martedì 31 maggio 2011

il Giornale, 31.5.2011



Via Antonio Oscar Mendoza


Le dimensioni della vittoria di Luigi De Magistris hanno stupito tutti. Poteva vincere, ma il risultato è andato ben al di là della più rosea aspettativa dei suoi fan, e senza dubbio oltre ogni sua speranza. Autorevoli commentatori hanno già a caldo stilato l’elenco di tutte le possibili ragioni di un così ampio successo, ma a mio parere i conti non tornano se non si aggiunge la morte di Antonio Oscar Mendoza, il crocierista deceduto venerdì sera, dopo 9 giorni di coma, per gli esiti del trauma cranico riportato in seguito allo scippo subìto appena sbarcato a Napoli, lo scorso 18 maggio. Mentre ancora Silvio Berlusconi replicava il suo solito sketch in Piazza Plebiscito, peraltro mezza vuota, la notizia della morte di Mendoza è caduta sulla città come un micidiale ceffone. Pena, indignazione, rabbia impotente e muta, ma soprattutto un immenso scuorno, e Napoli si è finalmente sentita colpevole, umiliata dalla sua stessa rassegnazione, così spesso stanca, non di rado cinica.
I problemi che attendono una soluzione da Luigi De Magistris sono enormi, forse irrisolvibili, e tuttavia dovrà iniziare da qualcosa. Il gesto simbolico di intitolare una via o una piazza ad Antonio Oscar Mendoza costa il resto di niente, ci si mette due minuti e non dovrebbe incontrare il no dell’opposizione. La realtà di una città disperata non verrebbe neanche scalfita, ma si inizierebbe come si deve.

Signori giacobini, v’imploro

“Abbiamo perso. Servono nervi saldi. L’unica strada è andare avanti. Ho sentito Bossi che è d’accordo. Dobbiamo fare con il Pdl un ragionamento. Per radicarci di più sul territorio. I milanesi devono pregare il buon Dio. A Napoli si pentiranno moltissimo”


C’è tutto il campionario del pazzo assediato dalla realtà. Perciò, signori giacobini, v’imploro: non lo appendete a testa in giù, è malato, ha bisogno di cure. Sfogate piuttosto i vostri bassi istinti rivoluzionari su quelle carogne che, dopo averlo portato a questo punto a suon di adulazioni e applausi, ancora lo assecondano nella pazzia.

domenica 29 maggio 2011

Ucci ucci

Gli Angelucci querelano L’Espresso per un articolo di Lirio Abbate (Angelucci connection – 22/LVII, pagg. 68-72), che in fondo si limita ad aggiornare la pagina che Wikipedia dedicava ad Antonio Angelucci (ora oscurataa seguito di minaccia di azioni legali”). Disponibile solo a pagamento sul sito del settimanale, generosamente offerto a gratis dal Ministero dell’Economia e delle Finanze.


Un anno, un mese e una settimana dopo


“Qui a Malta vivete in una società che è segnata dalla fede e dai valori cristiani. Dovreste essere orgogliosi che il vostro Paese promuova la stabilità della vita di famiglia dicendo no al divorzio. Vi esorto a mantenere questa coraggiosa testimonianza alla santità della vita e alla centralità del matrimonio e della vita famigliare per una società sana”


“La Valletta - Malta dice «sì» al divorzio. Il referendum per la sua legalizzazione è passato con una netta maggioranza del 54% dei voti”

Preferisco credere

“Io me lo ricordo, il 93-94. […] Tanta gente […] ci credeva veramente, specie a Milano: non tanto nella rivoluzione liberale – non glien’è mai fregato niente a nessuno – quanto nell’efficientismo come valore, nella sburocratizzazione dello Stato, nella modernizzazione di una classe politica decrepita” (Piovono rane, 26.5.2011).

Preferisco credere che Alessandro Gilioli abbia dei vuoti di memoria, sennò devo sospettare che nell’essere strasicuro della sconfitta di Letizia Moratti voglia fin d’ora riporre il diritto dei vincitori, quello di riscrivere la storia, concedendo ai vinti al massimo la buona fede dei fessi.
Occorre dire, infatti, che la “gioiosa macchina da guerra” contro la quale Silvio Berlusconi scese in campo non rappresentava un momento di modernizzazione della classe politica, non aveva nel suo programma la sburocratizzazione dello Stato e soprattutto era segnata da un forte pregiudizio (culturale prim’ancora che politico) su ogni genere di efficientismo: il Polo delle Libertà le era alternativo, almeno a chiacchiere. Perciò mi sembra assai poco corretto dire che della rivoluzione liberale “non glien’è mai fregato niente a nessuno”: è come dire che, quando cadrà Silvio Berlusconi, avrà vinto Achille Occhetto.
Il consenso che Silvio Berlusconi intercettò nel 1994 non si spiega solo con “i riciclati del Psi o della vecchia Dc che si buttavano come cani sull’osso” e con chi fu illuso dal “mito del «se farà con l’Italia quello che ha fatto con il Milan finalmente qualcosa vinceremo anche noi»”: dal basso saliva l’idea di un progetto alternativo a quello cattocomunista, l’unico che Tangentopoli aveva lasciato in piedi sullo scenario politico, e almeno quest’idea aveva i caratteri dell’istanza liberaldemocratica. Silvio Berlusconi la conquistò, la stuprò e le fece partorire un mostriciattolo clericofascista.
Non lo votarono soltanto gli orfani del Caf e chi volle credere nelle sue taumaturgiche doti di uomo del fare: lo votarono anche quelli che erano terrorizzati all’idea di un paese come sarebbe piaciuto a Moro e a Berlinguer, ed erano elettori sinceramente liberali.

venerdì 27 maggio 2011

Gaudeamus

Non sono del tutto convinto che sia certa la vittoria di Giuliano Pisapia, ancor meno che sia certa quella di Luigi De Magistris, ma mi auguro di essere smentito e anzi voglio unirmi ai prematuri festeggiamenti di chi ritiene che ormai sia cosa fatta e che il centrodestra sia già uscito sconfitto dai ballottaggi di Milano e di Napoli.
Gaudeamus igitur, ma siamo proprio certi che adesso la Lega molli Silvio Berlusconi, il governo cada e il Pdl imploda? Siamo proprio sicuri che questo accada nel giro di qualche settimana, al massimo entro qualche mese, se non di botto? Qui ho qualche dubbio e ritengo che siano un po’ troppo sopravvalutati, in entrambi gli schieramenti, gli effetti che deriverebbero sul quadro politico generale da una sconfitta di Letizia Moratti e di Gianni Lettieri: si spera e si dispera più del dovuto.
Silvio Berlusconi non mollerà. È probabile che davvero, come di tanto in tanto manda a dirci, sia tentato dall’idea di abbandonare la politica, ma non lo farà, se non costretto dagli eventi, e dopo aver opposto strenua resistenza.
La Lega non può permettersi di perdere di colpo ciò che solo Silvio Berlusconi ha potuto e ancora può darle, tanto più e tanto meglio se si tratta di un Silvio Berlusconi ulteriormente indebolito: è in un punto del suo ciclo vitale dove stare all’opposizione le farebbe perdere più consensi di quanti potrebbe perderne per sostenere questo governo.
Le opposizioni – semplicemente – non hanno un programma comune, non costituiscono ancora un’alternativa, chissà se ci riusciranno mai e quanto durevole potrà mai rivelarsi.
Lunedì 30 maggio, in ogni caso, anche nel beneaugurato caso che il centrodestra perdesse le sfide di Milano e Napoli, si apre una stagione durissima, incertissima, forse dolorosissima. Gaudeamus igitur?




