giovedì 31 marzo 2011

“Straordinaria e avventurosa carriera giornalistica”


Giuliano Ferrara si ritiene diffamato da Alexander Stille, ma si guarda bene dal denunciarlo, e a mio modesto avviso fa bene, perché non ve ne sono gli estremi. Stille si è limitato a dire quello che pensa mezza Italia e che peraltro sta nei fatti: “un ex portavoce di un leader politico, che riceve tutt’ora uno stipendio della famiglia Berlusconi, [ha] un programma su una delle principali reti pubbliche del paese [e questo è] uno scandalo”. Gli estremi della diffamazione, invece, sono nella risposta che Ferrara gli dà dalla prima pagina de Il Foglio di oggi, dove si lascia andare a un fiume di insulti (“nevrotico”, “frustrato”, “ridicolo”, ecc.).
Non varrebbe la pena di dedicare alcuna attenzione a questa ennesima prova di bullismo, ma Christian Rocca ce la segnala come intenso momento autobiografico e allora, per amor del vero, occorre correggere alcune bugie che Ferrara dissemina lungo la diagonale di questa sua “straordinaria e avventurosa carriera giornalistica”, che poi è l’unico argomento che Ferrara sembra avere a disposizione per contestare le affermazioni di Stille. Come se il successo professionale fosse ragion sufficiente per poter uscir vincente da ogni controversia.
È uno dei tanti difetti di Ferrara, nemmeno il più odioso, ma lo esibisce sempre più spesso, e sempre quando è alle corde, a corto di ragioni. Forse ricordate la puntata di Tetris del 9 marzo 2008 e gli insulti che rivolse a Luca Telese, ma ricordate quale fosse il merito della questione? Ecco, la bravura di Ferrara sta solo in questo: buttare il torto in rissa e lì vantare di essere grosso, di aver fatto due soldi (non importa come), di essere notorio (non importa perché). Nella zuffa, però, viene d’istinto il farsi più grossi di quanto s’è, e il miles piglia posa di gloriosus, l’autobiografia diventa mitopoietica, Ferrara si spaccia per pensatore e un idiota che si beve il brodo dell’imbrodato – stavolta è Rocca – si trova sempre.
Ma veniamo alle bugie di stamane.

“Stille senior a un certo punto sostituì Piero Ostellino alla direzione del Corriere della Sera, il giornale per cui lavoravo su raccomandazione di Alberto Ronchey”. Bugia. Nel 1984, ad un convegno sul socialismo riformista europeo che si tiene a Bologna, Ferrara avvicina Claudio Martelli e sfoggia il suo freschissimo craxismo. “Ne parlai subito a Bettino – ha raccontato Martelli – ero entusiasta. Tanto che ne parlai anche al Corriere della Sera, riuscendo a fargli avere il suo primo contratto stabile da giornalista”. In quanto ad Ostellino: fu sollevato dalla direzione perché aveva portato il giornale a posizione troppo servile verso il Psi. Fu il tentativo di non fare del Corriere della Sera un bivacco di nani e ballerine, e fu questo che portò al licenziamento di Ferrara.
Quindi è un’altra bugia dire: “Dovevo essere cacciato via, l’ex comunista denunciato come un infame «convertito» da Claudio Magris doveva andarsene e smettere di scrivere quello che pensava”. Come se non avesse potuto scriverlo, chessò, sull’Avanti. Ma, poi, fu Magris a volere il licenziamento di Ferrara? Risulta che si fosse limitato a criticare il suo “odio per la fede abbandonata” e lo zelo dei nuovi “convertiti [che] non si limitano ad entrare nella nuova chiesa, ma ne vogliono subito diventare missionari e vescovi”. (La metafora si sarebbe inverata con la conversione a venire, quella che lo portò al cattolicismo.) Critica fondata? Chi può dirlo, fatto sta che, intervistato da Giampaolo Pansa, Ferrara si lamentava del licenziamento piagnucolando: “Io non sono anticomunista. Lo ripeto: non lo sono” (la Repubblica, 23.2.1985). Martelli lo consola e lo sistema a Reporter.
Sarà sempre così: la “straordinaria e avventurosa carriera giornalistica” di Ferrara sarà sempre appoggiata da un potente, del quale avrà sempre difficoltà ad ammettere l’aiuto. La mitopoiesi trasforma la banale realtà del raccomandato in un destino di merito. Mamma corregge le bozze a Togliatti? Eccola dirigente del Pci. Martelli lo trova utile? Eccolo ghostwriter di Craxi. Berlusconi scende in politica per risanare i suoi debiti? Eccolo a corte, a scapricciarsi in fronda. Berlusconi vacilla? Eccolo nelle mani di Dio, che non esiste, ma merita devozione. (Tutte cose che ho capito nel giugno del 2004, quando Kaos Edizioni mandò in libreria L’arcitaliano Ferrara Giuliano di Pino Nicotri, il libro che mi tolse le fettine di salame dagli occhi e che ancora oggi – oggi più di allora – è fonte indispensabile per la semeiotica di gran parte delle bugie siglate con l’elefantino. Libro affascinante.)

mercoledì 30 marzo 2011

€ 300(0)




Presunzione di innocenza


«Siamo sconvolti, non credevamo possibile una cosa del genere» (milano.corriere.it, 30.3.2011).


[grazie a Pietro Giorgianni per la segnalazione]

Spazio-tempo parallelo



Washington (Usa), 1943. Forti dubbi dell’amministrazione Roosevelt sull’opportunità di intervento militare in Italia per portare aiuto ai partigiani. Dubbi più che legittimi. Siamo sicuri, innanzitutto, che la caduta di Mussolini non spiani la via ad una deriva teocratica dei papalini o a una presa del potere da parte delle tribù mafiose del Sud? Non andremo mica a impantanarci in un conflitto lungo, costoso, dall’esito incerto, per portare la democrazia a gente che non sa cosa farsene? Siamo sicuri, infatti, che gli italiani siano antropologicamente maturi per la democrazia? Boh.
Di poi, è proprio un diavolo, ‘sto Mussolini? La Casa Bianca pensa che ci si possa discutere. Sarà un dittatore, non c’è dubbio. Sarà inaffidabile, smargiasso, aggressivo, ridicolo e tutto quello che si vuole. Ma siamo sicuri che abbattere il regime fascista spetti a noi? E dopo? Siamo sicuri che gli Stati Uniti non saranno ripagati con l’accusa di violazione della sovranità nazionale italiana e il sospetto di neocolonialismo?
Insomma, pare che nello Studio Ovale siano emerse perplessità dettate dal sano buon senso che fa di noi americani un popolo fighissimo, e che prima di dare il via ad una operazione rischiosa e incerta come il ventilato sbarco in Sicilia convenga ripensarci. Non sarebbe meglio una mediazione? Non potremmo limitarci ad una fly zone, ad un embargo, in attesa di vedere come butta?
Pare vada maturando proprio questa posizione alla Casa Bianca, contro ogni tentazione avventuristica, in difesa degli interessi di una nazione libera e democratica qual siamo. Perché libertà e democrazia sono un bene prezioso.


