venerdì 28 settembre 2012

Una vita fa


Sarà che andarono vendute solo 48 copie, questa l’avevo completamente rimossa. Trovato il ritaglio de Il Mattino tra le pagine di un libro, mi sono messo alla ricerca del cofanetto. Ahimè, l’ho trovato. 

giovedì 27 settembre 2012

[...]


Certe volte, mentre leggo, mi prudono le mani, mi vien voglia di impugnare un nodoso randello. Dura il tempo che la pagina scorra via, poi tutto torna a posto. Talvolta, tuttavia, rileggo, rileggo e rileggo, e sogno ad occhi aperti: ho lì davanti chi ha scritto quella pagina, e mi gratto. 

Il reato c’è

Il reato c’è, la sentenza definitiva pure, il condannato è recidivo, dunque non capisco perché ad Alessandro Sallusti dovrebbe essere risparmiato il carcere e penso che il suo vittimismo sia fuori luogo. Quello che però mi dà davvero fastidio è la solidarietà di tutti o quasi, anche di chi solitamente manderebbe in galera chiunque sia raggiunto anche solo da un avviso di garanzia. Sarà che siamo in Italia, il paese dove di giorno ci si sgozza e la sera si va tutti a cena insieme, e Alessandro Sallusti è della tavolata.
In carcere abbiamo decine di migliaia di imputati in attesa di giudizio, decine di migliaia di ragazzi pizzicati con una decina di grammi di hashish in tasca, decine di migliaia di poveracci arrivati in Italia su barconi sfondati, e pare debbano rimanerci, ma Alessandro Sallusti non può andarci. Ha diffamato, non ha mai rettificato, non ha soddisfatto la parte lesa prima della sentenza, rifiuta l’affidamento ai servizi sociali come alternativa al carcere, aspetta la grazia dal Quirinale, ma a chiederla non ci pensa nemmeno: sa che in galera non può andarci e quasi certamente non ci andrà. 

martedì 25 settembre 2012

Camillo Ruini, Intervista su Dio, Mondadori 2012

«Eminenza, visto il ruolo che lei ha avuto nella Chiesa italiana, e data la maggiore libertà di cui ora gode, molti si aspetterebbero un libro di memorie o sull’attualità ecclesiale o su temi pastorali. Lei invece parla di teologia e parla nello specifico di Dio. Perché?».
Intervista su Dio (Mondadori, 2012) apre con una domanda che il lettore non smetterà di ripetersi fino a pag. 277, dove il cardinal Camillo Ruini finalmente spiega: «Il libro è scritto per aiutare chi crede ad avere una consapevolezza più esplicita delle ragioni della propria fede […] È scritto inoltre per chi vorrebbe credere, ma è incerto e perplesso […] Non mi illudo che un libro di questo genere possa far cambiare la scelta di chi ha deciso di non credere, o comunque preferisce non pronunciarsi riguardo a Dio».
Era meglio dirlo subito, così il giudizio non sarebbe stato troppo severo: sembrava avesse l’ambizione di rimettere filosofia e scienza sotto le natiche della teologia, questo libro, e invece si tratta solo di un vademecum ad uso del bravo propagandista. Sua Eminenza deve essersi ispirato a quelle dispense che il Pci distribuiva ai suoi attivisti sul finire degli anni Cinquanta, in particolar modo a Il materialismo dialettico in 100 domande, prezioso manualetto che l’attivista modello mandava a memoria per sentirsi forte nei battibecchi da osteria.
Si possono scusare le tirate da bignamino di filosofia a Sua Eminenza, si può chiudere un occhio sulle sue grossolane semplificazioni di Kant, Hegel, Heidegger e Wittgenstein, sulle sciocchezze che desume dagli assunti della meccanica quantistica, su ciò che rinfaccia all’illuminismo addomesticando le tesi di Horkheimer e Adorno (che peraltro non cita) alla critica del secolarismo del suo Lonergan: non è un libro, è un prontuario.