giovedì 26 maggio 2011

32 minuti di Porta a porta


Troppi partiti, troppe liste civiche, la scheda era un lenzuolone talmente pieno di simboli che il povero elettore ha fatto fatica a trovare quello del Pdl. Col pragmatismo che lo contraddistingue, poco manca che butti lì l’idea di stamparli di dimensioni differenti, in proporzione al numero dei voti raccolti all’elezione precedente, un bel Pidiellone al centro.
Questo spiegherebbe il calo del suo partito, ma il calo delle preferenze a 28.000? Sul simbolo della lista c’era scritto il suo nome e quindi l’elettore avrà pensato che bastasse sbarrarlo per esprimere la preferenza in suo favore. Ma sul simbolo della lista non c’era il suo nome, quando ne prese 53.000? In generale, poi, com’è che le cose sono andate tanto male?
Colpa delle tv, tutte schierate contro di lui. Qui la balla è così grossa che perfino Bruno Vespa si vede costretto a fargli notare, giusto per darsi un tono da giornalista, che 5 emittenti su 7 sono state multate per averlo favorito. Non fa una piega: gli hanno chiesto un’intervista e non si è sentito di negarla, gli sembrava scortesia. Sì, ma la multa inflitta dall’Agcom? Garantisce che non sarà pagata, deve far pacchetto con la moratoria sugli immobili abusivi da abbattere e col condono delle multe per infrazioni al codice stradale (liberticida non meno di quello civile e di quello penale).

Milano e Napoli sono grandi aziende, hanno bisogno di un sindaco che s’intenda di gestione aziendale. Non vuole esagerare, è evidente, e infatti non chiude il sillogismo, ma lo lascia all’intelligenza degli elettori: solo un imprenditore può fare il sindaco, il governatore, il premier. Infatti, chi vota De Magistris, uno che non ha mai gestito neanche un chiosco di sfogliatelle, non ha cervello. Chi vota Pisapia non ne ha di più, e quel poco dev’essere cervello di frocio, di drogato, di brigatista o di musulmano. Votare quei due è una follia pura, se ne vuole un esempio? Ciò che il governo ha promesso a Napoli, se sarà eletto Lettieri, non le sarà dato, se vince De Magistris. Dimostrata la follia di votare contro la sua indicazione.
La sofisticata argomentazione avrà stancato troppo il telespettatore, peraltro è poco applicabile a Milano, che al governo le promesse può estorcerle, dunque stacchiamo un attimino dal ballottaggio e passiamo a parlare dei massimi sistemi nazionali, che è meglio.

Forse non troppo meglio. Il fisco, per esempio. Siamo davanti al fortunato inventore della formula “meno tasse per tutti”, che dunque ha il tema in pugno e potrà finalmente dirci come, quando, con quali coperture. Saranno dettagli, perché gli basta ripetere che lo farà.
Anche qui a Vespa scappa un’obiezione (avrà pippato e si sente ardimentoso:) “Scusi, presidente, ma lei è stato eletto per farlo e finora non l’ha fatto” (non così letteralmente, molto più sofficemente, come a sottintendere: quale mala sorte le si è messa di traverso, presidente?). E qui lui s’incazza un poco, come a dire: “Ma che cazzo volete? Meno tasse non si può, son cose che si promettono per prometterle, come quando per troppo idealismo ti scappa un ti amo con una puttana”.

Vespa si morde la lingua, capisce di aver sollevato una contestazione scostumata. Per riparare, passa al caso Ruby, con l’intenzione di offrire: “Ma poi, presidente, come cazzo le è venuto di chiamare in Questura e fare concussione di persona? Non poteva farla fare a un dipendente?” (non così letteralmente, molto più complice, come a sottintendere: lei è una affascinante testa di cazzo, presidente, sarà mica che l’ha fatto in buona fede, per fare una buona azione, per coltivare buone relazioni diplomatiche con Mubarak?).
Cross pennellatissimo, arriva il bomber e spara – più o meno – che nessuno gli può impedire di essere spontaneo e generoso. Doppio palo interno: vale come goal anche se ritorna in campo.

Qui cambio canale, sennò sfondo il televisore.


 

mercoledì 25 maggio 2011

«Bouche de la loi»

“I magistrati non sono un partito, non sono un potere autonomo, non sono eletti. Governano la giustizia, la amministrano in nome del popolo solo se e in quanto si comportano come «bocche della legge», questo diceva il grande giurista democratico Piero Calamandrei”
Qui Radio Londra, 24.5.2011


L’art. 104 della Costituzione recita: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Più che implicito, dunque, che essa stessa rappresenti un “potere”, quello giudiziario, che è “altro” da quello legislativo e da quello esecutivo, secondo la classica tripartizione. “Potere”, quindi, e “autonomo”. Questa è la prima delle puttanate dette da Giuliano Ferrara, ieri sera, ma la seconda non è da meno.
Non sono riuscito a trovare in alcun punto dell’opera di Piero Calamandrei un riferimento al giudice come mera «bocca della legge», ma non dubito possa esservi. Il fatto è che non potrà esservi che come evocazione della celebre espressione «bouche de la loi» coniata da Montesquieu (De l’esprit des lois, 1748). Poco male che Calamandrei si prenda un merito di Montesquieu grazie all’ignoranza di Ferrara, la questione è un’altra: l’idea di un giudice come mera «bocca della legge» nasce come pilastro della monarchia costituzionale e verrà subito sostenuta con forza dai giacobini.
Prima, con l’Ancien Régime, il giudice era un funzionario alle dipendenze del re e amministrava la legge scritta dal re, ma con la monarchia costituzionale il re non può più promulgare norme in contrasto con la costituzione data e, con l’avvento della monarchia parlamentare, il re diventa solo un garante della costituzione oltre che dell’unità nazionale, mentre il potere legislativo passa all’assemblea degli eletti. In questo passaggio del potere legislativo dal re al parlamento, i giacobini – al pari di Ferrara – pensavano a un giudice che da mero funzionario del re diventasse mero funzionario della classe degli eletti dal popolo. Questa visione giacobina di cosa debba essere un giudice non gli concede autonomia di potere e qui torna alla mente la bella pagina di Barbara Spinelli (la Repubblica, 9.3.2011) che rimanda al mittente l’accusa di giacobinismo che molti populisti del centrodestra rivolgono ai loro oppositori, con l’acuto rilievo di una radice giacobina nel berlusconismo. Sta nel voler mettere le procure sotto la tutela di un potere legislativo che ormai Berlusconi ha asservito a quello esecutivo. Dovremmo lasciarglielo fare sorbendoci intanto le sgangherate lezioni di diritto costituzionale dei suoi servi?

martedì 24 maggio 2011

Gnazio



Ignazio La Russa lamenta azioni di disturbo che militanti di sinistra starebbero arrecando alle manifestazioni in favore di Letizia Moratti e dice: “Faccio politica da quando avevo dieci anni e non ho mai visto i nostri fare altrettanto” (Ballarò - Raitre, 24.5.2011).
I nostri, chi? Non quelli coi quali ha fatto politica dai dieci ai trent’anni. È da un corteo nel quale sfilava in testa ai suoi che fu lanciata la bomba che uccise un poliziotto di 22 anni, Antonio Marino, che insieme ai suoi colleghi cercava di evitare l’aggressione neofascista a una sede del Movimento studentesco.  

