martedì 17 gennaio 2017

L’ottimismo è di sinistra (e pure marxista)

Nelledizione online di Left Wing, martedì 17 gennaio, compare un articolo a firma di Francesco Cundari che fin dal titolo, Lottimismo è di sinistra (e pure marxista), solleva molte perplessità.
Chio sappia, lunica volta che il termine «ottimismo» fa capolino in un testo «di sinistra» è per scoraggiare dal considerarlo una risorsa: si tratta del duro rimprovero che Gramsci muove a chi pensa che la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto autorizzi a credere che il capitalismo sia destinato a implodere di suo, senza bisogno di dargli neanche un colpetto (Quaderno XXVIII, III), quasi che, con quel «tendenziale» (Il Capitale, III, III), Marx intendesse dire: «Proletari di tutti i paesi, mettetevi comodi, tanto prima o poi tutto il sistema verrà giù da solo». Lettura che Gramsci dice sia da «oppiomani».
E dunque cosa porta Cundari a scrivere che lottimismo è «pure marxista»? Il riferimento sarà per caso a quell«ottimismo» che, nel chiudere la pagina, Gramsci dice possibile solo come espressione di «volontà» a fronte del necessario «pessimismo» imposto dalla «ragione»? Non siamo autorizzati a crederlo, daltronde Cundari non cita Gramsci, ma il Manifesto del partito comunista, che gli pare «intriso – appunto – di ottimismo». Sarà pur vero, ma è ottimismo che non fa mistero di avere come ultimo orizzonte «il violento abbattimento della borghesia»
Viene il sospetto che Cundari si sia lasciato prendere un po troppo la mano nel tentativo, peraltro temerario, di accreditare a Renzi qualcosa «di sinistra». Esplicito, infatti, è il riferimento a quellottimismo che Renzi avrebbe più volte dimostrato nel dare del «gufo» o del «rosicone» a chiunque sollevasse dubbi sulla sua azione di governo: a chi per ultimo glielha rimproverato (la Repubblica, 15.1.2017) Renzi ha risposto che «lottimismo fa parte della politica», e questo, per Cundari, sarebbe prova che in Renzi, ancorché modificato, cè del dna che è «di sinistra (e pure marxista)».
«Un leader di sinistra – scrive – deve trasmettere un messaggio di speranza, non di disperazione. Deve infondere fiducia, non seminare sfiducia»: direi ci sia abbastanza per definire «leader di sinistra» pure il Berlusconi che tentava di infonderci fiducia dicendoci che la crisi era uninvenzione dei suoi oppositori, perché i ristoranti erano sempre pieni e non si riusciva a trovare un posto sugli aerei.
In realtà, ce ne sarebbe abbastanza pure per consigliare a Cundari, persona che ci è simpatica (come direbbe Totò) «a prescindere»: Ciccio, lascia perdere, è impresa disperata. 

lunedì 16 gennaio 2017

[...]

Viene da princeps, che a sua volta viene da primus, quindi è naturale che il principio (ogni principio) inclini a dare uno spiccato tratto imperativo a quanto ci precetta, con ciò esigendo da noi quellobbedienza assoluta che non di rado implicherebbe il disattenderne un altro, dando così luogo a un conflitto che può trovare soluzione solo in un bilanciamento tra i due, che però di fatto li sacrifica entrambi, perché un principio (ogni principio) viene sempre a essere mortificato dal compromesso, e tuttavia (si pensi al conflitto tra principio di piacere e principio di realtà) è proprio grazie ad accomodamenti del genere che si riesce a 

Eviterei di scomodare i massimi sistemi, limitandomi a far presente al titolare del Ministero dello sviluppo economico che il richiamo al principio di riservatezza per opporsi a che siano resi noti i nomi degli insolventi che hanno portato al crac il Monte dei Paschi di Siena, al quale si è posto rimedio con una ventina di miliardi presi dalle tasche dei contribuenti (a quei quattro sfessati del M5S, che ne chiedono diciassette per il reddito di cittadinanza, si è soliti rispondere che è una proposta campata in aria, perché è impossibile trovare la copertura), confligge un pochetto col principio della trasparenza nell’impiego delle risorse pubbliche: perché chi si addossa l’onere di colmare una voragine non avrebbe diritto di sapere chi lha scavata? A scavarla sarebbe stato chi ha concesso i prestiti, non chi li ha avuti e non li ha restituiti, così argomenta il signor ministro, e senza dubbio questo è vero, ma giacché è altrettanto vero che il denaro non veniva prestato a tutti (a quanti poveri cristi sarà stato negato un mutuo per la prima casa o per risistemare la bottega?) che male c’è a cercare di farsi un’idea su quale tipo di clientela riuscisse invece a farselo prestare, e come, e perché? Se la colpa è di chi concedeva il prestito, non ha alcuna importanza sapere perché lo ha concesso a Caio, e a Tizio no? Pare evidente che sia stato prestato denaro, e tanto, a chi non avesse modo di poter offrire congrue garanzie di solvibilità: perché non deve esser dato sapere di quali strumenti potesse essere in possesso per renderle superflue al momento della richiesta? 

domenica 15 gennaio 2017

Medicina fai-da-te


Vi eravate illusi che ce lo fossimo tolto per sempre dai coglioni? Non prendetela come unoffesa, è una diagnosi (e scusate la brutalità, ma per dirlo non cè altro modo): non avete speranze, siete allo stadio terminale della fessaggine.
Condizione altrettanto grave, ancorché con prognosi meno severa, se vi eravate illusi che ce lo fossimo tolto dai coglioni almeno per qualche tempo: siete seriamente fessi, ma ricovero durgenza, adeguata terapia e un pizzico di fortuna vi danno ancora il lumicino di qualche speranza, salvo complicazioni. Qui, però, occorre far opportuna distinzione per gradi. Pensavate saltasse il prossimo congresso del partito o addirittura le prossime elezioni politiche? La terapia d’attacco sarà giocoforza assai pesante, quella di mantenimento estremamente lunga. Contavate non si rifacesse vivo almeno fino al primo dei due appuntamenti? Trattamento meno duro, ma comunque impegnativo. Avevate scommesso su marzo o aprile, con un rientro tipo «cervo a primavera»? Dopo alcuni mesi di degenza, potreste sperare di avere il consenso alle cure domiciliari.
Se invece pensavate che la mazzata del 4 dicembre gli fosse almeno servita da lezione, la cosa è assai meno grave, ma sia chiaro che sempre fessi siete, sicché sarebbe da sconsiderati rifiutare le dovute cure e il lungo ma indispensabile trattamento riabilitativo consistente in ripetuti cicli di «star sotto» al gioco dello «schiaffo del soldato».
Ultimo quadro clinico: sapevate esattamente, eventualmente già nel mentre glielo sentivate dire la prima volta, quanto valesse quel «se perdo il referendum, non è soltanto che vado a casa, ma smetto di far politica» (12.1.2016); dai coglioni non ha mai smesso di salirvi il presentimento che non avreste dovuto aspettare troppo per rivedercelo sopra, e questo eventualmente già nel mentre lo sentivate dire che, «quando uno perde, non fa finta di nulla, andandosene a letto e sperando che passi velocemente la nottata» (4.12.2016); allannuncio che si stesse preparando a farlo già per metà gennaio, poi, non vi siete illusi che quel «cambieremo strategia» (24.12.2016) potesse significare più di tanto; tuttavia avete pensato – e qui sta la fessaggine, seppur in forma assai attenuata rispetto a quella dei tre quadri clinici sopra descritti – che sulla scena si sarebbe visto un Matteo Renzi almeno un po diverso da quello già tristemente noto: stessa faccia di cazzo, naturalmente, e stesso narcisismo, stessa irresistibile compulsione a mentire e a manipolare, ma almeno sotto un velo di finta bonomia, di falsa modestia, di ipocrita umiltà.
Bene, con l’intervista concessa a Ezio Mauro (la Repubblica, 15.1.2017), che mostra un Matteo Renzi in tutto simile – ma proprio in tutto – a quello che era strasicuro di vincere il referendum del 4 dicembre, a ogni fesso è offerto un prezioso strumento di autodiagnosi con l’opportunità di dare alla propria fessaggine il corretto inquadramento clinico. Uno dei pochi casi in cui la medicina fai-da-te è caldamente consigliata. 