Un pizzico di faccia tosta



Il 21 marzo ho segnalato l’intervento che il professor Roberto De Mattei ha tenuto al microfono di Radio Maria a commento del terremoto in Giappone e ho sollevato la questione della compatibilità tra la sua vicepresidenza del CNR e le opinioni da lui espresse in quella occasione. Col passare dei giorni ho costatato che la mia perplessità era di tanti, e che spesso era espressa con severo biasimo. C’era bisogno che qualcuno desse modo al professore di potersene lamentare dandogli modo di atteggiarsi a vittima, e chi volete fosse? Bravi, avete indovinato.
Chi crede nel dogma dell’Immacolata Concezione non potrà quindi mai più insegnare all’Università? Chi fa la comunione, e quindi crede nella transustanziazione, dovrà nascondere la propria fede perché «antiscientifica»? Gli insegnanti credenti che svolgono un ruolo pubblico, non potranno più andare a parlare di ciò in cui credono alla radio, cattolica o meno?” (Il Foglio, 30.3.2011).
Stessa linea difensiva adottata da Rocco Buttiglione quando fu giudicato inadatto a ricoprire la carica di Commissario europeo per la giustizia, libertà e sicurezza per le sue opinioni sugli omosessuali, ma con una sola differenza: lì si trattava di ambito europeo, qui l’ambito è tutto italiano, e al vittimismo si può aggiungere un pizzico di faccia tosta, nella certezza che la vicepresidenza del CNR non è in discussione.


martedì 29 marzo 2011

Via, Marco, chiudi un occhio




“Di queste cose io devo parlare ad una sola persona, anche se mi imbarazza molto, perché riguarda la mia vita privata, le mie vicende personali. Credo che di queste cose io devo parlare solo a Marco Mezzaroma, che è la persona che amo, l’unica persona che amo, dal 2008. La persona che ho deciso di sposare nei prossimi mesi”. In realtà, Mara Carfagna dice molto, anche più di quanto fosse lecito chiederle. Di quello che c’è stato tra lei ed Italo Bocchino – dice – è tenuta a parlarne solo col suo fidanzato, e tuttavia – aggiunge – la cosa la imbarazza. Perché l’ha tradito? Pare non sia questo il punto: l’imbarazzo nasce dal dovergli rivelare vicende della sua vita privata.
È evidente che almeno fin qui – prima che gli eventi lo rendessero necessario – una parte della sfera privata di Mara Carfagna preferiva rimanere inaccessibile al fidanzato. Non ha importanza se a buon diritto o no: non siamo qui per giudicarla, ma solo per cercare di capire cosa ci sia dietro quei suoi occhioni da cerbiatta braccata. Anzi, sarà il caso di concederle un acconto di simpatia e pensare che tra lei e il fidanzato si fosse stretto il patto di tacere su ogni relazione affettiva e/o sessuale avuta in precedenza: in tal senso, che ci sia stata o meno una relazione con Italo Bocchino, si spiegherebbe l’imbarazzo a parlarne.
Sì, ma questa ipotesi non regge. Marco Mezzaroma – dice – è l’unica persona che amo. E aggiunge: dal 2008. Ora, ogni lettore di Chi sa benissimo che i due si sono fidanzati nel 2007, a Capri. Si parlò proprio di fidanzamento e non vi fu smentita, né dall’uno, né dall’altra. Dobbiamo ritenere, dunque, che Marco Mezzaroma non sia stato l’unica persona amata da Mara Carfagna, almeno per il primo anno di fidanzamento. Si potrebbe ipotizzare che invece lo fosse anche prima del 2008 – “intrattengo un rapporto imbarazzante con Italo, ma l’unico che amo è Marco” – ma non c’è adito a dubbio: Mara Carfagna dice che gli ha concesso un affetto esclusivo solo dal 2008. Non c’è l’implicita ammissione che dal 2007 al 2008 abbiamo amato almeno due persone?
Concediamo anche qui un acconto di simpatia alla nostra cerbiatta: può darsi che Chi abbia parlato di fidanzamento mentre invece si trattava di una relazione dai caratteri più fluidi, che in ogni caso non prevedesse un impegno affettivo esclusivo, almeno da parte di Mara Carfagna. Ma allora non si spiega l’imbarazzo.

Esaurita la simpatia, arriviamo al dunque. Mara Carfagna e Marco Mezzaroma hanno cominciato a frequentarsi nel 2007. Si trattava di un rapporto che ad Alfonso Signorini sarà parso conveniente definire fidanzamento, e su questo nessuno dei due ha avuto da ridire, per analoga o diversa convenienza. Pare assodato, invece, che Mara Carfagna e Italo Bocchino si frequentassero con assiduità almeno dal 2006 e abbiano continuato a farlo – con immutata assiduità – almeno fino alla scissione di Fli dal Pdl (seconda metà del 2010).
Non ha importanza di quale natura fossero i rapporti che intrattenevano, ma per il periodo che copre il 2007 fino al 2008 erano tali da provocare imbarazzo in Mara Carfagna, almeno a doverne parlare a Marco Mezzaroma, oggi, non avendolo mai ritenuto necessario, prima di oggi. C’è da ritenere che volentieri se lo sarebbe risparmiato, se non fosse venuta a trovarsi nella necessità di farlo: infatti, fa intendere che finora non aveva ritenuto indispensabile farlo, perché relative a vicende personali, a una sfera privata della sua vita della quale – adesso – è imbarazzante parlare.
Il nodo della questione è il seguente: dove cade il diritto alla privacy per doverne dar conto al fidanzato? Se non c’è stata relazione con Italo Bocchino, o se c’è stata quando non era da considerare tradimento, non si capisce l’imbarazzo. Se c’è stato tradimento, invece, si capisce l’imbarazzo. Si capisce pure il desiderio “che il vento se le porti”. Mara Carfagna dice che “è l’ultima volta che io parlo di mie vicende personali”, ma è come se dicesse “sì, ho tradito, ma sono pentita, prometto che non lo farò mai più”. Via, Marco, è sincera: chiudi un occhio.

lunedì 28 marzo 2011

Giulia’, ma che stai a di’?



Questo, però, una vita fa. Oggi, a “Vendola, che si proclama pasoliniano ogni due per tre”, Ferrara consiglia: “Caro Nichi, […] riprenditi dal tuo poeta preferito le doti di ironia e di scrittura corsara…” (Il Foglio, 28.3.2011). Insomma, Pasolini è diventato ironico. (Nessuna novità sugli Scritti corsari: Ferrara conferma che li ha scritti proprio Pasolini.)


Benedetto XVI alle Fosse Ardeatine: “Qui fu fatta gravissima offesa a Dio”.