Cacca di pipistrello




Bob Dylan ha 70 anni, ma almeno da 15 anni lo evito. Lo seguivo fin da Like a Rolling Stone, quando mio zio (chitarra solista) provava cover su cover in uno scantinato insieme a quattro suoi amici (era il 1966-67, avevo una decina d’anni e loro erano i Pepitas, incisero pure due o tre 45 giri).
Ogni tanto, molto raramente, ascolto ancora qualche sua vecchia ballata, cantata mille volte da ragazzo (sempre in un inglese molto approssimativo), come devo dire che non mi dispiacque affatto quella sua svolta elettrica dopo l’incidente stradale (si nasce Woody Guthrie, si può morire Iggy Pop), né penso gli abbia fatto male lo sprofondo nella fede, anzi, mi sembrò subito – e oggi confermo – che con quel suo cristianesimo da strada avesse preso una piega stralunata assai interessante.
La sua voce riuscì a rendermi piacevole anche quella rilettura nevrastenica delle sue canzoni più note che irritò mezzo mondo tra gli ’80 e i ’90, ma poi, nel 1997, arrivò il ricovero per quella pericardite da Histoplasma capsulatum, microrganismo che abbonda nella cacca di pipistrello, e lì, anche se Robert Zimmerman se la cavò, Bob Dylan ci lasciò le penne.
Sembrava ormai il cadavere del folk singer e del blues man, quando ancora mezzo imbottito di itraconazolo agitava le frange spioventi dalla giacca da cow boy, impalato davanti a un Giovanni Palo II più assente che assorto. Lì – rammento – spensi la tv e dissi: “Riposa in pace, Liberace”.

“Aiuto, Santità!”

Santità, se volesse raccogliere la supplica che Giuliano Ferrara le rivolgeva ieri sera e dire una parolina sul ballottaggio di Milano... Beh, veda lei, il ragazzone ci spera.

[...]

“We have a lot of things that made sense once, or never made sense, that are clogging up the work” (Timothy Gowers – The Observer, 22.5.2011).

lunedì 23 maggio 2011

Sproposito nello sproposito


Goffredo Bettini lavorerebbe al progetto di un “partito unico a sinistra” che metta insieme “Pd, Sel e un pezzo dell’Idv”, così rivela Maria Teresa Meli (Corriere della Sera, 23.5.2011). Se questo corrispondesse al vero, ci troveremmo di fronte a uno sproposito nello sproposito, quello di un tizio che s’è molto speso per un Pd che rinunciasse ad ogni forma di alleanza tattica e strategica con altre formazioni politiche, e riuscendoci, per poi annunciare che non si sarebbe mai più interessato di politica quando il partito da lui portato a uno splendido isolamento ha mostrato tutti i suoi limiti, ma che ora cambia idea, ritira la decisione di ritirarsi e torna a spendersi per un nuovo progetto politico, che è l’esatto contrario di quello che pensava fosse l’unico vincente.
Ci vuole una grande fiducia in se stessi per sentirsi indispensabili in ogni stagione, ma ci vuole una gran faccia tosta per pensare di poterlo essere con due progetti opposti. La cosa triste, ma largamente prevedibile, è che non sarà mandato a cagare.


Pascolate lontano dai coglioni di Sua Eminenza

La vicenda che ha per protagonista don Riccardo Seppia lascia tanto sgomenti e inorriditi che pure gli anticlericali più agguerriti hanno finora avuto qualche reticenza nel farne uso strumentale e la parodia di uno spot della Cei che inviti a destinare l’8permille a don Seppia, cocainomane, sieropositivo e pedofilo, su YouTube ancora non s’è vista.
Per i reati che gli vengono contestati sarà un giudice a decidere, ma don Seppia ammette di averne commessi (uso, detenzione e cessione di stupefacenti), rigettando solo l’accusa di abuso su minore. Si dichiara gay e non nega di aver avuto una vita sessuale molto attiva, probabilmente senza farsi molti scrupoli nel contagiare i suoi partner (e qui ci sarebbero gli estremi per altri due o tre reati, però mai a danno di minori), ma dice che, quando al telefono offriva droga in cambio di bambini, scherzava.
Un bel gomitolo giudiziario, insomma, e tuttavia ho come la sensazione che Bruno Vespa non vorrà dedicare troppa attenzione alla vicenda di don Seppia, sicché finiremo per continuare ad avere idee confuse sul caso. Spendeva 300 euro al giorno, don Seppia, ma dove li prendeva? Il cardinal Bagnasco ha assicurato che nessuno fosse al corrente della condotta del prete, né di quella peccaminosa, né di quella criminale, e non ha fatto in tempo a dichiararlo ufficialmente che dai parrocchiani arrivano smentite: era noto fosse omosessuale e violasse i voti, pare che i suoi superiori fossero stati messi a conoscenza di sue molestie sessuali a danno di minori.

Chi mente? Boh. Di certo resta solo che finora don Riccardo Seppia non è stato né spretato perché indegno del ministero, né scomunicato per aver gravemente offeso il sacramento del sacerdozio. Sospeso dal ruolo di parroco, questo sì, ma è anche vero che da una cella del carcere di Marassi sarebbe stato difficile dir messa e tenere le lesioni di catechismo.
Ecco, allora, che sull’intrico della vicenda converrà astenerci da ogni commento, perché ogni impressione corre il rischio di essere ingiusta illazione. Di sicuro c’è solo il fatto che don Seppia resta per la Chiesa un alter Christus, nonostante tutto. Nessun seminarista potrebbe illudersi di diventare prete ammettendo anche la metà della metà di quanto don Seppia ammette, ma i sacramenti officiati da un prete, indegno quanto egli stesso ammette di essere, restano validi: era un tramite di merda tra Dio e i fedeli, ma pur sempre un tramite.
I genitori dei bambini battezzati da don Seppia, e che ora chiedono siano ribattezzati (*), sono cattolici stupidissimi, e chiedo scusa per il pleonasmo. In quell’untore drogato – pedofilo o no – c’era Cristo: almeno allora, quando tutti erano all’oscuro dei suoi dopomessa, Cristo c’era. A non volercelo vedere si fa offesa alla dottrina cattolica e a diritto ecclesiastico: a quei genitori non resta che ripassare il Catechismo e il Codice di Diritto Canonico. Così si renderanno conto che non possono nemmeno sbattezzare i figli, per poi farli ribattezzare: sarebbe insulto al sacramento, il loro. Via, pascolate lontano dai coglioni di Sua Eminenza.


 

[...]



“Vedete? Mica sono un Cicchitto qualsiasi, io”

L’editoriale di Giuliano Ferrara che ieri apriva il Giornale (Occupare i telegiornali èstato solo un autogol) è stato letto da molti come una severa critica a Silvio Berlusconi, e dunque come una coraggiosa prova di onestà intellettuale dell’Elefantino, ma io vorrei provare a dimostrare che non è affatto così. Non citerò altri suoi articoli che nel passato prossimo e in quello remoto hanno dato ai più la stessa impressione, senza la sua lingua si staccasse mai troppo dal culo del suo protettore, ma mi baserò sulla sola analisi del testo in questione, però servendomi della chiave di lettura offerta dallo stesso Giuliano Ferrara nelle prefazioni a due volumi: Leo Strauss, Scrittura e persecuzione, Marsilio 1990 (pagg. VII-XXIII); La saggezza della Fronda (Massime del Cardinale di Retz e di François de La Rochefoucauld), Edizioni Giuseppe Laterza 2001 (pagg. 5-9).
Nella prefazione al primo volume, parlando delle “relazioni speciali, ambigue, ironiche, enigmatiche tra filosofi e tiranni, ideologi e principi, uomini di scienza e di autorità”, scrive che i primi sono costretti a usare nel trattare coi secondi “un linguaggio particolare”, praticando “un’arte dello «scrivere tra le righe»” che serve per lo più a parare il culo, ma che, quando è esercitata da maestro, tocca l’eccelsa paraculaggine, che poi costituisce “la giuntura tra il canone ermeneutico [di questo «scrivere tra le righe»] e la filosofia politica [che le sta sotto e dietro].
Per essere più chiari dobbiamo andare al “manualetto del perfetto frondista”: “In date circostanze, non rare, le tue azioni contrarie alla decenza saranno giustificate, però mai le tue parole. […] Le parole, non c’è fortuna che le innalzi e le glorifichi: devono fare da sole il loro sporco mestiere di spiegare l’indifferenza politica al bene e al male […] poiché bene e male non sono nemmeno equipollenti, sono la medesima cosa”. E dunque, “se ti rivolgi al Principe, devi sapere che la tua potenza benefica è considerata da lui altrettanto pericolosa, e quasi altrettanto criminale, della tua volontà malefica”. In pratica? “Conquistare la fiducia, installarsi nella confidenza dei grandi: è la battaglia campale del consigliere frondista, così diverso nella sua intrattabilità dall’adulatore e dal ruffiano”. D’altra parte, questa conquista della confidenza a colpi di intrattabilità è al servizio del Principe, non già a quello dei suoi nemici, perché “l’Italia del 25 luglio sa per esperienza che la Fronda è l’anticamera del tradimento, ma in linea teorica ne è anche il solo antidoto”. In più, “consigliare è meglio che comandare” e, visto che “non c’è più il mondo dei re, dei principi, dei papi e degli imperatori”, “la Fronda abbassa i suoi obiettivi, calibra i mezzi, porta come sempre servigio e divisione, che per la Fronda sono sinonimi, ma in una nuova dimensione di umiltà”, perché “nella politica contemporanea alla Fronda è rimasto un solo nemico, per abbattere il quale nessun sacrificio è vano: il ridicolo del potere abusato, dissipato, malamente perduto e senza onore”.
Quella che a molti è sembrata una severa critica a Berlusconi deve essere letta in questo modo e apparirà tutt’altro.