domenica 23 settembre 2012

L’anniversario a cifra tonda


L’anniversario, soprattutto l’anniversario a cifra tonda, è il momento meno indicato per discutere proficuamente di un evento, di cosa veramente sia stato, di cosa possa avere ambiguamente significato: il rito della celebrazione spinge le analisi di comodo a cercare l’ufficializzazione senza farsi scrupoli nel metodo e nel merito, e la sequenza delle revisioni, che è la sostanza stessa della storiografia, si cristallizza. Potremmo dire che gli anniversari sono un ostacolo all’analisi storiografica.
Col Concilio Vaticano II è già accaduto nel gennaio del 2005, per il 40° della sua chiusura, e non c’è dubbio che accadrà tra qualche settimana, in ottobre, per il 50° della sua apertura: anche stavolta, come allora, si confronteranno senza esito proficuo le analisi di comodo che non hanno mai smesso di contendersi polemicamente il titolo di retta ermeneutica dell’evento.
C’è a chi torna comodo, infatti, che il Concilio Vaticano II abbia rappresentato un momento di rottura: è quanto sostengono – con opposto giudizio in merito, ovviamente – i cattolici «tradizionalisti» e quelli «progressisti». Poi c’è a chi torna comodo che il Concilio Vaticano II non volesse rompere niente, né lo potesse, né l’abbia fatto: è quanto sostengono – con giudizio pressoché unanime – le alte gerarchie ecclesiastiche e i cattolici che negano la legittimità di categorie come «tradizionalismo» e «progressismo».
Posizioni inconciliabili, ovviamente, ma ve n’è una terza che potrebbe metterli d’accordo, se non fosse che è scomoda per questi e per quelli. È la tesi che abbozzai nel paginone che il 19 gennaio 2005 fu pubblicato su L’Indipendente di Giordano Bruno Guerri (lo allego in appendice): il Concilio Vaticano II fu frainteso da tutti, dagli stessi padri conciliari; quando i segni del fraintendimento furono evidenti, e non ci volle molto, si capì che era stato possibile per le ambiguità disseminate nei documenti conciliari; la rottura stava nel volerli prendere alla lettera, la continuità stava nell’ammettere che tutto si era consumato nell’infelice tentativo di sincretizzare «tradizionalismo» e «progressismo».

Di questo infelice tentativo si è molto parlato su queste pagine, negli anni passati. Tutte le volte che l’incarnazione dell’ossimoro «cattolico-liberale» apriva bocca per calare nel dibattito politico la carta del Concilio Vaticano II come espressione di un rinnovamento ecclesiastico che rendeva possibile, anzi auspicabile, la concordia tra credenti e non credenti ed era incarnazione ubiquitaria: il «cattolico-liberale» è dappertutto, a destra, a sinistra, lo si trova pure tra i radicali   per dimostrare che quella carta era truccata ho più volte usato argomenti che poi, nel 2009, ho trovato coincidenti nel Iota unum di Romano Amerio. Così mi sono fatto convinto che il cattolico «tradizionalista» è intellettualmente più onesto di quello «progressista». Che il cattolico «progressista»  il cattolico che si ostina nel fraintendimento del Concilio Vaticano II col suo credere (ancor più, col suo voler far credere) che cattolicesimo e democrazia siano compatibili è il maggior responsabile del degrado culturale e civile dellItalia.
Non è stato sempre così. Una pagina delle quattordici che aprivano il numero de il Mulino lindomani della chiusura del Concilio Vaticano II (XIV/12 - pag. 1109) era onesta.
Poi, non ho capito ancora quando, il  «cattolico-liberale» ha capito che sul fraintendimento del Concilio Vaticano II poteva costruire una posizione da spendere. Male, a guardare i risultati. 
  