mercoledì 11 gennaio 2017

Corrispondenze

Caro Luigi, ti scrivo privatamente per un semplice motivo di comodità nella gestione del testo; come ogni nostra precedente corrispondenza, non ho alcuna obiezione a che tu ne faccia l'uso pubblico che tu possa eventualmente preferire.
Lo faccio perché due dei tuoi ultimi post (Verità e post-verità, del 2 gennaio e Prevedibile qualche problemino, del 9) mi pare sollevino questioni che, ancorché assai significative di per sé, sarebbero ben poco cogenti all'occasione che le ha generate. Trovo infatti che il tema delle bufale, o fattoidi, sia del tutto altro rispetto alle solenni tematiche aletologiche da te evocate: non ne va, infatti, dello statuto della verità e della sua conoscibilità, con tutte le inevitabili implicazioni ontologiche; problema che, lo dico en passant, si pone inevitabilmente per ogni verità a priori, anche se ovviamente in termini diversi, sia essa conosciuta per fede o per deduzione.
Per meglio dire, è chiaro che le verità di fede implicano di necessità la verità di un quadro onto-teo-logico ben definito, con tutti gli inevitabili trattini, ma sappiamo anche che la verità puramente logica della corretta deduzione di un assioma non è affatto priva di ambiguità epistemologiche, gnoseologiche e, ancora una volta, ontologiche (qual è lo statuto esistenziale di una proposizione analitica? in che modo la sua irriducibilità a qualsiasi esperienza può comunque trovare accesso alla sfera empirica, tanto da essere compresa e persino evidente?). Ma tutto ciò mi pare, semplicemente, fuor di luogo, proprio perché stiamo parlando di una specie forse minore di verità, senz'altro di una specie che attiene specificamente ed esclusivamente ai dati di fatto, e che è accessibile attraverso metodi ben sperimentati di verifica e falsificazione. Proprio per questo, si tratta di una tipologia di proposizioni perfettamente coincidente con la serie completa del suo repertorio fattuale, dunque perfettamente identificabile attraverso semplici esempi, come questo o quest'altro. Insomma, le bufale sono semplicemente informazioni dimostrabilmente false (entro i semplici limiti delle verità di fatto e secondo i metodi consuetamente accettati come buone pratiche elementari dell'informazione affidabile e corretta), che vengono messe in circolazione attraverso i media, siano essi quelli tradizionali di tipo "verticale" o le (relativamente) nuove reti sociali di tipo "orizzontale". L'esempio classico mi pare quello dei Protocolli dei Savi di Sion, la cui falsità era stata ampiamente dimostrata fin dal 1921, ma che hanno continuato a esser presi e spacciati per veri, e continuano ancora oggi.
Anche la nozione di post-verità mi pare abbastanza pacifica, almeno per quanto riguarda il suo significato proprio: si tratta dell'uso continuativo di bufale per costruire una rappresentazione approssimativamente coerente della realtà, a cui fare riferimento per ottenere consensi e per trasferire al suo interno il dibattito politico, con il risultato di dichiarare irriducibilmente nemico, se non manipolatore a sua volta della verità, chi rifiuta questa rappresentazione. Anche in questo caso, mi pare che l'esempio dei Protocolli sia sufficientemente cogente.
Tutto questo per dire che la questione non riguarda la semantica ma la pragmatica, non lo statuto della verità ma le modalità con cui le informazioni entrano nel circuito del discorso pubblico e orientano la formazione della volontà politica. Trovo che questo sia anche il terreno su cui affrontare la questione, eminentemente politica anch'essa, dell'opportunità o meno di un'autorità che verifichi la validità delle informazioni; soprattutto, trovo che sia su questo terreno che vada cercata la risposta alla prima domanda che sollevi in Prevedibile qualche problemino (perché questa necessità non è avvertita anche per quelle che sono sempre circolate e tuttora circolano in tv e sulla stampa, né mai è stata avvertita in passato, quando il web non esisteva [...] ? [...] perché questa necessità è avvertita solo adesso che il web è diventato un canale informativo alternativo a tv e stampa?): lo statuto specifico delle bufale sul web andrebbe infatti cercato, a mio parere, nella loro specifica efficacia nella formazione di quel costrutto che abbiamo appena definito post-verità. In altre parole: sappiamo bene cosa potrebbe succedere al lasciar libero corso ai Protocolli sulla stampa, e ci siamo dotati di strumenti legislativi abbastanza efficaci per contrastare una simile eventualità, ma le caratteristiche della loro circolazione sul web richiedono forse che le eventuali misure di contrasto, per essere efficaci, debbano subire quanto meno una ricalibratura.
Intendiamoci, anch'io sono contrario a che se ne occupi una qualche autorità costituita e, si parva licet, ho provato a fornirne qualche ragione qui, ma ciò non credo possa togliere nulla alla centralità della questione delle informazioni, della loro qualità, dei loro canali di diffusione e delle loro modalità di fruizione, all'interno del discorso pubblico. Ritengo comunque che non si faccia un gran servizio. Ritengo, insomma, che si tratti di fact-checking e non di aletologia, e che non si faccia gran servizio a confondere deontologia e ontologia. Ma su questo sono convinto che saprai illuminarmi meglio.
Con immutata stima,

Nane Cantatore


Caro Nane, quando la discussione prende a oggetto un termine ambiguo, io non vedo miglior modo di evitare fraintendimenti che accordarsi sul significato che gli si intende dare. Ti dirò di più: coltivo l'illusione che basti trovare questo accordo, procedendo con l'analizzare la natura del nesso tra significante e significato, e questo è sempre possibile, per poter almeno chiarire a dovere le proprie posizioni, che non è affatto sufficiente a ricomporle, rivelandone la solidità argomentativa, per quanta ve n'è. Non m'è parso di consumarmi in solenni tematiche aletologiche: direi che col primo dei post citati mi sono intrattenuto a riflettere sul termine post-verità che, avendo necessariamente qualche relazione con quello di verità, credo meritasse un minimo di attenzione sul piano semantico; nel secondo, invece, ho riflettuto sul soggetto che da più parti viene evocato come superiore autorità cui affidare il compito di stabilire ciò che è vero e ciò che è falso. Ora, tu mi fai notare che il problema non è semantico, ma tutto politico, e che il falso in questione è dimostrabilmente tale entro i semplici limiti delle verità di fatto, mentre non mi è del tutto chiaro, e forse non lo è neppure a te, se sia davvero possibile una superiore autorità in grado di bonificare il web dalle bufale. Il problema è che io ritengo estremamente importante definire questi limiti, che non mi paiono poi così ben definiti, sicché l'esempio dei Protocolli dei Savi di Sion può tornar buono tutt'al più a dimostrare che questi limiti vadano definiti, non già che essi già lo siano. L'esistenza di Babbo Natale, per esempio, casca di qua o di là da questi limiti? Più in generale, direi sia meglio dare libertà di pascolo alle bufale, e libertà di caccia. Poi, sì, diamo al diritto penale la sua parte, caso per caso.  