“Ho passato un bel pezzo della mia vita a difen­dere come potevo e sa­pevo Berlusconi, a cui ho sempre riconosciuto, in amicizia militante e mai servi­le, grandissimi meriti storici nel tentativo di tirare fuori l’Ita­lia dalla crisi della Repubblica e dalla rovina della giustizia, e una simpatia di tratto liberale e scanzonato senza eguali; e quando non ero d’accordo, è successo spesso, riprendevo forza ed energia dal modo di­sgustoso scelto dai suoi avver­sari per combatterlo. La mostri­ficazione, la teoria del nemico assoluto, l’orrore del guardoni­smo giornalistico, della faziosi­tà dispiegata, le accuse forsen­nate di stragismo, di mafia, ac­compagnate dalla totale resa al più sinistro spirito forcaiolo: questo mi è sempre bastato per dirmi senza problemi ber­lusconiano e per prendere il mio posto, costante negli anni, nella battaglia contro la deriva ideologica e di stile della sini­stra più scalcinata e ipocrita del mondo, prigioniera di una cultura demagogica che la di­vorava”.
A una lettura piana: “Non sono un servo. Presto i miei servigi a Berlusconi perché i suoi nemici mi fanno tanto schifo da rendermelo simpatico, anche e nonostante i suoi difetti”. Tra le righe: “Vedete come sono libero e indipendente? Mica sono un Capezzone qualsiasi, io. Se e quando farete fuori il Cav, tenetelo da conto: berlusconiano per generosità d’animo e di intelletto, mica per interesse”.
“Vorrei continuare la corsa, ma se la strada è quella dell’invadenza arrogante a reti unificate, del monologo che umilia gli interlocutori e gli elet­tori, del semplicismo e del ba­by talk arrangiato, sciatto, po­veramente regressivo, mi man­ca il fiato. Va bene che Enzo Biagi face­va i suoi show el­ettorali con Be­nigni per bastonare il Cav sotto elezioni quando era capo del­l’opposizione, ma quale esper­t­o impazzito di marketing poli­tico ha suggerito al premier di presentarsi in tutti i tg come un propagandista, di diminuire la sua autorità e credibilità di pre­sidente del Consiglio e di lea­der del partito di maggioranza relativa di una grande nazione occidentale con discorsi da bet­tola strapaesana?”.
Traduzione piana: “Non è che poi abbia fatto nulla di male, in fondo le elezioni sono elezioni e nessuno riesce a resistere alla tentazione di abusare del mezzo televisivo, però est modus in rebus”. Tra le righe: “Vedete? Mica sono un Cicchitto. Quando e se arrivasse il 25 luglio, trattatemi da Bottai, non da Starace”.
“Chi gli ha consigliato di perdere all’istan­te i voti dei cattolici diocesani abbracciando a Milano, dove le intemerate leghiste più sprovvedute non hanno mai at­­tratto consensi, la crociata del­la lotta a zingaropoli o il truc­chetto del trasferimento in terra meneghina di al­cuni ministeri romani, subi­to contraddetto dal sindaco della Capitale? Che cosa può portare il capo di una classe dirigente che dovrebbe pun­tare su libertà e responsabili­tà ad avallare, dopo la magra figura dell’attacco ad perso­nam a Pisapia, e senza le do­vute scuse, l’idea che la vitto­ria dell’avversario nella lotta per il Municipio porterebbe terrorismo e bandiere rosse a Palazzo Marino? Perché farsi del male con parole d’ordine primitive, giocando irrespon­sabilmente la carta dei cosid­detti «valori conservatori» in una offensiva lanciata da gen­te di governo contro «gay e drogati», una caricatura del motto Dio-patria-e-fami­glia, quando quella carta è sempre stata pudicamente scartata quando si doveva giocarla con sensibilità e in­telligenza nelle occasioni giu­ste e per motivi giusti?”.
Mica ha commesso l’ennesimo abuso di potere, il suo Cav, si è solo esposto a critiche di un certo peso. Pare che la sua colpa più grave sia quella di aver imbarazzato chi lo voglia difendere senza cadere nel ridicolo, e Ferrara non vuole cadervi: può difenderlo solo da frondista, facendo da antidoto alla montante protesta. Tutti pensano che Berlusconi abbia fatto un goal di mano con la sua apparizione televisiva in cinque tg su sette, ma Ferrara alla moviola dice che è un’autorete. Tifoso, sì, ma che fairplay.
“Spero che la Moratti vinca e che Pisapia perda il ballot­taggio, per ovvie e argomen­ta­te ragioni politiche e ammi­nistrative che si stanno per­dendo nei fumi sulfurei di un incendio ideologico senza senso. Ma intanto non voglio che Berlusconi perda la fac­cia nella contesa, che il suo comprensibile radicalismo politico, il suo accento popo­lare e diretto nel linguaggio, diventino un incattivito vani­loquio della disperazione. Non lo merita lui e non lo me­ritano coloro che si sono bat­tuti e si battono per ciò che lui ha rappresentato”.
Qui il «tra le righe» affiora per un attimo e subito s’immerge: “Se Berlusconi perde la faccia, appresso a lui la perde chiunque lo difende. Mica so’ Paniz, io”.
“Chiunque conosca Berlusconi e la storia del ber­lusconismo sa quel che man­ca a questo punto della para­bola: mancano la sicurezza di sé, un minimo di ottimi­smo, la capacità originaria di sfidare le convenzioni, di fa­re cose nuove e liberali, di smascherare le ipocrisie al­trui, di parlare pianamente e urbanamente anche il lin­guaggio più irriducibile e aspro, manca il gentile «mi consenta», manca il Berlu­sconi ilare e sapido che rom­pe il monopolio dell’informa­zione, che disintegra ogni for­ma di conformismo, che spiazza e interloquisce con la società italiana alla sua ma­niera originaria. Vedo in questa deriva la vit­toria dell’avversario di tutti questi anni, e di quello più in­carognito e miserabile. Farsi simili alla caricatura che il ne­mico fa di te è il peggiore erro­re possibile per un leader po­litico”.
Lui non è così, vedete come me lo hanno ridotto? Fa il dittatorello, sì, ma sono i suoi nemici ad averlo ridotto così. E lui sbaglia, sì, e questo “è l’errore che può ca­gionare «l’ultima ruina sua»” (e qui davvero sembra di sentire il Machiavelli che si spende per il culo del Borgia).
Povero Cav, insomma. Ridotto dai suoi nemici alla malevola caricatura che da sempre gli hanno appiccicato addosso. Errore fatale, “che lo isola con le tifoserie, che ne avvilisce l’indipen­denza intellettuale e di tono, la credibilità personale”. Errore che Ferrara non può permettersi.