Appendice

Il Concilio Vaticano I (1869-1870) si tenne tre secoli dopo il Concilio di Trento. Sancì il dogma della infallibilità pontificia e, in forma d’anatema, emise la condanna del materialismo e del razionalismo. Il secolo capì? Macché. A Fatima (1917) s’era detto: «Se non smetteranno di offendere Dio [...] comincerà una guerra ancora peggiore. Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato [...]. Se accetteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace, altrimenti spargerà i suoi errori per il mondo, promovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. (...) Il Santo Padre mi consacrerà la Russia, che si convertirà. E sarà concesso al mondo un periodo di pace». Vennero Lenin e Stalin, invece.
Perché, in piena Guerra Fredda, fu deciso il Vaticano II? Il mondo fraintese, pensò a un’offerta d’armistizio: prese in mano l’enciclica Pacem in Terris, lesse il sottotitolo (Sulla pace fra tutte le genti nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà) e fraintese. Pace, giustizia: erano parole d’ordine scandite anche dalla Pravda. Amore, libertà: se ne parlava anche nei campus di Berkeley. Quel lessico, poi: diritti, poteri pubblici, partecipazione, solidarietà, sussidiarietà...
Fu l’enciclica più letta e più fraintesa, la Pacem in Terris. Qualche fesso vi vide addirittura socialismo, colse distorta l’eco della «condizione eguale» di san Paolo, dell’«apparente ineguaglianza» di san Basilio. L’immagine bonaria del papa contadino produsse un effetto prismatico: di qua questo «papa buono», che pure non rinunciava a farsi portare a spalla dai suoi dignitari in alta uniforme, com’era stato sempre; di là questa Chiesa, intenzionata a non perdere il treno della Storia – parve, e male  eppure così saldamente ancorata ad una Verità immobile. L’enciclica parlava di un Cristo piantato nelle cose: ma alle cose, poi, si concedeva movimento? Leggiamo.
«La pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può venire instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio» (Introduzione, 1). «Sennonché il Creatore ha scolpito l’ordine anche nell’essere degli uomini: ordine che la coscienza rivela e ingiunge perentoriamente di seguire» (ibidem, 3). «La convivenza umana, venerabili fratelli e diletti figli, deve essere considerata anzitutto come un fatto spirituale» (I, 19). «L’ordine morale – universale, assoluto ed immutabile nei suoi principi – trova il suo oggettivo fondamento nel vero Dio, trascendente e personale» (I, 20). «L’autorità umana [...] può obbligare moralmente soltanto se è in rapporto intrinseco con l’autorità di Dio, ed è una partecipazione di essa» (II, 29).
Nulla, davvero nulla che si spostasse di una sola spanna da quanto scritto cent’anni prima da Leone XIII. Ma, senza nulla togliere all’inflessibilità del Magistero, si attenuavano le passate posizioni d’intransigenza, fino a offrire una sovrana ragione di fraintendimento: peccato e peccatore erano distinti, e con ciò s’introduceva il principio del confronto con le false teorie: «Non si possono [...] identificare false dottrine filosofiche sulla natura, l’origine e il destino dell’universo e dell’uomo, con movimenti storici a finalità economiche, sociali, culturali e politiche, anche se questi movimenti sono stati originati da quelle dottrine e da esse hanno tratto e traggono tuttora ispirazione. […] Inoltre chi può negare che in quei movimenti, nella misura in cui sono conformi ai dettami della retta ragione e si fanno interpreti delle giuste aspirazioni della persona umana, vi siano elementi positivi e meritevoli di approvazione? Pertanto, può verificarsi che un avvicinamento o un incontro di ordine pratico, ieri ritenuto non opportuno o non fecondo, oggi invece lo sia o lo possa divenire domani. Decidere se tale momento è arrivato, come pure stabilire i modi e i gradi dell’eventuale consonanza di attività al raggiungimento di scopi economici, sociali, culturali, politici, onesti e utili al vero bene della comunità, sono problemi che si possono risolvere soltanto con la virtù della prudenza» (V, 84-85).
Tatticismo: gli uomini di buona volontà sono dove meno te li immagineresti, l’ateo è un uomo in attesa della fede, prima o poi si convertirà, a Dio la via. Il seme del fraintendimento era piantato. E subito se ne avvidero, perché i segnali preoccupanti non tardarono, coloro che a Roma si resero fautori della «restaurazione» tuttora in atto, con Paolo VI gemmante e con Giovanni Paolo II a pieno regime. Il nodo fu stretto attorno al Sinodo straordinario del 1985 che si proponeva di «celebrare, verificare, promuovere il concilio Vaticano II». «Promuovere» e «celebrare» si può capire, ma «verificare»? Come può un Sinodo «verificare» un Concilio? È un paradosso, e il paradosso contiene il richiamo a quanti hanno frainteso il Vaticano II: «Il concilio deve essere interpretato nella sua continuità con la grande tradizione della Chiesa», perché «la Chiesa è lei stessa in tutti i concili» (Sinodo dei Vescovi, 1985).
Nel solco tridentino tutta la produzione pontificia tende a ribadire una genealogia, un’ontologia ed una fenomenologia del Male, dalle quali il Vaticano II pare allontanarsi, per esservi ricondotto dal Sinodo dei Vescovi del 1985. Già Paolo VI aveva detto: «Credevamo che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole e di tempeste, e di buio, e di ricerche e di incertezze, si fa fatica a dare la gioia della comunione» (Omelia, 29/6/1972). Ora comincia a parer chiaro a molti che la crisi che ha colpito il cristianesimo europeo non è più principalmente o solo una crisi ecclesiale. La crisi è più profonda: è divenuta la crisi di Dio, della Rivelazione. Se la lezione del Vaticano II intende distinguere tra ateo e ateismo, «l’ateismo di oggi può in realtà già di nuovo riprendere a parlare di Dio distrattamente o tranquillamente - senza intenderlo veramente. Anche la Chiesa ha una sua concezione della immunizzazione contro le crisi di Dio» (J.B. Metz).
È tempo di suonare la carica, dunque. E con la solita spietata chiarezza il cardinale Joseph Ratzinger dà a ogni cosa il suo nome: «Il Vaticano II voleva chiaramente inserire e subordinare il discorso della Chiesa al discorso di Dio, voleva proporre un’ecclesiologia nel senso propriamente teo-logico, ma la recezione del Concilio ha finora trascurato questa caratteristica qualificante in favore di singole affermazioni ecclesiologiche, si è gettata su singole parole di facile richiamo e così è restata indietro rispetto alle grandi prospettive dei padri conciliari». È necessario restituire a Dio la dimensione che lo inscrive nella dimensione di Mistero, riportando il credente nella posizione di appartenente alla comunità ecclesiale, figlio obbediente. La Chiesa riprende centralità (Lumen Gentium) nel suo essere comunione, non community, corpo del Cristo vivente. E don Luigi Giussani mette il sigillo: «Si apre per noi un nuovo inizio: dimostrare, ridimostrare l’evidenza della verità di quello che seguendo la Tradizione della Chiesa ci siamo sempre detti».
Potrà il successore di Giovanni Paolo II fare altrimenti? No, anche volendo. Questi 40 anni dal concilio Vaticano II sono stati la storia di questo no. Papa Luciani stava offrendo il fianco della Chiesa a un altro fraintendimento, il «Dio mamma», e la Provvidenza provvide. Non saranno tollerate altre distrazioni, siamo alla resa dei conti. O la Chiesa ne esce trionfante o perisce.