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Caro Luigi, evidentemente ho attribuito a te lo stesso mio vizio di buttarla in filosofia, dal quale sono tanto affetto che se qualcuno mi dice, bontà sua, di volermi bene, mi chiedo subito se sia bene morale o metafisico, e in tal caso se da intendersi come perfezione della sostanza o pienezza degli attributi, e se questa perfezione vada intesa come vicinanza al bene supremo o non piuttosto come entelechia dell'ente rispetto a quanto esso ha di più proprio.
Ma, visto che stiamo ragionando su termini che si comprendano in modo adeguato e condiviso, propongo questa definizione di bufala, che mi pare stia del tutto all'interno delle verità di fatto e della loro verificabilità empirica: "bufala è la notizia (scil. informazione circa un nuovo stato di fatto o un cambiamento significativo di uno stato di fatto preesistente) dimostrabilmente (con strumenti e fonti ordinariamente accessibili) falsa, spacciata per vera attraverso canali di comunicazione fruibili da un pubblico eccedente la sfera dei contatti diretti del suo emittente". L'ultima puntualizzazione distingue la bufala dal pettegolezzo o dalla bugia, mentre quella sulla dimostrabilità con mezzi ordinari serve a circoscriverne la specie, separando i fatti dalle opinioni (se dico che la scoperta di una nuova specie di toporagno è una prova dell'onnipotenza divina dico una cazzata, ma non una bufala) e rendendo possibile l'attribuzione di responsabilità (se la bufala è falsificabile con mezzi ordinari, si può presumere il dolo da parte del suo autore).
Da questo punto di vista, l'esempio dei Protocolli è calzante, anche se sono d'accordo con te che si tratta di un caso-limite: si dimostra falso che vi sia stata una riunione dei Savi di Sion dal momento che si è dimostrata falsa la documentazione allegata, mentre che vi sia qualcuno che complotta, con maggiore o minor successo, resta un'opinione; a questa opinione, confutando la bufala, si toglie forza persuasiva, gettando discredito su chi, per sostenerla, è disposto a fabbricare prove false. Mi sembra che così si possa ottenere un buon esempio di quella che si intende come post-verità (temine orribile e fuorviante, concordo): l'uso sistematico di bufale per accreditare tesi prive di fondamento in stati di fatto effettivamente documentabili.
Ora, posto che una definizione, che penso ci troverebbe concordi, di democrazia sia quella di "metodo di governo orientato dai convincimenti, liberamente formati, della maggior parte dei cittadini". e che per la libera formazione di questi convincimenti la qualità delle informazioni sia una risorsa essenziale, credo ci si possa porre queste domande:
a. Le bufale rappresentano, in quanto tali, una possibile interferenza in questa libera formazione?
b. Esiste oggi una diffusione particolarmente significativa delle bufale, anche per effetto delle particolarità delle reti sociali, che ne favoriscono la diffusione e ne rendono particolarmente difficile la confutazione?
c. Esistono dei soggetti politici che traggono particolare vantaggio dalla circolazione delle bufale?
d. Esiste un interesse generale della collettività a limitare la circolazione delle bufale, e più in generale a far sì che la formazione dei convincimenti sia effettivamente libera?
e. Quali sono le forme di contrasto delle bufale che la collettività ha interesse a promuovere, anche tenendo conto dei costi per la libertà e della democrazia di eventuali forme di censura o di limitazione della circolazione di informazioni?
Penso che alle domande da a) a d) si possa rispondere affermativamente senza troppa difficoltà, anche se tutte meritano approfondimento e riflessione, per capire lo stato reale della società e delle sue dinamiche. Come spesso accade, i problemi sorgono quando si arriva come: sono dell'opinione, per una molteplicità di ragioni che vorrei esporre pianamente in un'altra occasione, che il progetto di una sorta di ufficio pubblico per il fact-checking sia sostanzialmente un'idiozia, ma credo anche che la caccia libera da te proposta, e da molti praticata, non sia sufficiente, per quanto lodevole. Insomma, il problema della democrazia è che gli ignoranti contribuiscono alla decisione, e che proprio loro siano, per una varietà di ragioni che sarebbe opportuno indagare, quelli più facilmente suggestionabili dalle bufale, e paradossalmente i meno permeabili alla loro confutazione. Ora, se è vero che l'imposizione dell'acculturazione ai bestioni è spesso stata foriera di disgrazie, credo sia altrettanto vero che subire il dominio di bestioni manipolati dalle bufale sia una condizione altrettanto disgraziata.
Ecco, mi piacerebbe aprire un dibattito serio su questi temi, che mi sembrano definiti con una certa chiarezza. Che ne pensi?
A presto,
Nane Cantatore



Caro Nane, il mio vizio è un altro: io la butto sempre in glottologia, filologia, linguistica, retorica e psicologia. Direi che mi interessa la parola, con tutto ciò che le sta sotto e dietro, ma anche sopra e davanti, e naturalmente a lato. Se mi prometti di non ridermi in faccia, ti confesso che già da qualche tempo la mia lettura preferita è quella dei dizionari, soprattutto quelli etimologici, quelli analogici, quelli dei sinonimi e dei contrari. Diciamo che, dopo aver speso tanto tempo sulla proposizione e sulla logica che la regge, sono passato ai moventi che stanno dietro la scelta dei termini che vanno a comporla. Così – faccio un esempio – leggo "evidentemente ho attribuito a te lo stesso mio vizio di buttarla in filosofia", e mi si pone la questione: "evidentemente" sta per "innegabilmente" o per "a quanto pare"? Ed è "evidenza" che si disvela per trasparenza, per luminosità o per limpidezza? Non c'è bisogno che mi soffermi troppo sulle differenze perché, invece di "ti ho ascritto" o "ti ho addossato", hai scelto "ti ho attribuito", e "attribuire" viene da "ad-tribuere", che rimanda a "tribus": tra appartenenti alla stessa tribù non c'è bisogno di troppe spiegazioni, ci si intende pure con un cenno. Scherzo, naturalmente, facevo autoironia sul vizio. Ma veniamo a noi. Non ho obiezioni da sollevare alla definizione che dai di "bufala", e nemmeno al fatto che, mettendo "post-verità" da parte, si eviti la discussione sul perché si sia voluto coniare proprio un neologismo del genere per qualcosa che è "solo" una "bufala". In realtà, a me premeva proprio questo problema, perché ammetterai che tra "fatto" e "verità" ce ne corre. Ma fa niente, saltiamo la "semantica" e cadiamo a pie' pari nella "politica". Rispondo sì alle domande al capo a., b., c. e d., ma su quella al capo e. rispondo no, e per una semplicissima ragione: una democrazia pedagogica – permettimi di condensare in questa espressione l'esigenza di censura che tu senti al fine di evitare "il dominio di bestioni manipolati dalle bufale" – è stretta parente della demagogia, come è evidente col togliere a "democrazia pedagogica", come quando si semplificano le equazioni, "peda-" e "-crazia". La "verità" – ma anche soltanto ciò che può spremersi dal più scientifico fact-checking – non si può imporre: deve vincere per consenso. Ti abbraccio.