domenica 22 maggio 2011

Il pedigree di Gesù, Turgenev e i Fratelli Taviani

Si prenda un monologo del don Alfio di Verdone, però lungo almeno il triplo, e lo si infarcisca di citazioni, di molte citazioni, diciamo due dozzine, nella misura di due quinti dalle Sacre Scritture e il resto dai Meridiani della Mondadori, qui un richiamo etimologico, lì un’ardita associazione: si otterrà il tipico “paginone alla Ravasi”. Per quanto al solito è zotica e incolta la gran parte del clero cattolico, e anche ai piani alti, Ravasi è giustamente sopravvalutato, ma chi l’ha mai sorpreso a esprimere un’idea tutta sua? Ogni pezzo di Ravasi è un patchwork di chiose sotto il quale mettere a nanna delle banalità, non senza averle ubriacate di una prolissità snervante.
Avreste dovuto leggerlo, oggi, su Avvenire: “Come si ha la generazione ad eterno nel mistero dell’intimità divina, così si ha una maternità divina e una generazione nella storia. È su questa scia che la generazione umana diventa un grande paradigma che certamente determina la sequenza genealogica dell’umanità, ma che ospita al suo interno un’ulteriore presenza, come potremo vedere seguendo proprio il percorso generazionale biblico. A livello umano si potrebbe a lungo riflettere sul valore di questa esperienza radicale. Basterebbe solo pensare all’anello genealogico che unisce Padri e figli già nel titolo del celebre romanzo che lo scrittore russo Ivan S. Turgenev pubblicò nel 1862, innestandovi tutta la complessità e persino la drammaticità di una simile relazione che non è meramente genetica e biologica, ma anche culturale, sociale e psicologica”.
Aveva attaccato con la genealogia di Gesù che apre il Vangelo di Matteo, continuerà con Padre padrone di Gavino Ledda, “trasformato in un efficace e intenso film dai Fratelli Taviani nel 1977”, per andar poi al Salmo 78, sfarfallando come non riuscirebbe neanche a un preside di liceo che voglia far colpo sulla ballerina di lap dance. Di questa interessante mutazione di don Alfio si mormora che potrebbe essere il prossimo papa, e io già immagino che udienze, che angelus, che omelie. Già immagino l’invocazione che si leverà dalla folla in Piazza San Pietro.



sabato 21 maggio 2011

“Una notizia meravigliosa, una notizia fantastica”

“Una notizia meravigliosa che avrei voluto commentare è quella del giocatore di baseball che in America, dopo sforzi sovrumani – suoi, dei medici e di coloro che l’hanno aiutato nella riabilitazione – è riuscito a riprendere– essendo tetraplegico, paralizzato dalla vita in giù – a riprendere dei movimenti attraverso una elettrostimolazione. Una notizia fantastica”
Qui Radio Londra, 20.5.2011

Qui siamo in deroga al monito di non alimentare vuote speranze che Il Foglio ha sempre rivolto agli scientisti. Il fatto è che la scienza, qui, non mette in discussione il Catechismo e allora all’entusiasmo viene tolto il guinzaglio e gli vien data licenza di illudere gli sprovveduti: fantastico, meraviglioso, l’elettrostimolazione fa camminare i paralitici!
In realtà, si tratta della solita notizia maltrattata dal sensazionalismo della cattiva informazione, e Giuliano Ferrara la riprende e la rilancia senza neanche darle una controllatina. Con due clic si poteva arrivare a Lancet e leggere che, nell’unico caso finora trattato, “epidural stimulation enabled the man to achieve full weight-bearing standing with assistance provided only for balance”, e per pochi minuti; inoltre, “the patient recovered supraspinal control of some leg movements, but only during epidural stimulation”. Volendo leggere la notizia con lo scetticismo che solitamente anima Il Foglio su tutto ciò che puzza troppo di tecnica, si potrebbe desumere che con adeguata elettrostimolazione si riesca ad ottenere analogo risultato anche in un cadavere, se fresco.
La“notizia fantastica” sta tutta nel fatto che “task-specific training with epidural stimulation might reactivate previously silent spared neural circuits or promote plasticity”: “might”, non “may”, ma a Giuliano Ferrara basta per far la papera felice tra le gambe dei paralitici.


Analisi



venerdì 20 maggio 2011

Big Wednesday sta a Deep Throat...


... come una vera onda sta al riflesso della tosse.


 

Letizia Moratti augura buon compleanno a Giuliano Pisapia...

... ma poteva far di più. Un’enorme torta, per esempio, e dentro una bella figliola. Happy birthday to you, poi salta il coperchio e salta fuori la bella figliola. Se non con un violino, almeno con una custodia di violino.


Antipaticissimo


Un altro lettore mi rimprovera di trascurare troppo la città in cui vivo, sarà il quinto o il sesto, e questo qui pensa che il colmo sia il mio mancato endorsement alla vigilia delle elezioni: in pratica, mi spettava dichiarare se il mio voto andasse a Lettieri, Morcone, De Magistris, Pasquino o a uno degli altri candidati a Palazzo San Giacomo.
Mi spettava? Non penso, soprattutto tenuto conto del fatto che fino a pochi giorni prima del voto propendevo all’astensione. Ora c’è da dire che per indole ed educazione faccio fatica a ritenere che astenersi sia un diritto e, insomma, ritengo che sia un diritto ma che usufruirne non sia bello, figurarsi il farne mostra. (Sì, ho detto proprio “bello”. A casa mia, quand’ero bambino, per dire “questo è moralmente reprensibile” si diceva “questo non è bello”. Uno cresce, ma certe impronte restano.)

Mi spettava dichiarare: “Non vado a votare”? Non mi sembrava bello. Poi, sì, sono andato a votare. Due o tre giorni prima, mi pare giovedì 12, Silvio Berlusconi ha promesso una moratoria sugli immobili abusivi destinati all’abbattimento e questo mi ha fatto cadere in una spirale che in breve mi ha inghiottito nel vicolo cieco del votare il meno peggio. Sì, ma chi era il menopeggio? Pur trovandolo antipaticissimo – è questione di pelle – ho votato De Magistris.
Ora c’è da dire pure che io non credo sia possibile fare di Napoli una città vivibile senza raderla al suolo e ricostruirla daccapo, però facendola abitare da norvegesi. Nessun sindaco potrà far molto, anche volendo, poverino. Questa città ha la borghesia più vile e pusillanime d’Italia, che ha quella più vile e pusillanime d’Europa, e ha popolo che è fiero d’essere plebe, e non si salva niente, sicché il nuovo ha sempre il peso di un movimento di viscere. Chi o cosa può cambiare una città così? E però astenersi non è bello, brutta era la faccia di Lettieri mentre Berlusconi prometteva la moratoria sugli immobili abusivi da abbattere, votare il partito che ha partorito Bassolino & Iervolino mi pareva bruttissimo, e ho votato Idv. (Vi ho spiegato come ci sono arrivato, adesso non buggeratemi troppo.)

A questo punto, già che mi trovo, potrei fare l’endorsement per il ballottaggio, ma non so se andrò votare e mi trovo nella stessa condizione della scorsa settimana. Mi astengo, dunque, dal dichiarare che propendo all’astensione, tanto poi è probabile che andrò a votare De Magistris, che non riesco a nominare senza dire: antipaticissimo. 