La Chiesa davanti a Gheddafi


Il magistero morale della Chiesa ritiene “giusta” la guerra quando siano “contemporaneamente” presenti alcune condizioni: (1) “che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo”; (2) “che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci”; (3) “che ci siano fondate condizioni di successo”; (4) “che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2309). Ciò detto, non si capisce perché Sua Santità chieda – oggi, 27 marzo – che si sospendano le operazioni della Nato in Libia, dopo aver “invoc[at]o – non più tre settimane fa, all’Angelusassistenza e soccorso per le popolazioni colpite”, quelle che Gheddafi andava massacrando.
Ora, noi sappiamo che “le azioni manifestamente contrarie al diritto delle genti e ai suoi principi universali, non diversamente dalle disposizioni che le impongono, sono crimini [e che] lo sterminio di un popolo, di una nazione o di una minoranza etnica deve essere condannato come peccato mortale” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2313), e dunque l’invocazione ci stava.
Noi sappiamo pure che l’uso della forza era da considerare “giusto”: (1) Gheddafi non ha esitato a uccidere migliaia di libici che si limitavano a chiedere democrazia e a minacciare di massacrarne altre migliaia, quando fosse riuscito a riprendere il controllo della situazione, fra quanti, nonostante il massacro, avevano continuato a chiederla; (2) ha inoltre rifiutato ogni altra soluzione della crisi che non fosse il pieno ripristino della sua dittatura: ha rifiutato un salvacondotto, quando era nei guai, e si è negato ad ogni trattativa, quando rimontava sugli insorti; (3) almeno fino ad ora – siamo tutti nelle mani di Dio – le operazioni della Nato danno ragionevole certezza di poter raggiungere (anche solo indirettamente) il fine di rendere inoffensivo il dittatore; (4) l’uso della forza da parte della Nato non ha finora provocato mali e disordini più gravi del male da eliminare, né promette di provocarne. E dunque: come portare assistenza e soccorso agli insorti?
La scorsa settimana, sempre all’Angelus, diceva: “Le preoccupanti notizie che giungevano dalla Libia hanno suscitato anche in me viva trepidazione e timori. Ne avevo fatto particolare preghiera al Signore durante la settimana degli Esercizi Spirituali”. Ma il Signore – sia detto col massimo rispetto – manco per il cazzo. E allora Sua Santità rivolgeva “un pressante appello a quanti hanno responsabilità politiche e militari, perché abbiano a cuore, anzitutto, l’incolumità e la sicurezza dei cittadini e garantiscano l’accesso ai soccorsi umanitari”. Sì, ma come? Di là, il “peccato mortale” dello “sterminio di un popolo” in atto e, di qua, i soccorritori che non hanno altra scelta se non la distruzione degli strumenti di quello sterminio: che cazzo mi significa l’odierno “cessate il fuoco” di Sua Santità?
“Chiedo a Dio che un orizzonte di pace e di concordia sorga al più presto sulla Libia e sull’intera regione nord africana”, diceva la scorsa settimana. Se lo immaginava con Gheddafi al potere? Gheddafi non è disposto a rinunciarci: o potere o morte. Che facciamo? Lo lasciamo dov’è? Chiudiamo un occhio sulle migliaia di libici che ha massacrato, rimandandolo – quando sarà –al giudizio del Signore? Può darsi sia davvero questo l’orizzonte gradito a Benedetto XVI. Infatti, ora che gli insorti sembrano rimontare e Gheddafi è di nuovo nei guai, Sua Santità dice “urgente l’esigenza di ricorrere ad ogni mezzo di cui dispone l’azione diplomatica e di sostenere anche il più debole segnale di apertura e di volontà di riconciliazione fra tutte le Parti coinvolte, nella ricerca di soluzioni pacifiche e durature”.
Ognuno dovrebbe fare il suo mestiere: ai teologi le loro pippe, ai politici la ricerca di soluzioni pacifiche e durature. Certo, in culo al principio della laicità dello stato, i politici possono ispirarsi al magistero morale della Chiesa. E tuttavia, Catechismo della Chiesa Cattolica alla mano, come si possono prendere per buone le pippe di Benedetto XVI?

Siete stanchi? Se sì, fermatevi: la domanda che chiude il primo paragrafo di questo post stia lì a domanda retorica. Se invece avete ancora un poco di pazienza, andiamo avanti e ascoltiamo le voci di due ratzingeriani che più ratzingeriani non si può, entrambi in favore del “cessate il fuoco”: Giorgio Vittadini e Antonio Socci.
Giorgio Vittadini dice che “l’operazione militare in Libia è la logica espressione di una politica neocoloniale che ormai domina le dinamiche internazionali dell’Occidente”. Il colonialismo è stata l’altra faccia dell’evangelizzazione dei popoli, ma ora è cacca: non c’è più un Papa a dare il placet, e dunque no al colonialismo. Fin qui, fila. Ma “l’operazione militare in Libia è la logica espressione di una politica neocoloniale”? L’intervento umanitario è un “pretesto”, come dice Vittadini, o è quanto aveva chiesto proprio il papa, tre settimane fa? Siamo ancora alla stessa domanda: come fermare Gheddafi?
Ecco, per chi si arrovellasse su questo punto, diciamo subito che per Vittadini la domanda è impropria: Gheddafi non va necessariamente fermato. Vittadini chiede: “Quale è l’alternativa a un regime? Instaurare un sistema politico basato su elezioni multipartitiche, che precondizioni chiede? È possibile imporre la democrazia con la violenza?”.
Meglio la violenza della dittatura? Questa non è una domanda retorica, perché Vittadini pensa proprio che sia meglio quella. Lamenta, infatti, che “con la giustificazione di interventi umanitari Belgrado e la Serbia furono bombardati in modo indiscriminato portando alla caduta di Milosevic. Si ricomincia con Gheddafi: si e’ invocato un intervento per emergenza umanitaria per poi verificare in questi giorni che Francia e Gran Bretagna, con l’acquiescenza del pensiero debole Obama-Clinton e di altri, stanno conducendo, non un’operazione umanitaria, ma una vera e propria guerra per rovesciare il regime a spese della popolazione libica”. Di quale popolazione libica? Certo non di quella che chiede la democrazia. Deve trattarsi della popolazione che Gheddafi sta armando per difendere la dittatura.
Vittadini si dice di portatore della “linea della Santa Sede”, e Socci pure. “Nel caso della «guerra libica» – dice – sono in tanti ad aver mestato nel torbido, magari fomentando le rivolte per poi poter intervenire militarmente e mettere le mani sul petrolio libico”. Qui c’è qualcosa di più che il sospetto: le rivolte in favore della democrazia non erano spontanee – probabilmente perché non potevano esserlo – perché fomentate da avidi petrolieri.
Non è ipotesi da scartare: può darsi che sia stato proprio un petroliere a dare la benzina all’ambulante tunisino che si è dato fuoco scatenando la rivolta che ha abbattuto il regime di Ben Alì.

Qui sono stanco io, e mi fermo. Dovessi continuare, avrei solo parolacce.

domenica 27 marzo 2011

“Per ragioni di principio”


“Siamo assolutamente contrari a qualsiasi intervento armato in Libia”, scrive (Il Fatto Quotidiano, 19.3.2011); e aggiunge: “Per ragioni di principio”. Ora, non sarebbe ingiusto impiccare Massimo Fini a quanto scrisse nel suo cazzutissimo Elogio della guerra, che è del 1989, quando, con la fine della Guerra Fredda, molti pensavano che la Storia fosse giunta alla sua fine (Francis Fukuyama lo avrebbe teorizzato di lì a tre anni, nel 1992), e già qualcuno provava nostalgia – fra questi, appunto, Massimo Fini – per la nostra plurimillenaria abitudine a sgozzarci; io proverei a impiccarlo a ciò che scrisse nel 1999, nella prefazione alla riedizione di quel libro. 


Direi che “per ragioni di principio” la guerra meritasse ancora il suo elogio. E tuttavia il principio scricchiolava, perché la prefazione concludeva in questo modo:


Non ci si raccapezza, vero? Chissà che cosa vorrà dire mai, oggi, “principio”.

