori continuano ad esercitare, talvolta in modo incontrollabile, in ambito sessuale, nel corso dellevoluzione lolfatto ha conservato tutti i suoi caratteri più ancestrali, molti dei quali antecedenti addirittura allo stadio in cui eravamo scimmie. Questo spiega perché in casi simili listinto possa facilmente prendere il sopravvento sulla ragione, che invece sa nitidamente distinguere in chi effonde il miasma gangrenoso il malato bisognoso di rispetto e di cura. Perché la ragione possa aver la meglio sullistinto, tuttavia, occorre disarticolare la reazione dallo stimolo, e per far questo basta saper distinguere il malato dalla malattia, cosa che quasi sempre è resa possibile da un procedimento logico abbastanza elementare: il poveretto puzza, puzza di brutto, ma non è certo colpa sua: è affetto da una patologia, che potrà pure essere stata agevolata da un malsano stile di vita, dalla sua incuria, ma questo non autorizza a giudizi morali, né solleva dallobbligo di prestargli assistenza, sacrificando il naso, e non solo, com’è con l’extrema ratio della pietosa amputazione dellarto, dove sia il caso.
Per questo occorre essere grati a Eugenio Scalfari: nel corso del dialogo avuto con Matteo Renzi a RepIdee, riportato ieri da la Repubblica, è stato capace di strappargli unaffermazione che ci costringe a mettere da parte lincommensurabile schifo che ci infligge come uomo e lincoercibile disprezzo che ci infonde come politico, per indurci a quellelementare procedimento logico che ci consente di vedere in lui il malato, nientaltro che la vittima di ciò che la personalizzazione della politica ci ha invece indotto così spesso a ritenere connaturato al leader narcisista e arrogante,  e drogato di autostima. Insomma, per non tirarla troppo a lungo, grazie a Eugenio Scalfari ci è stato dato modo di capire che Matteo Renzi puzza, e di brutto, e senza dubbio è puzza che gli viene dal di dentro, ma che la questione non si risolve dandogli del puzzone. Di più: facendoci distinguere il malato dalla malattia, ci è stato dato modo di evitare lerrore di ritenere che basti dar libero sfogo al disgusto per fare anche un solo passo avanti nella profilassi della personalizzazione della politica, gangrena da sempre endemica in società segnate dall’ignoranza e dalla soggezione in cui vengono compresse le masse.
È in questo stato di compressione, infatti, che vengono a realizzarsi quelle condizioni di anaerobiosi – vera e propria asfissia del pensiero – che favorisce lattecchimento e lo sviluppo dei germi che distruggono il tessuto della democrazia, liberando i fetidi prodotti del suo disfacimento. Primo fra tutti, il mito della governabilità, alla quale sarebbe lecito sacrificare il «pregiudizio» che la rappresentatività è il cuore stesso della democrazia. Poi, la certezza che governare stia nel sapiente ricircolo di paure e speranze operato da unélite in grado di produrre alla bisogna le une e le altre, proiettandole a dovere in una narrazione che riduca il cittadino a spettatore di un destino che gli è estraneo. Ancora, la convinzione che alle masse basti dare un nemico al giorno e un obolo ogni tanto per meritare quel silenzio-assenso da poter essere vantato come consenso. Non cè bisogno di analisi gascromatografica per riconoscere in queste ammine volatili i prodotti della putrefazione che ha trasformato il popolo in plebe, il voto in plebiscito, l’informazione in propaganda, lo stato in una piramide corporativa cui in cima siede l’intercambiabile uomo di paglia da bruciare quando diventa inservibile.
«Penso che dobbiamo fare al massimo due mandati: sarei disposto a firmare qualsiasi legge in questo senso», così ha detto Matteo Renzi, riferendosi alla carica di Presidente del Consiglio, per assicurarci che non ha intenzione di «governare lItalia per 15 anni», diffidando chi voglia attribuirgliela («lo querelo»). È evidente che gli sfugga che un tal limite trovi senso nel caso in cui una carica sia direttamente espressa dal popolo, come accade per il Presidente degli Stati Uniti, per quello della Repubblica Francese e per quello della Federazione Russa, dove ha il fine di evitare che il notevole potere concesso all’uomo che la riveste per un periodo troppo lungo possa degenerare in arbitrio. Potrebbe aver senso per gli eletti dal popolo, ma che senso avrebbe un limite di due mandati in una democrazia parlamentare dove le massime cariche dello stato, ivi compresa quella del Presidente del Consiglio, non sono espresse direttamente dal voto popolare? Per meglio dire: cosa porta Matteo Renzi a volerci dare una garanzia che non avrebbe alcuna ragion dessere se davvero, come ha più volte affermato, la riforma costituzionale e la legge elettorale da lui volute non stravolgono limpianto di una democrazia parlamentare? Pare palese la contraddizione, che rivela in lui il disegno di un presidenzialismo camuffato, tanto più pericoloso rispetto a un presidenzialismo esplicitamente rivendicato perché privo di ogni contrappeso istituzionale. È un progetto che puzza, e di brutto, ma giacché sappalesa in modo da lasciar credere che Matteo Renzi ne sia agito piuttosto che esserne attore, eccoci costretti a non lasciar far tutto al naso: occorre trattenere lo schifo e tener pronto il retrattore di Percy. 