 

Pericolose contiguità del centrodestra all'estremismo di sinistra

Letizia Moratti augura buon compleanno a Giuliano Pisapia.

Dear fellow-unbelievers

Un immenso Christopher Hitchens.

Può darsi



Può darsi che Dominique Strauss-Kahn sia davvero colpevole dei reati che gli vengono contestati (personalmente lo ritengo assai probabile), ma diversi elementi nella vicenda che lo vede protagonista sono almeno degni di una qualche perplessità e, se non sono validi a supportare l’ipotesi di un complotto (ripeto: non sono validi a supportare l’ipotesi di un complotto), lasciano adito almeno all’eventualità che egli possa essere vittima di un’ingiusta accusa, a fine presumibilmente estorsivo.
Tralascio quelli che già sono stati messi in evidenza dagli innocentisti per soffermarmi su uno che non mi pare sia stato adeguatamente chiarito e relativo proprio alla presenza della cameriera nella suite dove si sarebbero svolti i fatti. Potrà capitare, infatti, che il personale addetto alle pulizie entri senza bussare nella vostra stanza d’albergo e vi trovi ancora lì, soprattutto se vi siete attardati in camera fino alle 13.00 o avete appeso per errore alla porta un “rifare la stanza” al posto di un “non disturbare”, questo potrà senza dubbio capitare. Ma è possibile che questo accada anche nel caso in cui occupiate una suite da 3.000 dollari a notte? Con un prezzo del genere non si compra pure la certezza di non essere mai disturbati, e in alcun modo, dal personale? Com’è per il regolamento degli alberghi di categoria pari a quella del Sofitel di New York, la cameriera non era tenuta a entrare nella suite solo dopo aver avuto piena certezza del fatto che fosse vuota?
Nessuna attenuante per un reato che, se provato, meriterebbero severo biasimo e severa pena, soprattutto in ragione della condizione dominante del reo sulla vittima. Ma in cerca della prova non suona strano che il servizio sia così carente in un albergo del genere?
Ok, scherzavo, come non detto.

 

Ci tocca anche


Il flop di Ci tocca anche Vittorio Sgarbi è tanto vistoso da costringere Raiuno a sopprimere la trasmissione: la prima puntata ha avuto poco più di 2 milioni di telespettatori con uno share dell’8,27% e un calo di oltre 10 punti in pochi minuti, quantificatosi nella perdita di almeno 3,2-3,6 milioni rispetto alla media della rete in prime time. Altri flop sono meno vistosi e forse è per questa ragione che sembrano esser meglio tollerati dall’azienda, anche se c’è da ritenere che le arrechino un danno non minore, anzi, come è nel caso di trasmissioni che perdono audience nel tempo, in modo lento, il danno si rivela sempre gravissimo, forse proprio perché sottovalutato o ritenuto tollerabile, provocando non di rado una disaffezione che dalla trasmissione passa alla fascia oraria che la ospita (senza sostanziali differenze in relazione alla durata del programma) e, nel tempo, alla intera rete.

Mi è capitato tra le mani, in questi giorni, un vecchio libro di Sergio Saviane (Video malandrino - SugarCo Edizioni, 1977) che in molti punti mi ha convinto dell’esistenza di alcune regole che erano già valide 30 anni fa, quando la tv pubblica non aveva rivali, e che non hanno perso forza oggi, forse perché legate alla natura stessa del medium e in qualche misura valide al di là dei contenuti mediati. Regole che allora erano rispettate anche se l’Auditel non esisteva ancora, e tutte fondate su un solo principio: una trasmissione che fa perdere telespettatori alla rete è una trasmissione morta.
Se Ci tocca anche Vittorio Sgarbi è morta di colpo apoplettico, Ci tocca anche Giuliano Ferrara continua la sua lenta agonia. Va sempre più allargandosi, infatti, la platea di quanti, dopo aver visto il Tg1, cambiano subito canale per scansarla: dall’esordio del 14 marzo ad oggi, in progressione pressoché costante, siamo passati da un differenziale medio di 400 mila spettatori a quello delle ultime due settimane, che è di 1,3 milioni, con cali massimi di 1,4-1,6 milioni.

Ma c’è un altro dato che mi pare interessante: questo calo progressivo è accompagnato da un costante andamento infrasettimanale, con una tendenza a cambiare canale che è massima il lunedì, per andare ad attenuarsi verso il venerdì, anche se poi di venerdì in venerdì si rileva un calo costante, relativo ed assoluto.
A mo’ di esempio:

Forse è solo un’impressione, ma pare che chi abitualmente segue il Tg1, dopo le due serate di sabato e domenica nelle quali Qui Radio Londra non è andata in onda, sia portato a cambiare canale più rapidamente, con più pronta insofferenza, che poi scema nel corso della settimana. Se l’impressione corrisponde al vero, il programma di Giuliano Ferrara è morto, ma dalla veglia funebre si va via alla spicciolata, cercando di non dare troppo nell’occhio.

giovedì 19 maggio 2011

“Proprio non posso”

Marina Terragni scrive: “Il diritto di aborto non esiste, diversamente da quello che molti credono” (Sette, 19.5.2011). Almeno in relazione alla legislazione oggi vigente in Italia, questo è senza dubbio vero. Infatti, come ci viene rammentato, “la legge 194/78 stabilisce solo il mesto e basico diritto di una donna a non lasciarci la pelle se decide di abortire per preservare «la sua salute fisica e psichica»”. Qui, però, le cose si complicano: ciò che non è riconosciuto come diritto in principio, infatti, lo diventa di fatto, perché la “salute psichica” di una donna sta pure nel non essere costretta a portare avanti una gravidanza indesiderata. È dunque da rettificare l’assunto riduttivo – odiosamente riduttivo – in base al quale la legge 194/78 servirebbe solo ad evitare di ricorrere all’aborto clandestino, come se a questo fosse sempre possibile ricorrervi. Non è così, ovviamente, e la legge non si fa carico soltanto della possibilità di interrompere una gravidanza in modo meno rischioso, ma della stessa possibilità di abortire, entro certi limiti e a certe condizioni. È di pacifica evidenza, tuttavia, che nel riconoscere il primato della salute psichica della donna su una gravidanza che la metta in pericolo viene riconosciuto – di fatto, dicevamo – il diritto di aborto. E questa è cosa giusta, sebbene ad alcuni possa dispiacere. Si tratta di coloro che ritengono che la salute psichica di una donna sia compatibile con il portare avanti una gravidanza indesiderata e ritengono che sia lecito convincerla o costringerla in tal senso, per quel “suo bene” che in fondo non è mai davvero “suo”.
Anche Marina Terragni cede a questa tentazione e sembra dar giudizio positivo sul fatto che negli anni Settanta sia stata respinta la richiesta della “semplice depenalizzazione”, avanzata da “una parte del movimento delle donne”. Si trattava di una richiesta ragionevole, ma doveva essere ipocritamente preservato, almeno formalmente, il tradizionale controllo che la società pretende di esercitare sulla donna fertile: l’aborto era concesso, ma solo in cambio di una (auto)certificazione di indisponibilità per motivi di “salute”. Nel rispetto dell’ipocrisia si poteva così concedere alla donna quello che comunque non le si sarebbe potuto negare. Nessun diritto le è mai riconosciuto a gratis e qui doveva pagare con una menzogna: non le era concesso dire “non voglio”, doveva dire “proprio non posso”.