venerdì 25 marzo 2011

Auditel


Da due settimane, intorno alle 20.30, Raiuno accusa un calo dello share che farebbe seriamente impensierire il proprietario della rete, se si trattasse di un privato. Si tratta di telespettatori che in buona parte ritornano su Raiuno, ma solo quando sono sicuri che Qui Radio Londra è terminata, e si è iniziato con poco meno di un milione, ma ormai si supera il milione e mezzo. Una analisi più dettagliata rivela una linea di tendenza che forse è ancora presto per considerare stabilizzata, ma che al momento non pare subire inversione: se la scorsa settimana si cambiava canale nel corso della trasmissione, adesso si evita anche la sigla di testa e si lascia Raiuno durante il blocco pubblicitario che segue la fine del Tg1. Se i numeri non ingannano, siamo passati dal sentiamo questo che ha da dire” al mamma mia, che palle”.
A chi gli chiede un commento sui dati di ascolto di Qui Radio Londra, Giuliano Ferrara risponde: “Non li ho nemmeno guardati”. DellAuditel può sbattersene, gli si può credere. Se si trattasse di una emittente privata, la trasmissione sarebbe in pericolo, ma la Rai è un servizio pubblico che non può appiattirsi sulla logica del profitto. Giuliano Ferrara lo sa e stavolta non scende in polemica sulle miserabili questioni di un milione di telespettatori in più o in meno.
Non come quando Radio Londra andava in onda su Canale 5 e i dati Auditel provavano, a suo parere, una correlazione tra quantità e qualità: “Sono furibondo perché anche oggi un quotidiano ha diffuso dati di ascolto del mio programma che falsano i dati diffusi dall’Auditel... Mi si possono muovere tutte le critiche possibili, ma non si possono falsificare i dati di ascolto”.
Non come quando a decidere le sorti de Il Professore fu la previsione di un flop: “Dopo che Berlusconi ebbe visionato le prime 3-4 prove del programma tirò un calcio tremendo nel televisore, fracassandolo... Mi disse: «Le proibisco di fare cose di questo genere, una trasmissione così non potrà mai fare più del 3% di share».
Ma nemmeno come quando conduceva Il Testimone su Raidue, emittente del servizio pubblico che allora era tenuta ad appiattirsi alle logiche del clientelismo craxiano, che era il suo solo profitto: “Un incredibile ritardo dellAuditel priva stranamente gli organi di informazione e lopinione pubblica di un dato di ascolto impressionante: è un risultato di cui possono, se lo vogliono, tenere conto quei critici che hanno mostrato una particolare malevolenza nei confronti di un programma televisivo che registra, con questa media di spettatori, un vero e proprio record”.
Non si capisce più se i dati di ascolto siano importanti o no. Diciamo che ieri lo erano e oggi no.  


Il post prende spunto da una breve di giornalettismo.com. I dati raccolti nella tabella sono estratti dagli aggiornamenti quotidiani di primaonline.it relativi alle ultime due settimane, ad esclusione di venerdì 25 marzo.

Il peggio, al meglio


Bruno Vespa si fa mediatore tra Ahmed Jibril, rappresentante del Consiglio nazionale transitorio, e Khaled Kaim, viceministro degli Affari esteri, e non si capisce bene con quale delega del Parlamento o del Governo, ma nella tela che vanamente cerca di tessere tra i due, in collegamento diretto rispettivamente da Bengasi e da Tripoli, c’è più Berlusconi che in Berlusconi.
Puntata di Porta a porta che vi invito a recuperare, perché riassume al meglio tutto il peggio di cui finora siamo stati capaci in politica estera, con l’evidenza di una ferma intenzione di mantenerci in quel solco, come opzione connaturata a carattere e tradizione: per i rapporti intrattenuti con Gheddafi dovremmo andare a nasconderci dalla vergogna e invece riteniamo di poterli vantare come un merito, per accreditarci come garanti di una uscita politica dalla crisi.

giovedì 24 marzo 2011

Avvenire, 24.3.2011



“Il divorzio è una grave offesa alla legge naturale” (Catechismo, 2384) e tuttavia, se hai gli occhi viola, puoi pure divorziare sette volte ché passa per inquietudine.


Giù le mani dalla mia vacca!



Come si concilia il mezzo miliardo di vecchie lire che Calisto Tanzi dice di aver dato a Giuliano Ferrara brevi manu ai tempi in cui innaffiava di denaro chi gli lisciasse la reputazione e il liberismo che ispirerebbe la politica economica del Governo? In una sinergia di quelle già sperimentate col caso Alitalia, qui in difesa dello yogurt di bandiera.

mercoledì 23 marzo 2011

Senza carità né misericordia


Su L’Osservatore Romano di domani troverete un articolo di Luca Possati, che dà il meglio di sé nella ricerca di rinascenze cristiane nel pop post-moderno, e il meglio del meglio lo dà quando pensa di averle trovate, come quella volta – ne ho già scritto – che gli parve che «Homer e Bart sono cattolici» In quell’occasione non gli andò benissimo: il produttore esecutivo di The Simpson smentì seccamente, e l’autore del saggio di cui l’articolo era una recensione si affrettò a precisare: “Non ho mai detto che Homer e Bart siano cattolici”.
Può darsi che io sia troppo severo, ma penso che la prima figura di merda sia tutta di chi firma l’articolo, ma la seconda vada equamente divisa col direttore che continua a pubblicarlo, e che la terza, nel caso, vada tutta intera all’editore che non licenzia il direttore. Ma è regola senza carità né misericordia, che invece sono i pilastri sui quali poggia la carriera di ogni avanzo di sagrestia.


Lasciate in pace la Daniela, si tratta solo di un banale refuso




 
dedicato a Daniele Luttazzi

martedì 22 marzo 2011

TIMES




Il labirinto gay

Stefano è inconsapevole vittima dello “strategismo sentimentale”.

Mendelssohn


La puntata di Qui Radio Londra andata in onda stasera meriterebbe mezza dozzina di post: uno sull’uso strumentale del caso Tortora, uno sulla tagliola preparata a Santoro, uno sulla teoria del magistrato-come-si-deve, uno sul termine “circo mediatico-giudiziario”, uno sulla denuncia che adesso arriva da De Magistris, ecc.
Se avrò un po’ di tempo, ne scriverò uno. Intanto è da segnalare un dettaglio: il magistrato-come-si-deve, invece di andare ad Anno Zero, la sera deve stare a casa. Ad ascoltare una sinfonia. Di Mendelssohn. Poco mancava che Ferrara dicesse pure quale.

Naturalmente qui vi limiterete a una mezza smorfia e tirerete avanti. Tutt’al più sarete tentati dal chiedervi che tipo di Presidente del Consiglio e che tipo di Raiuno ci meriteremmo in un mondo-come-si-deve nel quale il magistrato-come-si-deve a sera ascolta Mendelssohn.
Sbagliato, perché il nostro è esoterico e non parla mai a sproposito: se diceva “una sinfonia di Mendelssohn”, non diceva per dire: pensava alla Sinfonia n. 5 in Re Maggiore, Op. 107: meglio conosciuta come “La Riforma”. Capìta, la sottigliezza? 


Gas


Non ricordo il titolo del film, ma sono quasi sicuro che ci fosse Lino Banfi, forse pure Gloria Guida. Quasi sicuro, ma potrei sbagliare. Però di sicuro – questo l’ho chiarissimo – si raccontava della figlia del presidente della solita squadretta di serie C che scopicchiava segretamente col centravanti, un bomber belloccio che a un certo punto la molla…
Be’, non ha importanza, era solo per dire che, insieme ai travestimenti trash-fetish da infermiera e poliziotta che tanto piacciono al nostro amato premier, con la figlia che flirta con Pato, viviamo grazie a lui – si fa per dire – nel remake di una commediola vecchia di quarant’anni. Invece di Alvaro Vitali che tira una scoreggia con l’accendino al culo nell’esilarante effetto-lanciafiamme, abbiamo Ignazio La Russa, ma con poco gas.

Vabbe’, va’


“Gli uomini perdono rapidamente la capacità di concepire la diversità, se per qualche tempo si sono disabituati a vederla”, così ha detto Vladimir Luxuria nel corso della presentazione del suo libro Le favole non dette (Bompiani, 2009) agli studenti del liceo artistico «Filiberto Menna» di Salerno. Prego notare: 2009.