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Mi pare di non "messo da parte" la nozione di post-verità, ma di averla corsivamente definita come "l'uso sistematico di bufale per accreditare tesi prive di fondamento in stati di fatto effettivamente documentabili": pur non amando più di te il termine, credo che il concetto vada salvato, in quanto puntualizza quel carattere sistematico che tende, come si è visto qualche volta nella storia, a farsi totalitario.
Non voglio ricadere nell'ennesima reductio ad Hitlerum, ma l'esempio delle innumeri bufale sistematicamente fattesi propaganda per creare consenso all'ascesa al potere di chi ne faceva uso, e per legittimarne le pratiche una volta realizzata quest'ascesa, questo esempio insomma indica ciò che segna il salto di qualità dai Protocolli a Goebbels; salto di qualità che si realizza in un continuum coerente, anche se non è certo necessario che si produca.
Eccoci così al punto saliente: l'esercizio impunito e continuativo delle bufale avvelena l'aria e intorbida le già poco chiare acque della società democratica, se non altro perché fornisce un vantaggio sleale a chi ne fa uso, e perché orienta la formazione della volontà popolare su questioni false o per lo meno impropriamente formate, con il risultato di sottrarre alla sfera pubblica ciò che maggiormente le dovrebbe appartenere, e cioè la deliberazione sulle questioni di maggior momento per la collettività.
Lo ribadisco: l'authority anti-bufale sarebbe, nel migliore dei casi, inutile, e conterrebbe comunque un germe autoritario e censorio altrettanto esiziale del male a cui dovrebbe porre rimedio. Senza contare che uno strumento di questo genere avrebbe un altro vizio di fondo: come espressione di un'autorità centralizzata e investita di un qualche potere, non avrebbe nessuna credibilità di fronte a notizie che traggono la loro forza proprio dall'essere condivise tra conoscenti (in modo "orizzontale", come si ama dire tra i saputelli del web) ed estranee alle fonti informative ufficiali e consolidate.
La mia domanda, insomma, è sul "come": esclusa, per i motivi appena detti e per molti altri ancora, la famosa autorità, mi pare che il volenteroso e meritorio esercizio di debunking svolto da numerosi siti specializzati e da tanti di noi non sia, nonostante tutto, all'altezza del compito. Dici di osteggiare l'idea di una "democrazia pedagogica", e ci mancherebbe altro; anche se il sistema scolastico, più o meno ogni istituzione culturale e, in fondo, le stesse leggi hanno comunque una centrale funzione pedagogica, se è vero, come penso, che siano le buone leggi a fare buoni i cittadini, e non viceversa.
Per meglio dire, penso che sia valido nella sostanza il celebre detto kantiano sull'Illuminismo come uscita dell'uomo da uno stato di minorità in cui è caduto per sua colpa, e che il riscatto da questa colpa sia faccenda non semplice, non comoda, non definitiva e forse non sempre priva di forzature e imposizioni. Con questo non voglio ovviamente sostenere che debbano essere le istituzioni a orientare il pensiero dei cittadini, ma che il dibattito pubblico, se non vuole trasformarsi in mero agone di contrapposte propagande e fanfaluche, debba comunque svolgersi secondo alcune regole argomentative. Come farlo, ripeto, è la questione.
Insomma, il bestione di scarso intelletto e robusta fantasia, capace di credere alle favole che egli stesso inventa, questo bestione vichiano è la minaccia sempre incombente di un regresso nello stato di minorità, e la colpa di questo regresso sta tutta nel suo voler esser bestia, nel sostituire la fede, l'illusione, la credenza e la mentalità gregaria alla libera e faticosa disamina delle informazioni e dei dati: come fare, quando gli istinti del bestione vengono assecondati con estrema efficacia?
Azzardo una possibile risposta: stabilire che chiunque pubblichi qualcosa su qualsiasi piattaforma, tradizionale o digitale, se ne assume la responsabilità. Ogni opinione sia lecita, ma le false notizie siano punite, secondo quando vale oggi per le fattispecie di diffamazione e di calunnia a mezzo stampa, e sia riconoscibile, sempre e comunque, chi le pubblica. Naturalmente, non sia ammessa alcuna forma di ignoranza o presunzione di buona fede: chi pubblica esercita un proprio diritto, e se ne assume ogni responsabilità. Corollario di questo dispositivo, che di fatto renderebbe ognuno giornalista, è che cesserebbe ogni obbligo di iscrizione all'ordine per autorizzare la pubblicazione, con il risultato ulteriore di dare un utile calcetto a una inutile corporazione. Forse potrebbe essere un buon punto di partenza.
Un abbraccio,

Nane



Non sono disposto a "salvare" il termine post-verità: anche quando la creazione e diffusione di "bufale" sono funzionali a un piano "totalitario", come nell'esempio che riprendi, credo sia pericoloso tirare in ballo un termine che, pur implicandone la negazione, anzi il superamento, chiami in gioco la verità, che puzza di assoluto. È tentazione forte, te lo concedo, ma implica lo stesso pericolo che scorgo nel definire il nazismo "Male assoluto" (dove peraltro non si capisce che senso abbia la maiuscola, stante quell'aggettivo), quello di trattare cosa tutta immanente come incarnazione di un trascendente, rendendola pervertitamente fascinosa. Il nazisti erano criminali, e i loro crimini era estremamente gravi – stop. Convengo, invece, con ciò che qui ribadisci riguardo ai pericoli d'inquinamento che le "bufale" comportano nella formazione dell'opinione pubblica, con quanto ne consegue per la democrazia, d'altronde avevo già risposto sì alle prime quattro delle cinque domande che ponevi nel tuo precedente intervento, e riaccolgo con piacere il tuo convenire sul fatto che "l'authority anti-bufale sarebbe, nel migliore dei casi, inutile, e conterrebbe comunque un germe autoritario e censorio altrettanto esiziale del male a cui dovrebbe porre rimedio". In quanto al da farsi, penso che gli strumenti non manchino, e non mi riferisco solo al "volenteroso e meritorio esercizio di debunking svolto da numerosi siti specializzati e da tanti di noi". Penso, ad esempio, all'art. 656 del nostro codice penale, che recita: "Chiunque pubblica o diffonde notizie false, esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato l'ordine pubblico, è punito, se il fatto non costituisce più grave reato, con l'arresto fino a tre mesi o con l'ammenda fino a euro 309". Oltre che inasprendo le pene, potrebbe essere potenziato col contemplare, come bene pubblico da preservare, non solo l'ordine, ma anche la corretta formazione dell'opinione: a giudicare sarebbe la magistratura, ma con un'autorità che non le sarebbe attribuita dal potere esecutivo. Come compromesso ti va bene? Per quanto attiene al web – e qui ribadisco un'opinione più volte espressa su queste pagine – è venuto il momento di bilanciare la libertà con la responsabilità: inammissibile l'anonimato. 

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Continuo il carteggio, soltanto per dirimere l'ultimo equivoco, oltre che per il piacere che mi deriva dal nostro scambio di plaisanteries. Come notato con efficace sintesi dal commento di un anonimo, per me esiste una differenza sostanziale tra la singola bufala e la produzione sistematica di innumeri bufale: è per indicare questa seconda fattispecie che mi pare si faccia ricorso al lemma di post-verità, sulla cui inadeguatezza, ambiguità e generale improprietà concordo. Propongo di utilizzare, in sua vece, quello di bufalificio, che ha una bella assonanza con veneficio, o, se preferisci, di associazione bufalistica, che ha se non altro il merito di riprendere la differenza tra l'estorsione perpetrato da un balordo ai danni di un negoziante e l'organizzazione di un racket; ovvio che si tratta di scelte lessicali provvisorie, in attesa di soluzioni migliori, ma già preferibili a quella attuale.
Una sola cosa vorrei aggiungere, a difesa delle intenzioni che mi paiono sottostare al concetto di post-verità: nella sua assonanza a quello di post-moderno (e sono d'accordo che non basta un'assonanza a fare un buon etimo), indicano una parentela di fondo nell'idea, questa sì puramente postmoderna, di narrazione (recit) come costituzione della realtà, in opposizione ai grandi costrutti razionali, scientifici e sistematici, della modernità: se ognuno abita nella propria narrazione, se manca persino un criterio decisionale comune da trovarsi nella corretta prassi logica e argomentativa, allora non si dà più nemmeno una realtà comune (intesa come collezione di fatti significativi e consolidati), ma ciascuno diventa impermeabile a tutto ciò che non fa sistema con la propria narrazione di riferimento. Il risultato è che la sistematicità universale della modernità viene sostituita, non da una libera invenzione confrontabile con altre o da una libera determinazione dei propri bisogni che possono e devono convivere con quelli altrui, ma da una serie di sistematicità minori, chiuse e di carattere tribale.
Detto questo, si apre la questione di come agire non nei confronti della singola bufala, rispetto a cui la soluzione per via ordinaria che ci vede concordi sarebbe già efficace, ma riguardo la loro elevazione a propaganda sistematica. Qui, sia ben chiaro, non invoco autorità censorie, leggi speciali o altre mostruosità, ma mi limito a sottolineare la cogenza politica della questione, nell'attualità in cui abbiamo la fortuna di trovarci. Credo che, invece, sia opportuno affrontare la dimensione politica di un fenomeno che è politico, se non altro per portata sistemica: un po' come le mafie, che non possono essere affrontate efficacemente se le si combatte sul solo terreno del contrasto alla criminalità, ma vanno comprese e affrontate nella loro dimensione sociale e politica.

PS: d'accordo pienamente con quanto dici del nazismo. Del resto, se fosse un male assoluto e non semplicemente un caso limite, storicamente accaduto, di un'evenienza sempre possibile anche nella nostra società, riferirsi ad esso non avrebbe nemmeno alcun valore argomentativo.