Uno straordinario monumento

Da ieri, con un solo colpo d’occhio, chi arriva a Roma dall’estero via treno vede cosa è diventato questo paese. Mi astengo dal mettere qui sopra unimmagine della statua di Giovanni Paolo II che da ieri è dinanzi alla Stazione Termini, perché è troppo brutta anche per essere esposta al biasimo. Per la stessa ragione taccio dell’autore, e così gli faccio pure un favore. Dico solo che si tratta di uno straordinario monumento al neoclericofascismo di questo nostro inizio di terzo millennio: un imponente pisciatoio.


mercoledì 18 maggio 2011

Segnalazione

Una misura di quanto siano bui i nostri tempi è data da quel misto di stupore e compassione che tocca a chi non ama autopromuoversi, per amor di galateo, o proprio non ne è capace, e preferisce evitare. L’autorevolezza è tanto ambita, oggi, che non ci si fa mai troppo scrupolo nell’assumerne assai più di quanto si sia in grado di reggerne, con effetti anche tragicomici; poi ci sono, invece, questi tizi un po’ strani, molto schivi, che, va’ a capire se per eleganza o per timidezza, fanno fatica anche ad accennare un io. Si può anche sospettare che l’eccesso di modestia sia tutto tattico, ma comunque non ne traggono molto e dal buio dei nostri tempi continuano a emergere quasi solo narcisisti e sbruffoni, che si suonano la marcia trionfale da soli. Misteri viventi, diresti tra Bartleby e Oblomov.
Insomma, era per dire che questi tizi non dovremmo perderceli, dovremmo dar loro l’attenzione che non chiedono, sarebbe il caso che passasse voce quando danno un segno, per quanto discreto. Perciò segnalo che Massimo Bordin tiene da qualche tempo una rubrica quotidiana sul nuovo Riformista di Emanuele Macaluso, ma ne ha fatto solo un vago e rapido cenno, alcuni giorni fa, nel corso della sua rassegna stampa su Radio Radicale, e come a scusarsi di avere la zip dei pantaloni inceppata: il suo Tra le righe vale il prezzo dell’intero giornale. Senza gli Angelucci e Polito era già diventato ricomprabile, adesso viene proprio voglia.


Non dare per eterno il dodo



Suppongo abbiate letto Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza di Julian Jaynes (Adelphi, 1984) e conosciate la tesi della nascita del divino nell’uomo in virtù di quel particolare artefatto neurologico che porta a concepire un altro da sé, dentro il sé, imperativo.
Brillantemente argomentata, la tesi di Jaynes non ha trovato consistenti obiezioni., almeno finora. Grosso modo: lungo il corso della nostra evoluzione neuroencefalica c’è stato un momento in cui alcune dispercezioni sensoriali, prodotte da un dato livello di connessione tra i due lobi cerebrali (corrispondente a quel dato livello evolutivo), si sono strutturate in un Dio. Cedendo alla sintesi brutale: quello fu il momento in cui creammo Dio. Conseguentemente, fu anche il momento in cui l’organizzazione della comunità umana prese la forma teocratica, che avocò ai suoi interpreti il privilegio imperativo.
Un libro eccezionale per acume e chiarezza. Andrebbe consigliato a chi non manca mai affermare prontamente che allora la fede è naturalmente umana, e la religione cosa assai fisiologica, ogni qual volta una scoperta in campo neurologico dimostra che, sì, nel nostro cervello persistono strutture che sembrano dare realtà a dispercezioni.
Non è dimostrata l’esistenza di Dio sul piano metafisico, caro Berlicche, ma è dimostrato il fatto che il piano metafisico è un artefatto fisico. Il nostro cervello ha creato Dio e gli ha dato modo di replicarsi in strutture che tendono a riprodursi finché possono, secondo le leggi che reggono l’evoluzione. Insomma, caro mio, non dare per eterno il dodo solo perché ti pare insostituibile nel paesaggio di Mauritius, e peraltro assai carino: l’evoluzione può estinguerlo.


Rettifica



Keko dice che si deve “dubitare, dubitare, sempre dubitare”, e ha ragione. Mi tocca dunque fare pubblica ammenda per non averlo fatto nel rilanciare da queste pagine, lo scorso 21 aprile, una notizia – una bufala, in realtà – che mi era stata segnalata da un lettore (fonte indicata: corriereinformazione.it) e della quale avevo trovato conferma su primaonline.it (fonte indicata: italpress.com): Nichi Vendola, Luca Sofri e Mario Adinolfi al vertice della classifica dei 35 top opinion leader italiani che usano efficacemente i social network e in particolare Facebook sapendosi trasformare così in social influencers”. Non era vero e non ho dubitato abbastanza. Rimando al post di Keko per i dettagli della faccenda e chiedo scusa ai miei lettori, ma implorando le attenuanti generiche: il degrado del paese non rendeva verosimile quella bufala? Per converso: il paese è meno degradato di quanto pensassi? 

Adesso mi è passato un po’

In campagna elettorale si può chiudere un occhio sulle bestialità che scappano ai contendenti, basta considerarli effetti collaterali della voglia di vincere. Certo, sarebbe meglio evitare urla, insulti, colpi bassi. Soprattutto sarebbe meglio evitare lo stupro della logica, dell’evidenza, della memoria. Sarebbe bello sentire dei programmi, leggerci dentro dei progetti, discutere delle idee che li hanno realizzati, cercare di capire a quale immagine di società corrispondano queste idee. Sarebbe bello, ma si sa che la democrazia non nasce dalla trascendenza del bello, e che ha il suo prezzo: ciò che parte dal basso – per legge fisica – ha tendenza a tornarvi.
Bene, voto dal 1975 e non ricordo un punto basso come quello al quale siamo con queste amministrative del 2011: questa campagna elettorale sta facendo pagare un prezzo altissimo alla democrazia, un prezzo che ritengo insostenibile. Tanta volgarità non l’avevo mai vista. Mai sentito gridare così forte per dire menzogne tanto sfacciate.
C’è di più. A differenza di sempre, stavolta è evidente la sproporzione di bestialità che scappano agli uni e gli altri contendenti: quasi tutte escono di bocca da uomini e donne del centrodestra. Almeno finora – ma mancano pur sempre altre 48 ore alla chiusura della campagna elettorale – le opposizioni sembrano aver rinunciato alla quota minima di bestialità che spetta a chi compete.
Si dice che stavolta le opposizioni stiano evitando di fare il gioco di Silvio Berlusconi, rinunciando a farsi coinvolgere in un tipo di contesa che può vincere solo lui, per l’insuperabile maestria in bassezze che riscuotono sempre successo. Pare che le opposizioni – quasi tutte – non vogliano commettere ancora l’errore di accettare la sfida e scendere nel campo dove sarebbero destinate a soccombere: quasi costrette, come per unica alternativa possibile, parlano di idee, progetti, programmi.
Vi avevano perso l’abitudine e si vede che sono impacciate, parecchio confuse, si aggrappano a stampelle retoriche, talvolta instabili. Anche se solo alla meno peggio, rigettano le provocazioni. Prevale una composta indignazione, e sembra resistenza passiva. Ma è altresì evidente che questa sia una scelta obbligata. Pare si faccia strada la rassegnazione, e non rincorre più Silvio Berlusconi col sarcasmo.
Mi è stato difficile scrivere in questi giorni. Scrivevo, rileggevo e mi autocensuravo. Non riuscivo a scrivere altro che del prezzo che questo centrodestra dovrà prima o poi risarcire alla democrazia, non riuscivo a pensare ad altro che a un’intera classe dirigente ammazzata a randellate e appesa a gocciolare sangue, ai suoi servi in fuga sparsa, braccati uno ad uno, costretti ad ingoiare tutte le bugie dette e scritte in questi giorni, ma insieme ai loro denti. Adesso mi è passato un po’ e perciò rimetto mano alla tastiera.
Solo per dire – in fin dei conti, per non dire altro – che questo Lupi che interrompe continuamente Boeri, che elude ogni domanda, che cerca la rissa pronto a ritrarsi nel vittimismo (Ottoemezzo, 11.5.2011) è un vero maleducato. Troppo sanguigno. Troppi denti.