No, scherzavo, è che stamane mi sento d’uno stronzo che non potete immaginare… L’ha detto John Stuart Mill, chiudendo il III capitolo di On liberty.



lunedì 21 marzo 2011

Branchie


Su Il Sole-24Ore di ieri trovavi:
● Sua Eccellenza, monsignor Bruno Forte, che ti leggeva a cazzo di cane la sentenza della Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, quella sul crocifisso,
● Sua Eminenza, il cardinal Gianfranco Ravasi, che cercava di convincerti di un fondo di fede nel disperato nichilismo di Emil Cioran,
● l’usignuol de’ la Cei, il poeta Davide Rondoni, che si intratteneva sul disagio di noi umani prendendo spunto da Alberto Bevilacqua,
● Daniele Bellasio, che sembrava in bigodini sotto il casco del coiffeur: “Non c’è che dire: il primo presidente afro-americano della storia degli States è di un fotogenico pazzesco”,
● Christian Rocca, che ci teneva a dirti di aver composto ben 3 brani in 3 giorni grazie a un software buono anche per chi non sa leggere la musica, né scriverla, né suonarla,
● Marco Ferrante, che si produceva in una marchetta a forma di epopea,
● Franco Debenedetti, un po’ meno lucido del solito,
● Alberto Mingardi, un po’ più opaco di sempre.
Insomma, il giornale sembrava Il Foglio con l’herpes.

Ora, sì, quando un quotidiano ha una caduta verticale di copie vendute, sarà colpa del direttore e i signori industriali hanno fatto bene a liberarsi di Gianni Riotta, ma siamo onesti: a togliere solo la testa al pesce, puzzano le branchie.

L’idea della Provvidenza

Commentando la tragedia abbattutasi sui siciliani col terremoto di Messina del 1908, monsignor Vincenzo Manzella scriveva: “Le catastrofi sono talora esigenza della giustizia di Dio, della quale sono giusti castighi. Le grandi catastrofi sono una voce paterna della volontà di Dio, che ci richiama al fine ultimo della nostra vita. Se la terra non avesse catastrofi, eserciterebbe su di noi un fascino irresistibile, e non ricorderemmo che siamo cittadini del cielo. In secondo luogo, le catastrofi sono i giusti castighi di Dio. Alla colpa del peccato originale si aggiungono le nostre colpe personali e quelle collettive, e mentre Dio premia e castiga nell’eternità, è sulla terra che premia o castiga le nazioni”.
Ora questo non stupisce perché in ogni prete c’è uno stronzo, figuriamoci in un vescovo. Quello che stupisce è ciò che ha detto il vicepresidente del CNR, il notorio professor Roberto De Mattei, commentando ciò che scriveva il Mazzella per una sua meditazione sulla tragedia abbattutasi sui giapponesi col terremoto dello scorso 11 marzo. Alzate il volume delle casse e ascoltate con la massima attenzione:


Quale altro paese al mondo può vantare alla vicepresidenza di un Consiglio Nazionale delle Ricerche uno che si esprime in questi termini su terremoti e maremoti? Solo l’Italia, è evidente. In qualsiasi altro paese sarebbe spalmato di pece, cosparso di piume e dato alle fiamme, qui gli diamo lo stipendio di alto dirigente di ente pubblico.

Non biasimate quelli della Hostessweb.it



Una delle 500 hostess che sette mesi fa affollarono la lezione coranica di Gheddafi a Roma sostiene oggi: “Il popolo voleva bene al suo leader ed era orgoglioso di avere qualità della vita superiore agli altri vicini di casa africani. Magari Gheddafi avrà anche le sue colpe, i suoi metodi diversi dai nostri, ma è stato l’unico ad aver dato un’identità alla Libia” (La Stampa, 21.3.2011).
Posizione insostenibile, vero? Ma non è quella che abbiamo sostenuto noi italiani, prima che per Gheddafi mettesse male, quando stipulavamo un Trattato di amicizia che ci impegnava a non interferire negli affari interni libici e a non offrire aiuto (neanche logistico) ad eventuali aggressioni al regime libico? In Parlamento non ebbe pure i voti del Pd? E tutti, da Andreotti a Craxi, da Dini a Prodi, da D’Alema a Berlusconi, non hanno sempre detto tutti: “Magari Gheddafi avrà anche le sue colpe, ma...”? Facendo zoom indietro, non era la posizione di tutti quelli che avevano affari in Libia? 
Cos’è cambiato che renda oggi insostenibile la posizione della figliola, che invece rendeva sostenibile quella in tutto sovrapponibile che è stata di tutti i governi della Prima e della Seconda Repubblica, col rinforzo delle relative opposizioni? Che per Gheddafi mette male e che ogni altro affare in Libia è possibile solo riposizionandosi contro Gheddafi. Ogni altro affare della figliola in Libia, invece, è possibile solo se Gheddafi rimane in piedi: come possiamo biasimarla?

La figliola – Rea Beko, 28 anni, immigrata albanese, perfettamente integrata sul piano culturale – non è sola, perché “al fianco del raìs si schiera anche tutta Hostessweb.it, il sito che ha pianificato incontri e viaggi di Gheddafi con le ragazze italiane e che sta organizzando a Roma, per sabato prossimo, una manifestazione in suo favore: «Siamo indignati dal comportamento degli Stati che stanno usando una scusa vergognosa per colonizzare nuovamente un Paese prima considerato ‘amico’», dice il fondatore Alessandro Londero” (Corriere della Sera, 21.3.2011). Come biasimarlo? Se Gheddafi è fatto fuori, Hostessweb.it ha perso un cliente difficilmente rimpiazzabile in Libia.
Temendo che la vittoria degli insorti potesse farci perdere un cliente, non abbiamo fatto finta che a Bengasi e a Tripoli non stesse accadendo niente? Fino a quando è stato possibile, sì. Non volevamo disturbare. Quando abbiamo visto che stavamo perdendo il cliente, non abbiamo cercato di rimpiazzarlo in loco? Ci siamo lamentati dei mille morti in piazza, come non abbiamo mai fatto per i milleduecento ammazzati da Gheddafi nel carcere di Tripoli, nel 1996. Quando abbiamo visto che Gheddafi rimontava sugli insorti, non ci siamo un po’ cagati addosso? Quando l’Onu si è mosso per mettere fine al massacro, non abbiamo tirato un sospiro di sollievo, annullando unilateralmente il Trattato di amicizia, già unilateralmente sospeso?
Mettetevi nei panni della Beko e del Londero. Non vedete che ci state dentro come nei panni di Berlusconi? Provate, vedrete che vi sentirete pure nei panni di D’Alema, che approva la risoluzione Onu, ma adesso trova che si stia esagerando e insiste nel sottolineare che la risoluzione non indica l’obiettivo di far cadere Gheddafi, ma solo quello di stare a guardare dall’alto, tifando per i buoni con qualche missiletto, di tanto in tanto.
Non biasimate quelli della Hostessweb.it: siamo tutti noi.

Un’altra puttanata



“Guardate queste foto aveva detto – sono state scattate da fotografi autorizzati e poi date ai grandi giornali popolari”. Volevate che ammettesse di aver detto una puttanata? Accontentatevi del fatto che non la ribadisca, già è tanto che Giuliano Ferrara corregga quanto ha sostenuto a Qui Radio Londra (Raiuno, 16.3.2011) facendo il nome di Zappadu (Il Foglio, 21.3.2011). Smentita troppo implicita? Non siate troppo esigenti, via, passate oltre.
Passate oltre e beccatevi quest’altra puttanata, quella “della giovanissima accompagnatrice del premier a un tavolo di industriali e banchieri (mammà al seguito)”. Si tratta della famosa cena che si tenne a Villa Madama il 19 novembre 2008, quando Noemi Letizia fu presentata agli illustri convitati come “figlia di carissimi amici di Napoli”. Mammà non c’era e alla fine della cena la “pupilla” fu vista allontanarsi su un’auto blu – da sola, a quanto ricordano tutti i presenti interpellati – al seguito dell’Audi A8 nera del premier.

domenica 20 marzo 2011

Chance, il falegname


Nel resto del mondo cade per lo più in giugno, ma qui da noi in Italia – come in altri paesi di tradizione cattolica, anche se non in tutti – la Festa del Papà cade il 19 marzo, con la Festa di San Giuseppe. Superfluo dire che l’accorpamento non è casuale: il padre putativo di Gesù è offerto dalla Chiesa, ovunque può, come ideale modello di paternità. Si può accettarlo o no, ma questo invita tutti, cattolici e no, a meditare su quanto è stato inoppugnabilmente dimostrato, non più di quattro o cinque anni fa, dal cattolicissimo Istituto Mendel: “Dalle nostre stime – affermava il direttore, professor Bruno Dallapiccola – emerge che in Italia fino al 10% dei bebè nati ogni anno ha un papà differente da quello presunto. Un dato frutto di osservazioni e ricerche nazionali, confermato anche a livello europeo, e che storicamente ha visto picchi pari al 20% nel nostro paese”.
Ecco, pensavo al fatto che neghiamo l’accesso alla fecondazione assistita eterologa, ma offriamo a tutti i cornuti una chance di potersi sentire santi.