Nane



Se vogliamo rinunciare all'uso di un termine come post-verità per il pericolo che comporta il suo richiamo a una verità assoluta (lieto di trovarti d'accordo su questa rinuncia), ma allo stesso tempo sentiamo bisogno di un termine che esprima la sistematicità dell'adulterazione dei fatti in fattoidi, credo che un termine come bufala sia debole in ogni suo possibile derivato. È che noi abbiamo un termine che esprime la natura moralmente sensibile della menzogna in ambito pubblico, e questo termine è fandonia, che peraltro si fa carico di esprimere a dovere due tratti essenziali della confezione di questo particolare genere di frottole: il fatto che si tratti di invenzioni (da invenio: trovate) e che il loro contenuto sia dimostrabile come infondato mediante l'uso dei più comuni strumenti di verifica. Potremmo parlare di fandonificio, per esempio. In quanto alle attinenze evocative della post-modernità che sono manifeste in un termine come post-verità, rendendo quest'ultimo appropriato a sussumere aspetti del primo, ti rammento che perfino l'ultimo Lyotard ebbe a sollevare dubbi sulla congruità semantica del neologismo da lui coniato. Per finire, sulla dimensione politica del problema che dovrebbe trovare un corrispettivo nella soluzione: trovo pertinente il parallelismo con le attività criminali mafiose – parallelismo che tuttavia regge solo fino a un certo punto – e appunto perciò, parafrasando Sciascia, dico: evitiamo di creare professionisti della verità. Anch'io vorrei lasciare un post-scriptum: non ho ritenuto appropriato tradurre Fälschungsmöglichkeit con falsificabilità, perché genera un sacco di guai quando lasciata nelle mani di chi non ha letto Popper. A me piacerebbe renderla con un altro termine: inficiabilità.

lunedì 9 gennaio 2017

Prevedibile qualche problemino

Chi ventila la necessità di un’authority con potere di censura sulle cosiddette bufale che circolano nel web è significativamente evasivo su alcune questioni.
La prima: perché questa necessità non è avvertita anche per quelle che sono sempre circolate e tuttora circolano in tv e sulla stampa, né mai è stata avvertita in passato, quando il web non esisteva, lasciando che a segnalarle fossero solo singoli individui che, oltre ovviamente a non avere alcun potere di censura su di esse, neppure potevano aspirare a un minimo di visibilità per le loro segnalazioni? Domanda che possiamo formulare anche in altri termini, che forse le daranno un risvolto polemico: perché questa necessità è avvertita solo adesso che il web è diventato un canale informativo alternativo a tv e stampa?
Seconda questione: perché la proposta di una censura delle cosiddette bufale che circolano nel web non è mai accompagnata da una pur vaga esposizione del metodo che dovrebbe guidare l’attività di vaglio? Anche qui possiamo formulare la domanda in altri termini: quali sarebbero i parametri che si metterebbe conto di utilizzare per distinguere il vero dal falso? E sarebbero parametri in grado di assicurare una distinzione tra i fatti e le opinioni, per censurare la diffusione dei primi, se falsi, e consentire invece la libera circolazione delle seconde, che dovrebbero godere sempre del diritto di essere espresse, ancorché si possa più o meno agevolmente dimostrarne la fallacia?
Terza questione: quale che sia l’ambito d’intervento di questa authority, a chi ne spetterebbe la nomina? Sulla base di quale legittimità etica o giuridica? E sulla base di quali meriti se ne entrerebbe a far parte? Quale controllo sulla sua attività sarebbe assicurato a garanzia che il buon fine sia raggiunto senza lesioni del diritto di libera espressione? E da chi sarebbe assicurato?
Quando dico che la costante elusione di queste questioni è significativa, non alludo solo a quell’intento che in proposte del genere è sempre – più o meno coscientemente – repressivo della libera espressione degli individui, ma anche a quel limite che è insuperabile di ogni attività censoria, e che è dato dall’avere giocoforza un’ideologia cui fare riferimento, dove il termine ideologia è qui da intendere in modo quanto mai estensivo, e cioè come costrutto che assume forma di sistema entro il quale opera un sovrano giudizio di natura etica e/o estetica.
Quel che intendo dire è che in ogni attività censoria è necessariamente operante l’obbedienza a certe leggi, le quali a loro volta obbediscono a una certa logica. Ora, nel caso di una censura che intenda colpire il falso, è indispensabile che questa logica assegni alla verità i caratteri che gli sono propri sul piano ontologico, e questi sono la necessità, l’immutabilità e l’universalità, perché quel che è vero non può che essere necessariamente riconosciuto tale dalla ragione rettamente informata, e non può che essere immutabilmente tale, dunque vero sempre e ovunque, inemendabilmente tale.
Un pochino tautologico, forse, ma il filosofo non avrà nulla da ridire. Una vera goduria, poi, per il teologo. Per lo scienziato, invece, non potrà andar bene: nessun controllo di affidabilità è possibile su quanto si sottrae alla popperiana Fälschungsmöglichkeit, e una verità necessaria, immutabile e universale è da ritenersi tutta metafisica, altamente inadeguata a rappresentare lattendibilità di un modello scientifico.
Ma non potrà andar bene nemmeno per lo storico, il sociologo, leconomista, lo psicologo, ecc.: quali oggetti della loro indagine possono dirsi necessari, immutabili e universali? Ogni affermazione nei rispettivi ambiti potrebbe avere il vizio di non rispettare le qualità che contraddistinguono una siffatta idea del vero, e la censura di una di esse, e di unaltra no, assumerebbe inevitabilmente il carattere dellarbitrarietà, costituendosi di fatto come indirizzo di ricerca. Ne conseguirebbe che la conoscenza non sarebbe alla fine del processo di indagine, ma verrebbe in pratica preconfigurata dai fattori che la indirizzano. Nessuno vuole questo, giusto?
E allora? Paradossale: armata di una siffatta idea del vero, una censura che miri a colpire il falso potrebbe esclusivamente agire su ciò che non è empiricamente dimostrabile in modo stringente. E ve ne sarebbe abbastanza per censurare le scie chimiche, su questo non ci piove, ma anche tutto ciò che attiene a Dio. In questo sta il paradosso: perché possa assumere legittimità di censura su ciò che riterrà falso, unauthority deve necessariamente far propria unidea di verità che è trascendente, quindi inevitabilmente pervasiva, intrusiva, sostanzialmente intollerabile per una società secolarizzata, e perciò sarà costretta a ridimensionare drasticamente le sue pretese, per ridurle a quelle di un accertamento di cosa sia vero, e cosa falso, sulla base di criteri che negano in radice ogni verità trascendente, col rischio di dover censurare, con laffermazione che «il mondo è in mano ai rettiliani», anche quella che «ci ha creato Dio». Prevedibile qualche problemino. 

domenica 8 gennaio 2017

Dov’è finito il principio d’autorità



«L’Italia ha bisogno di una cosa soprattutto:
che cambi il clima culturale del Paese,
il suo modo di pensare. Che sgombrino il campo
i pregiudizi e le idee ricevute che per almeno trent’anni
hanno fin qui governato la nostra società.
Per fare posto a un’esigenza ormai improcrastinabile
di verità e di realismo. Tra le molte cose
che una tale esigenza impone di riscoprire
metterei ai primissimi posti l’idea di autorità:
il bisogno di riscoprire il suo senso,
di legittimarne nuovamente la pratica»

Ernesto Galli della Loggia,
(Dov’è finito il principio d’autorità -
Corriere della Sera, 7.1.2017)