Al solito


Sconsigliandone la lettura a chi non tolleri il macabro, riporto qui sotto la lettera che uno studente di medicina invia a Giuliano Ferrara (Il Foglio, 18.5.2011).


Un racconto tragico, ma qualche commento è necessario.
Cominciamo col dire che un feto di circa dieci centimetri corrisponde pressappoco ad una 13ª settimana gestazionale e a quell’epoca ha una cavità addominale che a stento può accogliere un mignolo: impossibile “affondarvi le dita alla ricerca delle ovaie”, che peraltro a quellepoca hanno dimensioni tali da non poter essere identificate con certezza ad occhio nudo. Per il torace vale più o meno lo stesso discorso, ma precisando che nella cassa toracica di un feto di 13 settimane gestazionali sarà praticamente impossibile trovare ancora polmoni laddove sia già stata effettuata un’autopsia.
Ma può darsi che ad Ancona si pratichi una anatonopatologia tutta speciale e allora su tutto questo converrà sospendere il giudizio. Però anche ad Ancona dovrebbe essere vigente la stessa legge che norma per il resto dItalia la sepoltura dei feti espulsi ad epoca inferiore alla 20ª settimana gestazionale, laddove i genitori ne abbiano fatto richiesta, e questa non fa cenno all’impiego del feto morto a fini didattici, neanche dietro liberatoria. Se il racconto è interamente veritiero, c’è pensare che il professore abbia commesso quanto meno una leggerezza nel cedere, senza neppure troppa resistenza, alle richieste del signor Chelli e della sua amica.
Ma è interamente veritiero, questo racconto? C’è da sospettare non lo sia, almeno in un punto: o si è voluto ridurre le dimensioni del feto (e dunque la sua età gestazionale) per dare dignità di persona a qualcosa che può altrimenti vedersela riconosciuta anche a 7-8 settimane, ma con adeguato mezzo di ingrandimento; o si è voluto spacciare per feto con richiesta di seppellimento un aborto di quelli che Il Foglio definirebbe eugenetico, motivato dall’assenza dell’encefalo, non già “asportato perché causa dell’aborto, ma perché mai formatosi (e qui, in un caso che sarebbe di anencefalia, a dimostrare la persona non basterebbe il mezzuccio splatter).

È probabile ti credano




Immobili abusivi che una sentenza definitiva ha già da tempo destinato all’abbattimento, per lo più costruiti senza alcuna licenza edilizia e in spregio delle leggi a tutela della sicurezza civile e territoriale, dovrebbero godere di un condono, di una moratoria, di un qualcosa che – non si è capito bene cosa e come – fermerebbe le ruspe. A Napoli, domani, Silvio Berlusconi prometterà questo. Lo ha annunciato oggi, promessa di promessa.
Vedremo, perché intanto la Lega ha subito mandato avanti Roberto Calderoli a borbottare che per principio la legge è legge e, soprattutto, è uguale per tutti (sottinteso: perché stracciare i decreti che ordinano l’abbattimento degli immobili abusivi dei soli terroni? Forse che un capannone abusivo in Veneto è il figlio della serva?), e che insomma se ne deve parlare prima, la Lega è contraria, si dissocia, certo non ne farà ragione di crisi della maggioranza di governo, ma cazzo! Probabilmente il Re Pazzo farà finta di non aver sentito e proporrà imperterrito il suo affarone ai proprietari di immobili abusivi in Campania, in cambio di un suo sindaco a Napoli. Tanto a Napoli non ci sono leghisti.


Se sei quello che si compra giudici e maggioranze parlamentari, quello che dà copertura morale agli evasori fiscali, quello che non si fa scrupoli nel ritagliare il tessuto istituzionale per confezionarsi un doppiopetto da mafioso ripulito – che ci sarà mai di tanto eccezionale? Poi, magari, con la faccia da pappagallo che fa da cicerone alla bella straniera, con l’Apicella che ti viene dietro con la chitarra, canterai quant’è bella Napule e ci dirai che stai studiando un piano nazionale di rilancio del turismo, dove il cemento aggrappato al Vesuvio e fin dentro gli scavi di Pompei sarà un’attrattiva paesaggistica al pari dei cumuli di monnezza e della disoccupazione giovanile, vivaio di pappagalli. Poi, magari, potrai pure far finta di non aver detto niente, lasciare che le ruspe abbattano gli immobili abusivi per solidarizzare coi proprietari, dire che non hai potuto mantenere la promessa perché i giudici e i comunisti ti hanno messo il bastone tra le ruote e sabotato la riforma. È probabile ti credano.




Gratta quest’altro strato di agiografia

 
“Pressioni degli Alleati su Pio XII perché tacesse sui nazisti” è il titolo col quale zenit.org dà notizia della scoperta di documenti che proverebbero le pressioni subite dal Pacelli “perché mantenesse il silenzio sulla brutalità nazista” a danno degli ebrei. Se Pio XII ha taciuto – così la propaganda cattolica cerca di farci credere ormai da anni – fu “per evitare che le sue proteste avessero altre conseguenze” e adesso parrebbe che a convincerlo in tal senso ci abbiano pensato Stati Uniti e Gran Bretagna.
È necessario inoltrarsi per un bel tratto nell’articolo per scoprire che vi è prova solo della preoccupazione espressa nella corrispondenza privata tra sir Francis D’Arcy Osborne, rappresentante britannico presso la Santa Sede, e Myron Taylor, rappresentante ufficiale del presidente americano accreditato in Vaticano, e che riguardasse l’eventualità – questo è il punto davvero notevole – “che il Santo Padre lanciasse un appello via radio a favore degli ebrei d’Ungheria e che nel suo appello criticasse ciò che i russi stavano facendo nei territori occupati”.
Questo, dunque, emerge da questi documenti: forse – i due diplomatici non ne hanno certezza – Pio XII intendeva denunciare la brutalità a danno degli ebrei, sì, ma si trattava della brutalità comunista.
Avevamo bisogno di questi documenti per avere conferma del fatto che Pio XII fosse un bravo anticomunista? Lo sapevamo già. Già sapevamo che, al pari di tanti bravi anticomunisti della prima metà del Novecento, il Pacelli considerò il nazifascismo come valido antidoto alla minaccia sovietica, e continuò a crederlo anche dopo che Pio XI ebbe abbozzato una condanna ufficiale della teoria e della prassi nazionalsocialista, e in pratica continuò a crederlo fino a quando il nazismo cominciò a ritirarsi dal fronte orientale e a perdere l’Europa. E allora dov’è questa “brutalità nazista” che Pio XII avrebbe voluto condannare pubblicamente?
Sta in quello che un prete qui, un vescovo lì, un cardinale un po’ più in là avrebbero fatto intuire dal soccorso che davano agli ebrei: tutta roba già nota, che chi redige l’articolo mette a zavorra di un articoletto sul sito della Fondazione «Pave the Way», alla quale si deve la scoperta del suddetto epistolario. Roba vecchia, relativa a un effettivo interessamento di singoli esponenti del clero cattolico in favore degli ebrei fatti oggetto della brutalità nazista, roba risaputa e del tutto irrilevante al fine di spiegare il motivo che impedì a Pio XII di scomunicare i nazisti, ma non i comunisti, roba che qui sta a tentare di far confusione per insinuare nel lettore la suggestione che a far star zitto Pio XII, mentre sotto il balcone gli imbottivano un treno di ebrei rastrellati nel ghetto costruito da un suo venerabile predecessore, furono inglesi e americani. Fosse stato per il Pacelli, sarebbe sceso dai suoi appartamenti e si sarebbe steso sui binari per evitare la deportazione di quei poveretti verso i Lager. Ma gli Alleati gli fecero pressione.
Gratta quest’altro strato di agiografia e ci trovi sotto ancora merda.