Fra “le attrezzature e materiali necessari alle aule delle scuole”, fin dal 1928


Un po’ di storia Con la legge n. 4671 del 17 marzo 1861, non solo non si ha ancora “Unità d’Italia” – manca ancora Roma, che non sarà italiana prima del 1870 – ma neanche si ha costituzione ex novo di un entità politica statuale, perché – semplicemente – il Regno di Piemonte e Sardegna cambia nome e, in ragione dell’avvenuta annessione di gran parte dei territori della penisola, diventa Regno d’Italia. Le leggi del Regno di Piemonte e Sardegna diventano leggi del Regno d’Italia e fra queste v’è il regio decreto n. 4336 del 15 settembre 1860 che all’art. 140 dispone l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche, in forza dello Statuto Albertino del 4 marzo 1848, nel quale la religione cattolica apostolica e romana è dichiarata “sola religione di Stato”.
Con la presa di Roma, il 20 settembre 1870, le relazioni tra Stato e Chiesa diventano pessime. “La costruzione politico-istituzionale dello Stato unitario – ha detto Benedetto XVI qualche giorno fa – ebbe effetti dilaceranti nella coscienza individuale e collettiva dei cattolici italiani, divisi tra gli opposti sentimenti di fedeltà nascenti dalla cittadinanza da un lato e dall’appartenenza ecclesiale dall’altro. Ma si deve riconoscere che, se fu il processo di unificazione politico-istituzionale a produrre quel conflitto tra Stato e Chiesa che è passato alla storia col nome di Questione Romana, suscitando di conseguenza l’aspettativa di una formale Conciliazione, nessun conflitto si verificò nel corpo sociale”. Questo non è del tutto vero, perché l’ostilità del clero verso un’Italia finalmente unita si espresse non di rado in forme prossime all’istigazione dei cattolici alla disobbedienza civile, ed ebbe in risposta reazioni anche vivaci da quegli ambienti della neonata società italiana che esprimevano la crescente esigenza di uno Stato laico e aconfessionale, e che avrebbero dovuto aspettare ancora un secolo per vedere abolito il principio di “religione di Stato”. Contro lo Statuto Albertino, contro il decreto regio del 1860, molti crocifissi furono rimossi dalle aule scolastiche.
“L’aspettativa di una formale Conciliazione” – come la chiama Benedetto XVI – fu soddisfatta dall’“uomo della Provvidenza”, il cavalier Benito Mussolini, e neanche un mese dopo la Marcia su Roma il Ministero della Pubblica Istruzione emette la circolare n. 68 del 22 novembre il 1922, che recita: “In questi ultimi anni, in molte scuole primarie del Regno l’immagine di Cristo ed il ritratto del Re sono stati tolti. Ciò costituisce una violazione manifesta e non tollerabile e soprattutto un danno alla religione dominante dello Stato così come all’unità della nazione. Intimiamo allora a tutte le amministrazioni comunali del Regno l’ordine di ristabilire nelle scuole che ne sono sprovviste i due simboli sacri della fede e del sentimento nazionale”. Seguirà il regio decreto n. 965 del 30 aprile 1924, che all’art. 118 dispone: “Ogni scuola deve avere la bandiera nazionale, ogni aula il crocifisso e il ritratto del re”; e ancora un’altra circolare del Ministero della Pubblica Istruzione: “Il simbolo della nostra religione, sacro per la fede quanto per il sentimento nazionale, esorta e ispira la gioventù studiosa che nelle università e negli altri istituti superiori affina il suo spirito e la sua intelligenza in previsione delle alte cariche alle quali è destinata” (n. 2134 del 26 maggio 1926); e ancora un regio decreto, il n. 1297 del 26 aprile 1928, che mette il crocifisso fra “le attrezzature e materiali necessari alle aule delle scuole”. Coi Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929, “l’Italia riconosce e ribadisce il principio stabilito dall’articolo 1 dello Statuto Albertino del 4 marzo 1848, secondo il quale la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione di Stato”.
Si dovrà attendere il nuovo Concordato del 18 febbraio 1984 per vedere abolito il concetto di “religione di Stato” e il 20 novembre 2000 per una sentenza della Corte Costituzionale (n. 508) perché i principi di uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di religione (Costituzione, art. 3) e di eguale libertà di tutte le religioni dinanzi alla legge (Costituzione, art. 8) stabilisca che “l’atteggiamento dello Stato deve essere segnato da equidistanza e imparzialità, indipendentemente dal numero di membri di una religione o di un’altra, né dall’ampiezza delle reazioni sociali alla violazione di diritti dell’una o dell’altra”.

All’oggi “L’Italia è stata assolta dalla colpa di ledere i diritti umani per la presenza di un crocifisso su una parete, colpevole – per alcuni – di indottrinare con la sua presenza. Era necessaria l’assoluzione della Corte europea. Amen” (Avvenire, 20.3.2011). Prima di commentare l’“assoluzione” c’è da dire che non più di due anni fa la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo era fra gli “alcuni”: “Lo Stato è tenuto alla neutralità confessionale nel quadro dell’istruzione pubblica obbligatoria dove la presenza ai corsi è richiesta senza considerazione di religione e che deve cercare di insegnare agli allievi un pensiero critico. La Corte non vede come l’esposizione nelle aule di scuole pubbliche di un simbolo che è ragionevole associare al cattolicesimo (la religione maggioritaria in Italia) potrebbe servire al pluralismo educativo che è essenziale alla preservazione d’una società democratica come la concepisce la Convenzione [Europea dei Diritti dell’Uomo], e alla preservazione del pluralismo che è stato riconosciuto dalla Corte costituzionale nel diritto nazionale. La Corte ritiene che l’esposizione obbligatoria di un simbolo confessionale nell’esercizio del settore pubblico relativamente a situazioni specifiche che dipendono dal controllo governativo, in particolare nelle aule, viola il diritto dei genitori di istruire i loro bambini secondo le loro convinzioni e il diritto dei bambini scolarizzati di credere o non di credere. La Corte considera che questa misura violi questi diritti poiché le restrizioni sono incompatibili con il dovere che spetta allo Stato di rispettare la neutralità nell’esercizio del settore pubblico, in particolare nel settore dell’ istruzione. Perciò la Corte stabilisce che in questo caso c’è stata violazione dell’articolo 2 del protocollo n. 1 e dell’articolo 9 della Convenzione”.
Ciò detto, vediamo in base a quali elementi, oggi, riunita in Grande Camera, la Corte si ricrede e assolve l’Italia: “Dalla giurisprudenza della Corte emerge che l’obbligo degli Stati membri del Consiglio d’Europa di rispettare le convinzioni religiose e filosofiche dei genitori non riguarda solo il contenuto dell’istruzione e le modalità in cui viene essa dispensata: tale obbligo compete loro nell’esercizio dell’insieme delle funzioni che gli Stati si assumono in materia di educazione e d’insegnamento. Ciò comprende l’allestimento degli ambienti scolastici qualora il diritto interno preveda che questa funzione incomba alle autorità pubbliche. Poiché la decisione riguardante la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche attiene alle funzioni assunte dallo Stato italiano, essa rientra nell’ambito di applicazione dell’articolo 2 del protocollo n. 1”.
In pratica: nel nostro “diritto interno” sono ancora vigenti le norme relative all’“allestimento degli ambienti scolastici” così come dettate dal regio decreto del 1924 e da quello del 1928. E dunque, sì, come afferma la Convenzione, “lo Stato, nell’esercizio delle funzioni che assume nel campo dell’educazione e dell’insegnamento, deve rispettare il diritto dei genitori di assicurare tale educazione e tale insegnamento secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche”, ma – appunto – “nell’esercizio delle funzioni che assume nel campo dell’educazione e dell’insegnamento” che assume sulla base del suo “diritto interno”, che definisce il crocifisso elemento indispensabile dell’arredo scolastico.