Non cè niente di meglio, quando si vuol discutere con profitto, che mettersi preliminarmente daccordo sul significato da dare al termine che designa loggetto della discussione. Quale significato vogliamo dare, per esempio, a un termine come «autorità»? Per meglio dire: quale significato siamo autorizzati a dargli in mancanza di una definizione concordata con chi apre la discussione dalla prima pagina di un giornale?
Ops, mi è scappato un «autorizzati» che rischia di cortocircuitare la discussione fin dallinizio: la domanda, infatti, è relativa all«autorizzazione» (che è concessione di una facoltà da parte di un«autorità») a dare un significato a un termine come «autorità». Chi (o cosa) ci conferisce questa facoltà? Per meglio dire: quale autorità ci consente di dare ad «autorità» il significato che possiamo ragionevolmente ritenere sia lo stesso che gli ha dato chi ha aperto la discussione? Direi sia quella che detta legge sulla relazione tra significante e significato.
Se è così, la facoltà concessaci è assai ristretta: ad «autorità» possiamo dare solo il significato che dalletimo discende alle sue possibili accezioni, che in questo caso per fortuna sono poche. Primancora, però, di dare una rinfrescatina alle nostre reminiscenze, che da «auctoritas» ci porteranno ad «augere», e di qui alla valenza che questo «accrescere» assume in termini come «augustus», «auxilium» e «augurium», che hanno tutti e tre stretta attinenza alla sfera religiosa, chiediamoci cos’è un«accezione».
Direi si possa concordare col definirla una variante duso del significante al fine di dare pienezza di funzione al significato al variare del contesto in cui il termine è impiegato. Questa definizione di «accezione» mi pare possa tornarci estremamente utile nel comprendere come l«autorità» tenda a conservare tutti suoi attributi anche quando essa è al di fuori dalla sfera religiosa, continuando a mantenere il carattere di ciò che assicura crescita a un individuo o a una società nel suo complesso in forza della loro subordinazione a un superiore principio che legifera e dà ordine.
Siamo, in buona sostanza, al nodo della «teologia politica» (Carl Schmitt), che nelletimo di «autorità» vede inclusa – a ragione, occorre dire – «lidea che nelluomo si realizza lhumanitas quando un principio di natura non empirica lo libera dallo stato di soggezione e lo porta al fine che è suo, di essere razionale e morale; la libertà delluomo, come potere di attenzione” e non di “creazione”, consiste infatti nella capacità di subordinarsi a questo superiore principio di liberazione» (Augusto Del Noce).
Un «augere», dunque, che può considerarsi portato a buon fine – fino addirittura alla «liberazione» dellindividuo – solo sotto il dettato dell«autorità», tanto meno sentito coercitivo quanto più accettato come indiscutibile, al punto da poter far coincidere la vera humanitas e la vera libertà alla piena obbedienza che all«autorità» è dovuta.
Così è stato per secoli, ma oggi, e in realtà già da qualche tempo, allidea di «autorità» si associa quella di unoppressione che, ben lungi dal favorire una crescita dellindividuo, vi si opporrebbe. Come è potuto accadere questo? Ernesto Galli della Loggia non ce lo dice.
In realtà, non ci dice neppure cosa dovrebbe farci sentire, com’è nel suo accorato auspicio, «il bisogno di riscoprire il senso» dell’idea di «autorità», per «legittimarne nuovamente la pratica». Perché almeno una cosa sembra chiara: auspica che se ne senta il bisogno, bontà sua, non che sia imposta. Anche perché l«autorità» ha una proprietà che fin qui non abbiamo preso in considerazione: il «superiore principio» che essa rappresenta deve necessariamente trovare in qualcuno  individuo, gruppo, classe  il soggetto cui essere subordinati. Ne consegue che il rigetto di un«autorità» trova sempre forma nell’insubordinazione a qualcuno che fin lì è riuscito a dare legittimità alla sua pretesa di incarnarla, e da lì in poi non ne è più in grado.
Su un punto, allora, è indispensabile fare chiarezza: di quale «autorità» parliamo? Dire che si dovrebbe ri-scoprirne il senso e che la sua pratica dovrebbe essere nuovamente legittimata lascia supporre che si tratti della stessa «autorità» di cui in passato si aveva ben chiaro il senso e alla quale si riconosceva legittimità. Se è così, si auspica in sostanza che l’insubordinazione rientri, ri-conferendo «autorità» a chi l’ha persa.
Ma siamo autorizzati a interpretare in questo modo l’auspicio? «Va da sé – dice Ernesto Galli della Loggia confortandoci in questa interpretazione  che quando si dice autorità non può che intendersi in linea di massima (in linea di massima, sottolineo, non sempre) l’autorità di una sola persona o istituzione, un’autorità monocratica». E allora sì, possiamo ritenere a buon diritto che quella auspicata sia una reconquista. Non è dato sapere, tuttavia, quale processo dovrebbe assicurarla. Di fatto, l’obbedienza a un’autorità monocratica si è sempre fin qui ottenuta e mantenuta con la violenza, dove l’ignoranza non assicurava soggezione.


Foto: Michele Castaldi, Teschio (2017)

martedì 3 gennaio 2017

L’onore di Mentana

Tutto sommato, non è che Ferrara ci fosse andato giù troppo pesante, via. Che aveva detto in fondo? Che La7 era «un cesso». Che Mentana era «un ipocrita», «un buffone». Sì, è vero, aveva anche insinuato che la carriera di Mentana fosse stata tutto un passar di lingua da culo a culo – Berlusconi, Montezemolo, Tarak ben Ammar – e si sa che la giurisprudenza riconosce la diffamazione anche nella mera insinuazione (Cass. n. 1988/1975). Ma in sostanza, via, che era successo? Nientaltro che uno screziuccio, anzi, trattandosi di Ferrara, quella scatarrata di insulti e calunnie poteva anche essere letta come amichevole affettuosità. Ciò nonostante – roba da non credere – Mentana si era detto offeso.
Querela? Non risulta. Risulta, invece, quella annunciata stasera, nei confronti di Beppe Grillo, per aver riprodotto, con quelli degli altri Tg della Rai e di Mediaset, tutti, anche il logo del TgLa7, in una fotocomposizione sulla quale spiccava la scritta «Giornali e Tg sono i primi fabbricatori di notizie false nel Paese con lo scopo di far mantenere il potere a chi lo detiene».
Accusa pesantissima, ma quanto mai generica, che, almeno a leggere il post sul quale campeggia la suddetta fotocomposizione, sembra possa riferirsi al TgLa7 solo per l’edizione delle 20,00 del 16.11.2016, nel corso della quale un servizio di Paolo Celata riprendeva quanto riportato in un articolo di Jacopo Iacoboni apparso su La Stampa dello stesso giorno, nel quale, con acconcio uso di condizionali e punti interrogativi, si costruiva un link alquanto speciosetto tra @BeatricedimaDi e la Casaleggio Associati.
Troppo poco, francamente, per dare del «fabbricatore di notizie false» a Mentana, che così mi pare abbia pieno di diritto di ritenersi offeso, ottime ragioni per sporgere querela e buone possibilità di essere risarcito per il danno inferto al suo onore. E pensare che a dargli del «buffone» e dell’«ipocrita» non sarebbe accaduto niente. Sempre un po’ troppo sopra le righe, ’sto Grillo.