venerdì 10 giugno 2016

Parliamo un po’ di Napoli


Di regola rinuncio a scrivere della città in cui vivo, perché per farlo dovrei tradire limpegno alla discrezione che mi assumo nellesser messo a parte di confidenze che costituirebbero la sola fonte dalla quale potrei attingere. È impegno che assumo innanzitutto dinanzi a me stesso, perché di queste confidenze non sono in grado di accertare la piena veridicità, anche se spesso dallincrocio di quel che mi dice Tizio con quello che mi dice Caio ricavo una discreta verosimiglianza di quel che mi hanno detto entrambi, però sarei disonesto se negassi che la discrezione mi è imposta pure dall’interesse ad evitare noie e a non guastare delle amicizie che in alcuni casi datano decenni.
È che di quello che accade a Napoli so quasi esclusivamente quello che mi raccontano a cena i miei amici: molti avvocati, due giovani magistrati, un ufficiale della Guardia di Finanza, qualche medico, un giornalista, due o tre capere che non ho mai capito come facciano ad essere sempre aggiornatissime sulla vita erotico-sentimentale di chiunque abbia un minimo di visibilità sociale, il responsabile di un istituto di credito...
Una dozzina di anni fa – qui immagino che il mio lettore storcerà il muso – mi onorava della sua amicizia anche un Sempronio poi morto crivellato di pallottole a unuscita della Tangenziale: imprenditore edile, ufficialmente, ma straordinariamente addentro a tutti i più minuti stracazzi delle faccende politiche locali. Molto affezionato perché convinto che avessi salvato la vita a sua figlia – inutile ripetergli che si era trattato di una diagnosi  di cui sarebbe stato capace chiunque – mi invitava alle sue feste di compleanno, e due o tre volte non ho potuto fare a meno di andarci.
Più che per il vino e per la grappa, che peraltro cogli anni reggo sempre meno, è per lenorme mole di fatti e nomi che vengono riportati in queste occasioni che da tavola mi alzo ogni volta come stordito, spesso senza aver capito nulla degli intrecci che temo si dia per scontato io non possa non aver colto al volo. Non ho mai retto i romanzi corali, non riesco a seguire storie che contengano più di cinque o sei personaggi, dunque il giorno dopo è tutta merda che ritorna nella fogna.
Brunella mi sfotte: dice che, se non avessi sprecato tutto il mio tempo libero a leggere e a scrivere, se avessi messo a frutto tutte le informazioni dalle quali entravo e uscivo, sapendo far buon uso di una così ben assortita gamma di conoscenze, ora sarei sempre un Luigi, ma di cognome farei Bisignani. Le dico che sbaglia, che non sarebbe bastato: occorreva un interesse vero per questa città, e invece io non sono mai riuscito a farmela piacere troppo, guardando sempre con sospetto chi dichiarasse di amarla tanto.
Sospetto mai sprecato invano: quasi sempre era volgare campanilismo, un campanilismo non di rado simile allamore che lega un figlio a sua madre anche se quella è affetta da sindrome di Münchausen per procura, e gli mette candeggina nel latte, pezzi di vetro nelle polpette, per potersi mettere in posa da Addolorata, col cuore trafitto da sette spade, intascando la colletta organizzata per mandarlo a curarsi allestero, spesa tutta per giocare numeri al lotto, senza beccare mai neppure un ambo; sennò tonto candore di turista tornato a casa senza aver subìto scippo tra il «wonderful!» davanti al Cristo velato della Cappella di Sansevero e il «wow!» davanti a una sfogliatella di Scaturchio; oppure, e neanche tanto di rado, perché Napoli può davvero sembrarti il paradiso nel quale il tuo disturbo antisociale di personalità sia meritatamente considerato amore per la libertà, la tua totale mancanza di dignità trovi dovuto apprezzamento come arte del sapersi arrangiare, la tua sguaiataggine passi per spigliata disinvoltura.
La nascita del mio ultimo figlio – un figlio concepito a 55 anni – ha inevitabilmente rinverdito la cerchia delle conoscenze e delle amicizie, dandomi modo di aggiornarmi su quanto va accadendo ultimamente in città attraverso gli occhi dei trentenni e dei quarantenni coi quali mi intrattengo a margine dei compleanni dei nostri bambini. Niente, sempre tutto uguale, a conferma di quanto si è detto la sera prima, a cena con lavvocato cinquantenne.

Ecco, ancora una volta sono partito pensando a una breve premessa che mi consentisse di introdurre il tema – tutto quello che è accaduto a Napoli alla vigilia del primo turno delle Amministrative, e quello che sta accadendo in questi giorni che precedono il ballottaggio tra De Magistris e Lettieri – ma, per cercare di spiegare perché il racconto dovesse necessariamente essere zeppo di allusioni, il brodo mè venuto così lungo che al riassaggio mi decido a rinunciarci.