Problemini Questa sentenza può essere considerata una vittoria per un cattolico? Di fatto, essa si limita a sancire il primato del “diritto interno” italiano sull’arredo scolastico. Viene ribadito, infatti, che “il crocifisso è prima di tutto un simbolo religioso”, ma si accoglie quanto era nel ricorso del Governo italiano, che sosteneva che “la presenza del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche rispecchia ancora oggi un’importante tradizione da perpetuare; aggiungeva poi che, oltre ad avere un significato religioso, il crocifisso simboleggia i principi e i valori che fondano la democrazia e la civilizzazione occidentale, e ciò ne giustificherebbe la presenza nelle aule scolastiche”. Bene, “la Corte sottolinea che, se da una parte la decisione di perpetuare o meno una tradizione dipende dal margine di discrezionalità degli Stati convenuti, l’evocare tale tradizione non li esonera tuttavia dall’obbligo di rispettare i diritti e le libertà consacrati dalla Convenzione e dai suoi Protocolli” e, visto che “il Consiglio di Stato e la Corte di Cassazione hanno delle posizioni divergenti sul significato del crocifisso e che la Corte Costituzionale non si è pronunciata sulla questione, la Corte considera che non è suo compito prendere posizione in un dibattito tra giurisdizioni interne”.
“Amen”, commenta Avvenire, ma non s’avvede che manca un pronunciamento della Corte Costituzionale. Sarà quando sarà, ma potrà cambiare tutto. Da parte sua, la Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non ha smentito quanto è affermato nella sentenza del 3 novembre 2009, ma si limita a prendere atto che in Italia, per le questioni relative all’arredo di luoghi pubblici, residua un pezzo dello Statuto Albertino, cristallizzato nella legislazione fascista e poi fatta norma non scritta nella pratica democristiana del «quieta non movere» seppur in contraddizione col dettato costituzionale. L’Europa ha dichiarato che in Italia il crocifisso è da considerare suppellettile di ambiguo significato, “la Corte constata che, nel rendere obbligatoria la presenza del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche, la normativa italiana attribuisce alla religione maggioritaria del Paese una visibilità preponderante nell’ambiente scolastico”, ma Avvenire esulta. Non capisce. Più verosimilmente, non vuol capire.

Morra cinese



Con pena, schifo e rabbia si può giocare a morra cinese (come con carta, sasso e forbici: la pena vince sullo schifo, che vince sulla rabbia, che però vince sulla pena) e mi pare non ci resti altro passatempo in attesa che questo governo imploda.
Prendete il ministro dell’Ambiente: “Non possiamo mica rischiare le elezioni per il nucleare, non facciamo cazzate. Bisogna uscirne, ma in modo soft. Ora non dobbiamo fare niente, si decide tutto tra un mese”. Carta, sasso o forbici? Io dico sasso, e perdo solo con chi dice carta.


venerdì 18 marzo 2011

Elamadonna!!!



“Tutto iniziò nel 1987 in Brasile, quando Maria iniziò a rivelare ad un giovane di nome Diego Régis una serie di messaggi inquietanti riguardanti il mondo, tra cui anche il Giappone. Ecco l’impressionante sequenza:
28 aprile 2005: Cari figli, la terra è piena di malvagità e i miei poveri figli camminano come ciechi spiritualmente. Gli uomini hanno sfidato il Creatore e per questo saranno puniti severamente. Il Signore pulirà la terra e i suoi fedeli vivranno felici. L’umanità sperimenterà grandi sofferenze. Il Giappone soffrirà per un grande sisma di dimensioni mai viste in tutta la sua storia.
2 agosto 2005: Il Giappone vivrà momenti di angoscia, ma il peggio dovrà ancora venire.
31 dicembre 2005: Il Giappone berrà il calice amaro della sofferenza.
4 marzo 2006: Il Giappone berrà il calice amaro del dolore.
5 febbraio 2010: Accadrà in Giappone e si ripeterà nel Paraíba. Ovunque si udranno grida di disperazione.
20 marzo 2010: Un grande sisma scuoterà il Giappone e i miei poveri figli piangeranno e si lamenteranno.
17 aprile 2010: Una grande distruzione si verificherà in Giappone. Pregate. Pregate. Pregate.
29 maggio 2010: Il Giappone soffrirà e il dolore sarà grande per i miei poveri figli.
28 ottobre 2010: La morte passerà per il Giappone lasciando una grande scia di distruzione.
Puntualmente, l’11 marzo 2011, le premonizioni si sono avverate”

Corale per coltelli



 




Il nipote di Mubarak


“I’m very suspicious about what is going on in the Arab world, especially in Egypt. Hosni Mubarak was not an ideal leader, and he was immersed in corruption, but he was also the last obstacle to the Islamist tsunami. Mubarak put Egypt in the Western orbit” *.


Intermezzo




Lesto come la mosca sullo stronzo


Ho già commentato le tante puttanate scritte da Benedetto XVI nel Messaggio al Presidente della Repubblica in occasione dei 150 anni dell’Unità politica italiana, e ho iniziato col dire che la prima era già nel titolo. Nel 1861, infatti, all’Italia mancava ancora Roma per dirsi unita: l’Unità d’Italia si avrà solo 9 anni dopo, quando i bersaglieri sfonderanno Porta Pia, beccandosi la scomunica che fin lì era toccata a chiunque si era azzardato a pensare Roma senza Papa-Re. Scomunica che non sarà mai revocata, neanche dai pontefici che, facendo di necessità virtù, col tempo smisero di considerarsi prigionieri dello Stato e pian pianino, dietro favore dopo favore, dietro privilegio dopo privilegio, cominciarono a capire che perdere il potere temporale era stato conveniente.
Sotto le mistificazioni che in questi ultimi anni hanno portato le gerarchie ecclesiastiche ad avanzare la pretesa di un merito nel processo unitario, a fianco di Cavour, Mazzini e Garibaldi, i fatti sono ancora lì, intatti, e ci vuole una straordinaria faccia di culo, come dicevo commentando il Messaggio di Sua Santità, per affermare che “l’identità nazionale degli italiani costituì la base più solida della conquistata unità politica” perché “fortemente radicata nelle tradizioni cattoliche”, ma neanche tanto. L’opportunità di stanare il Papa-Re dal Palazzo Apostolico, nel quale s’era rintanato dichiarandosi prigioniero, non venne presa in debita considerazione (dargli un calcio in culo o mettergli una corda al collo ci avrebbero promosso a paese normale) e, com’è tristemente noto, prevalse l’infausta idea di lasciarlo lì, per evitare la guerra civile che avrebbe scatenato, ma sottovalutando gli oneri che ne sarebbero derivati.
Fra questi fu messo quello della rimozione del 20 settembre 1870 dalla memoria degli italiani, perché riconoscerla come data della vera Unità d’Italia sarebbe stato scortese verso il Papa. Si sottovalutava la straordinaria faccia di culo che lo Spirito Santo gli conferisce al momento dell’elezione, perché nel 140° anniversario di Porta Pia, sei mesi fa, abbiamo visto il suo Segretario di Stato in prima fila, a garantirci una “ritrovata concordia tra comunità civile ed ecclesiale”. Qualcuno, per un attimo, ha pensato che stesse per chiedere allo Stato una pensione per gli eredi degli zuavi papalini, e invece si è limitato a concedere che Roma è “indiscussa capitale d’Italia”, apparentemente a gratis.