Avviso ai naviganti / 2

Sono stato un po’ precipitoso nella decisione di oscurare i commenti fin qui lasciati su queste pagine dai miei lettori, me lo fa presente chi, con una email giuntami poco fa, mi ragguaglia a dovere sulla sentenza della Corte di Cassazione che mi ha mosso a così grave passo, e di cui avevo colpevolmente letto solo la sintesi riportata da repubblica.it, che pure riportava il link al suo testo integrale, senza tuttavia far cenno nel corpo dellarticolo al punto che ritengo sia da ritenersi essenziale: la condanna è motivata dalla mancata rimozione di un commento contenente offese ai danni di un tizio che ne aveva fatto esplicita e diretta richiesta al titolare del sito, non già dal fatto che costui avesse dato assenso alla pubblicazione. In sostanza, al titolare del sito non è stato addebitato quanto scritto dal commentatore, né il non aver censurato il commento quandera in moderazione, ma il non aver provveduto a cancellarlo quando ciò gli è stato richiesto. Almeno per quanto mi riguarda, questo cambia in modo radicale i termini della questione, consentendomi di rivedere la mia decisione con la seguente dichiarazione dintento: chiunque possa sentirsi offeso dal commento che un lettore ha lasciato su queste pagine, e che io – chissà come, poi – possa aver pubblicato per non aver colto il suo contenuto offensivo, non ha che da segnalarmelo, e assicuro che sarà subitamente rimosso – entro le 24/36 ore, diciamo – quandanche della supposta offesa dovessi intravvedere la sola ombra. 

lunedì 2 gennaio 2017

Avviso ai naviganti

Una sentenza della Corte di Cassazione, di cui prendo notizia oggi da repubblica.it, dichiara che il titolare di un blog è responsabile di quanto contenuto nei commenti dei lettori ai suoi post. Nellimpossibilità di assumermi tale onere, che ritengo indebito, in ciò confortato da una pronuncia della Corte europea dei diritti delluomo, mi vedo costretto a oscurare i commenti che fin qui sono stati lasciati su queste pagine, ancorché da me approvati solo quando mi sembrassero esenti da contenuti illeciti. Nellimpossibilità di fare altrettanto col blog di cui sono stato titolare su unaltra piattaforma dal 2004 al 2010 (su Il Cannocchiale, almeno a quel constato, la funzione che sospende i commenti non oscura quelli già approvati), mi vedo altresì costretto a chiuderne laccesso. Coincidenza vuole che tutto questo accada a meno di due ore dalla pubblicazione del post che troverete qui sotto, nel quale paventavo gli inevitabili effetti collaterali di una crociata contro qualsiasi opinione liquidabile come post-verità da chi della verità si sente insieme servo e padrone. Sarà paranoia, sono disposto a concederlo, ma mi pare si vada di gran passo verso listituzione di un Ministero della Verità col cominciare a dargli gli indispensabili strumenti dellintimidazione. 

Qualsiasi obiezione sollevasse quel che da oggi in poi sarà pubblicato su queste pagine mi potrà essere fatta presente via e-mail, lindirizzo è qui a fianco: ne darò conto, con eventuale controbiezione nel caso, in un aggiornamento al post in oggetto. 