Divagavo, come al solito. Volevo dire che, dopo aver commentato le puttanate di Benedetto XVI, ci tocca dare un’occhiata pure a quelle del cardinale Angelo Bagnasco, che ieri ha tenuto un’omelia ad hoc, nel corso della quale ha detto che “la Patria, nello stesso linguaggio comune, esprime una paternità, così come la Madrepatria esprime una maternità: il popolo che nasce da ideali alti e comuni, che vive secondo valori nobili di giustizia e solidarietà, che sviluppa uno stile di relazioni virtuose, respira un anima spirituale capace di toccare le menti e i cuori, è un popolo vivo, prende volto, assapora e si riconosce uno, diventa Nazione e Patria, offre sostanza allo Stato”. Superfluo aggiungere che l’Italia può vantare tutto ciò solo grazie al cristianesimo, anzi, grazie al cattolicesimo, sicché viene quasi il sospetto che non ci sia possibilità di Patria, forse neanche Nazione, senza la vidima della relativa conferenza episcopale.
Bastasse, volesse il cielo che bastasse, ma non basta. Perché a commento delle puttanate di Sua Eminenza, lesto come la mosca sullo stronzo, arriva l’editoriale di Francesco D’Agostino: “Non c’è dubbio che il Risorgimento abbia avuto diverse anime e non tutte coerenti tra loro. Una delle idee guida dei patrioti risorgimentali (e sicuramente la più caduca) consisteva nell’appassionato desiderio di dare vita, costruendo uno Stato unitario, a una nuova Italia capace di entrare nel concerto europeo come una grande potenza, non inferiore, né idealmente né materialmente, a nessun’altra. Un desiderio nobile, ma pericoloso, perché tale da stravolgere quello che c’è di veramente buono nel patriottismo, deformandolo nel nazionalismo” (Avvenire, 18.3.2011). E qui è fatto evidente che, a impiccare Pio IX o a esiliarlo in Oceania, il nostro patriottismo sarebbe senza dubbio degenerato in nazionalismo, forse truce, quasi certamente guerrafondaio. Parola di Bagnasco, che fino a pochi anni fa era a capo dei cappellani militari, però commentata da D’Agostino.


“Der Jüngling ruft ihn an, verspricht ihm die hohe Summe”


Il 10 marzo mi sono intrattenuto sulla vicenda che ha preso le mosse da una lettera di Marta Herling, nipote di Benedetto Croce, pubblicata due giorni prima sul Corriere del Mezzogiorno. La signora accusava Roberto Saviano di aver attribuito al padre del filosofo, con intento strumentale (“mistificazione della storia e della memoria”), una frase che questi avrebbe rivolto al figlio quando entrambi erano sotto le macerie del terremoto di Casamicciola, nel 1883: “Offri centomila lire a chi ti salva”. Per reperire la fonte dalla quale lo scrittore aveva attinto (Ugo Pirro - Oggi, 13.4.1950) bastava consultare Google, e qualche giorno dopo se ne aveva conferma dallo stesso, ospite di Enrico Mentana al Tg7.
Polemica chiusa? Macché. Le critiche a Saviano non accennano a sopirsi. Possiamo riassumerle in ciò che scrive Giancristiano Desiderio, oggi, sempre sul Corriere del Mezzogiorno: “Saviano dimentica di dire alcune cose fondamentali: che la storia delle centomila lire non esce dalla bocca di Croce e neanche dalla bocca di Pirro. Dimentica di dire che l’intervista di Pirro fa riferimento a un cronista anonimo del 1883”.
Non troppo anonimo, in verità, perché Saviano lo identifica in Carlo Del Balzo, che infatti attribuisce quella frase al padre di Croce nel suo Cronaca del tremuoto di Casamicciola (1883). A Desiderio non basta: “Chi disse a Carlo Del Balzo, uomo politico e romanziere, che il povero Pasquale Croce disse al figlio l’idea delle centomila lire? Non lo sappiamo perché Del Balzo non lo dice. Ma è certo che non lo dice Croce dal momento che Del Balzo non afferma neanche che fu il primogenito del signor Croce a riportagli le parole del padre. Ciò nonostante, Saviano crede a Del Balzo e non a Croce. E forse nei prossimi giorni rivelerà un’altra fonte. Magari può citare Casamicciola di Dantone, sempre del 1883, ma non vi troverà nulla di buono per suffragare il suo racconto”.
Bene, qui Desiderio è in errore perché il brano citato da Pirro è tratto proprio dal volume di Ernesto Dantone, dove a pag. 143 si legge la frase: “Offri centomila lire a chi ti salva”. Questo potrebbe significare poco, se non fosse che il brano che contiene quella frase, prima di passare in Pirro (1950) e in Saviano (2010, 2011), è riportato in un giornale ad ampia diffusione come il Corriere del Mattino, il 31 luglio 1883, che indica la fonte nello stesso Croce, intervistato quando è ancora ricoverato in un ospedale napoletano. Anche qui, come nel 1950, nessuna smentita da parte dell’interessato.
Nessuna smentita nemmeno a quanto scriverà, un mese dopo, Woldemar Kaden: “Er soll dem Ersten besten hunderttausend, zweihunderttausend Francs bieten, wenn er sie rettet, nur nicht sterben, den Erstickungstod sterben. Es vergehen wieder Stunden, der Tag muss bald grauen, da kommt Jemand im hastigen Lauf heran. Der Jüngling ruft ihn an, verspricht ihm die hohe Summe” (Die Insel Ischia in Natur-, Sitten- und Geschichts-Bildern aus Vergangenheit und Gegenwart).


giovedì 17 marzo 2011

Il principio


Fermamente convinto, e da sempre, che sia ingiusto condizionare l’esito di un referendum al raggiungimento del quorum, Marco Beltrandi ritiene che l’ingiustizia debba essere rimossa, non aggirata. Per principio, dunque è contrario ad ogni accorpamento di un voto politico o amministrativo con un voto referendario, espediente che può servire a raggiungere il quorum, certo, ma rinunciando a metterlo in discussione, facendo così propria la logica di chi lo ritiene necessario per scoraggiare la pratica referendaria.
Un parlamentare non ha vincoli di mandato, perché dovrebbe esprimere un voto contro i suoi principi? E infatti Marco Beltrandi non l’ha fatto, e ha detto no all’election day che era proposto dal partito nelle cui liste è stato eletto, e il suo no è stato decisivo per far saltare l’accorpamento tra le elezioni amministrative e i referendum su acqua, nucleare, ecc.

Di cosa lo si può accusare? Oltre che legittimo, il suo comportamento è chiaro, onesto e responsabile. Perciò non si capisce che senso abbia quanto afferma a margine della vicenda: dice che non sapeva che il suo voto fosse decisivo, sennò non avrebbe votato contro, ma si sarebbe astenuto. Rinunciando a riaffermare il principio?