Verità e post-verità


Solitamente la fortuna di un neologismo si è sempre misurata sullampiezza e sulla durata che il suo impiego riusciva a conquistare, sicché in passato trovava registrazione solo dopo aver adeguatamente consolidato la sua posizione nel linguaggio corrente. Si pensi, per esempio, a «nostalgia», termine coniato nel 1688, che deve tuttavia attendere più di un secolo per essere trovato sulle pagine di un dizionario.
Di pari passo a una percezione del tempo e dello spazio che si andava sempre più rapidamente evolvendo rispetto a quella del passato, la fortuna di un neologismo è venuta sempre più spesso a misurarsi sulla velocità e la forza con le quali se ne diffondeva luso, al punto da convincere anche i più sussiegosi difensori della lingua a introdurre nel lemmario certi termini che, dopo un prepotente erompere nel discorso pubblico, spesso diventano rapidamente desueti, per poi essere rievocati quasi esclusivamente come cifra di un particolare momento storico. Anche qui potrà tornare utile un esempio, e il primo che mi viene in mente è quel «cristargare» che a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta del secolo scorso venne a indicare il riprodurre la targa automobilistica sui cristalli di una vettura in modo da scoraggiarne il furto.
Se qualcosa ci è lecito asserire riguardo al come un neologismo trova fortuna, ancorché effimera, più difficile è tentare di capire cosa gliela dia, e questo per la semplice ragione che la parola solitamente si adatta alla cosa che intende rappresentare attraverso un processo di reciproco aggiustamento, dato il continuo, seppur talvolta impercettibile, mutare di entrambe, mentre invece il neologismo pretende di cogliere il senso di qualcosa che spesso è tutto in fieri, spesso assegnandogli il senso che non di rado è tutto nella previsione di quel che sarà il factum, che mostra tutto il limite di una scommessa. Per questo, quando qualcosa che ci appare nuovo cerca un nome altrettanto nuovo, la fortuna premierà quello in grado di rappresentarne in modo più efficace lindeterminatezza col ricorso a formule che hanno la pretesa di dare ineffabilità al vago.
Così mi pare stia accadendo con la «post-verità», dove il prefisso sta per «dopo», ma anche per «dietro», indicando nel contempo qualcosa che verrebbe dopo la verità, come sua trasformazione in altro, o che le starebbe dietro, usandola come una maschera. In entrambi i casi, dato il valore assoluto che si tende a dare alla verità, il termine suona inquietante, perché implica un inevitabile sminuirsi di quel valore o, peggio, il suo usurparlo da parte di ciò che, per l’essere anche solo in minima misura lontano dal vero, è inevitabilmente falso, dunque scopertamente insidioso.
In questo porsi dinanzi a un termine del genere pare diventi del tutto secondario chiedersi se si abbia modo di avere qualche solida certezza su cosa sia la verità: tutti riteniamo di sapere cosa sia, almeno quando non ce n’è chiesta la definizione. Le cose si complicano terribilmente quando siamo costretti a fornirne una, senza la quale un termine come «post-verità» diventa ancor più indefinibile di quello che vuol essere per illuderci di aver con esso colto la sostanza che si vuole assegnare a una particolare e nuova specie del falso. In altri termini, direi che vero e falso cercano nella «post-verità» una ridefinizione che risponda al meglio ai nuovi modi in cui essi ci si ripresentano dinanzi, senza peraltro poter pretendere di riuscirci, perché non possono riproporsi alla nostra attenzione senza il carico di ambiguità che li contraddistingue in radice.
Il fatto è (e qui riprendo una mia riflessione di qualche tempo fa) che ogni definizione di verità è una tautologia. Tautologia più o meno manifesta, ma tautologia. Si va dalla tautologia dichiarata tale col definirla «l’essere vero» (De Mauro) o «ciò che è vero» (Treccani), a quella che va in cortocircuito con un termine facente funzione di sinonimo, per più con realtà, e allora la verità diventa la «aderenza alla realtà» (Palazzi) o la «rispondenza piena e assoluta con la realtà effettiva» (Devoto-Oli) o, ancora, la «conformità a una realtà obiettiva» (Treccani), dove questa realtà rimanda inevitabilmente al vero, in quanto «qualità e condizione di ciò che è veramente» (Palazzi). Quando poi dal tentare di definire la verità si passa ad analizzare le sue accezioni in ambito filosofico e scientifico, teologico e linguistico, logico e psicologico, le cose non vanno meglio, perché «non c’è una definizione univoca su cui la maggior parte dei filosofi di professione e gli studiosi concordino, e varie teorie e punti di vista della verità continuano ad essere discussi» (Wikipedia), e perché in ciascun ambito il termine va assumere un significato che risulta inservibile in un altro.
Si prenda, per esempio, il significato di verità per un teologo come Tommaso, che la ritiene coincidente all’Essere e in pratica assimilabile a Dio: sarà accezione praticamente inservibile per un epistemologo come Peirce, che la ritiene il risultato di un accordo di un determinato gruppo di soggetti, su un determinato assunto, in un determinato spazio, in un determinato lasso di tempo. Oppure si prenda il suo significato per un matematico come Gödel, per il quale non tutto ciò che è vero è anche dimostrabile: del tutto incompatibile con la definizione che di verità dà un logico come Frege, secondo il quale il vero è categoria illusoria.
Non va meglio neppure trasferendo interamente il vero al reale, per tenercelo, perché la realtà è maledettamente sfuggente ad una percezione che voglia dichiararsi qualitativamente e quantitativamente assoluta e tradursi in conoscenza oggettiva: offrirà in se stessa gli strumenti per valutare la congruenza tra un aspetto del reale e un suo corrispettivo, in ciò che dunque avrà efficacia di mera dimostrazione di una congruenza interna ad un sistema, del quale però la conoscenza soggettiva è parte inalienabile. E così la realtà sarà comprensibile, ma mai interamente, né sarà mai possibile ridurla a pura oggettività, perché ad essa è connaturata la frammentarietà della percezione e della comprensione relativa, che non può mai tradursi in conoscenza assoluta.
È in questo punto, che poi è quello dove ci si dovrebbe arrendere all’impossibilità dell’onniscienza, dell’impossibilità di rappresentarci il vero al di fuori di uno spazio soggettivo, che nasce la trascendenza. Con essa si fa strada in molti l’idea che l’assoluto sia una meta e che la verità sia un fine. Tutto è promesso all’uomo in una verità assoluta, tutto gli è chiesto in cambio di quella. Quasi sempre, allora, accade che il soggettivo, per questa sua vorace fame di assoluto, cerchi di imporsi come oggettivo, non di rado con mezzi assai opinabili, assai opinabilmente giustificati dalla bontà del fine, tutto illusorio.
È che forse dovremmo sbarazzarci di una parola come «verità» o usarla in modo assai più cauto, perché a darle il significato di qualcosa indiscutibile si corre il serio rischio di conferire a qualcuno lautorità di impedire ogni discussione su cosa sia vero e cosa no, il che è già di per sé una negazione della verità, almeno a intenderla come risultato sempre parziale, sempre imperfetto, di una conoscenza che ha negli stessi suoi strumenti gli invalicabili limiti.
Dichiarazione di scetticismo radicale? Tuttaltro. Direi sia solo un monito a non fidarsi mai della piena intelligibilità di un factum, tanto meno quando è ancora in fieri: ogni sua comprensione è giocoforza incompleta, perché quello che ce lo ridà è sempre un modello, che raramente si rivela incorreggibile, e questo vale per tutto ciò che si fa oggetto della conoscenza, dallinfinitamente piccolo allinfinitamente grande, passando per quello che c’è in mezzo: quando la conoscenza non ha timore di abbandonare un modello per adottarne un altro che sembri più adeguato alla comprensione, diventa inevitabile considerare la transitorietà di quella che fino a quel momento si era commesso l’errore di reputate come ultima e inemendabile verità sulla tal cosa, sulla tal persona, sul tal accadimento. Con ciò dovrebbe apparire sufficientemente ridicolo luso di un termine che è immancabilmente appiccicato a ciò che si ritiene definitivamente acquisito, poco importa se in forza delle nostre personali convinzioni o di quelle di unautorità cui conferiamo il potere di pensare per noi, e invece spesso ne facciamo perfino abuso, per costruirci sicurezze che vengono regolarmente spazzate via dal semplice cambiamento di prospettiva che consegue al costante mutare del tempo e dello spazio che sono le coordinate del nostro essere. Si dovrebbe rinunciare a parlare di «verità» per ciò che hic et nunc ci sembra indiscutibile: sarebbe di gran lunga meno pericoloso luso di un termine come «comprovabilità», che allassunto altrimenti definito «vero» conferisce un valore di affidabilità esclusivamente sulla possibilità di controllo, convalida e condivisione che è nella facoltà di chiunque sia disposto a rispettare le elementari leggi della logica, che trasposte sul piano dellargomentazione sono le sole a poter dar ragione di ciò che è corretto, in quanto poggia su premesse incontestabili, valido, perché rifugge da tautologie o contraddizioni, e persuasivo, come efficace risultato del processo che ne articola lo sviluppo in unaffermazione. Sostanzialmente si tratterebbe di adottare il metodo scientifico per tutto ciò che liquidiamo troppo sbrigativamente come «vero» o «falso». Ve ne sarebbe anche per poter rinunciare a parlare di «post-verità», che almeno a voler prendere per buona la definizione che ne è comunemente data, sarebbe «una notizia completamente falsa, ma che, spacciata per autentica, è in grado di influenzare una parte dellopinione pubblica» (Wikipedia): cè già un termine che risponde a questa descrizione, ed è «fattoide». Preferirlo a «post-verità» presenta almeno due vantaggi. Il primo è che ci consente di evitare limplicita assunzione di categorie come «vero» e «falso» che pressoché costantemente esigono il ricorso a unautorità che è da presupporsi onnisciente. In secondo luogo, il «fattoide» include anche quella minima deformazione del factum come effettivamente comprovabile (sul quale, cioè, sia possibile il controllo, dandogli convalida e perciò rendendolo condivisibile) che comunque è in grado di alterarne il senso.
Stabilito che una «post-verità» non è altro che un «fattoide», e che con «fattoide» perde la pericolosità che assume nel reclutare difensori di una «verità» che non deve mai essere messa in discussione, cè da considerare perché si sia sentita la necessità di coniare – chiedo scusa per il bisticcio – un nuovo neologismo per qualcosa che è sempre esistito, almeno fin da quando si è spacciata per autentica la notizia completamente falsa che luomo sia un mix di fango e alito di Dio, con la conseguente influenza su gran parte dellopinione pubblica. Forse è proprio il ricorso al prefisso «post-» a potercene dare una ragione, pensando a quale funzione sia chiamato per altri neologismi che pure lo sfruttano per dare al termine cui è legato, quasi sempre con più efficace resa di significato, che comunque sembra deliberatamente conservare un che di ambiguo se non di vago, il senso di qualcosa che di quel termine indica il superamento, la revisione, levoluzione in altro che, se non ne è la negazione, ne è almeno la riconsiderazione in chiave critica, se non addirittura polemica, quasi sempre a decretarne la crisi («post-modernità», «post-democrazia», ecc.). Se questa interpretazione coglie nel segno, diremmo che la «post-verità» viene sentita come una seria minaccia per la «verità», con la quale concorre in persuasione. Tanto più seria, questa minaccia, perché mostra di riuscire a ottenere incredibili successi che resistono perfino alle inoppugnabili smentite di quello che ha spacciato per «vero» e poi è stato dimostrato «falso».
Come è possibile che questo accada? La domanda assume con sempre più frequenza toni preoccupati, muovendo a chiedersi cosa vi possa metter freno. Giacché poi si dà per pacificamente assodato che la «post-verità» nasca nel web, e lì acquisti forza, fino a esorbitarne, per andare ad adulterare la «verità» perfino nei santuari in cui fino a poco tempo fa essa era custodita con venerazione e difesa senza eccessiva fatica, la soluzione sembra dover essere trovata nel ucciderla sul nascere, e lì dove prende vita. Soluzione necessariamente violenta, questo è ovvio, ma come non ritenerla sacrosanta, questa violenza, visto che è in difesa della «verità»? Dando questo nome a ciò che si ritiene anteriore e superiore allinterpretazione del factum, la sua interpretazione consolidata può ben dirsi trascendente. Altra cosa sarebbe chiamare «fattoide» il factum che non regge al saggio di comprovabilità, e faticare quanto dovuto a mostrarne linfondatezza, e dunque linattendibilità: significherebbe scendere nellagone fidando nella bontà dei propri argomenti, ad averne di corretti, validi ed efficacemente persuasivi. La tentazione di usare la violenza è comprensibile, quando non si è certi di averne o quando, pur certi che siano validi e corretti, si dispera possano essere anche persuasivi.
Ci sarebbe unaltra soluzione, ma imporrebbe un cambiamento di prospettiva: da «come può, il falso, sembrare vero?», la domanda dovrebbe esser posta in altro modo: «come può, lagorà, farsi persuasa al falso più che al vero?». Superando le categorie di «vero» e «falso», la domanda non è difficile: giacché la persuasione non è che la resa alla forza di un argomento, vi sono condizioni nelle quali questa resa si può più facilmente ottenere grazie a una fallacia che a un retto argomento. Ma cosa caratterizza queste condizioni? Lalta vulnerabilità a strumenti retorici di forte impatto, ancorché invalidi e scorretti. E cosa determina tale vulnerabilità? Un perdurante stato di soggezione a «verità» che per affermarsi si sono servite proprio di tali strumenti. In conclusione, occorre riconoscere che la tendenza a credere in qualcosa che non ha i requisiti di «comprovabilità» non è altro che il prodotto di una lunga storia che si è data solco nella indiscutibilità di alcune «verità»: non si riesce a far troppa differenza tra «verità» e «post-verità» quando non si è avuta educazione a ragionare.