sabato 22 settembre 2012

'A Fra', facce "Povera Patria"!



grazie a Denis

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L’anno scorso baciò la teca contenente il sangue di San Gennaro, quest’anno no. La teca era la stessa, il sangue pure, e stessa chiesa, stesso cardinale, solo Luigi De Magistris era diverso: l’anno scorso devoto al Santo, quest’anno no. Oppure: l’anno scorso rispettoso della tradizione, quest’anno no. O forse: ipocrita l’anno scorso, quest’anno no. O ancora: avrà deciso di baciare un anno sì e un anno no, accontentando questi e quelli con la geniale trovata del bacio ad anni alterni. 

venerdì 21 settembre 2012

"L'ipocrita pensa che nessuna verità sia davvero innocente"


Chissà da quanto tempo avete un blog, ma rammentate l’emozione che vi diede il primo commento a un vostro post? Vi precipitaste a rispondere o l’emozione vi paralizzò? 

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Una vignetta di Vincino (Il Foglio, 20.9.2012) è finora sfuggita all’attenzione di quanti lamentano la viltà delle offese arrecate alla sensibilità dei cristiani e sfidano i blasfemi ad offendere quella dei musulmani.

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Il frammento di papiro che la dottoressa Karen King ha presentato al X Congresso Internazionale di Studi Copti (Roma, 17-22 settembre 2012) mi torna utile nel rispondere a quel tale che due settimane fa mi ha scritto per dirsi stupito del fatto che «neanche mi pongo il problema se Cristo sia davvero esistito o sia solo un mito» (Frammenti di un necrologioMalvino, 4.9.2012).
Qui siamo dinanzi al brandello di un testo che risalirebbe al IV secolo, quasi certamente d’ispirazione gnostica, nel quale, com’è per il vangelo apocrifo di Filippo, si fa esplicito riferimento ad una moglie di Gesù. Dimostrerebbe che Gesù era sposato? Niente affatto. Dimostra che, nel corso della mitopoiesi del Gesù canonico, alcuni elementi si sono rivelati inadatti allo scopo che il mito doveva servire, e sono stati scartati, mentre quelli che potevano tornare utili, e si sono rivelati adatti, hanno avuto miglior destino.
Qui sta scritto: «E Gesù disse: “Mia moglie…”», ma è una moglie destinata ad analogo destino dei suoi fratelli, quando vince il modello dell’unigenito. Stessa sorte di parthènos, che da ragazza diventa vergine, quando torna utile che Maria sia madre di Dio.

Discorso a parte merita la genuinità del frammento, che sul retro reca solo caratteri molto sbiaditi, pressoché illegibili. Simonidis o Artemidoro?
  

giovedì 20 settembre 2012

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«Muslims must learn that if they make belligerent and fanatical claims upon the tolerance of free societies, they will meet the limits of that tolerance»

Cadfael

Arrivo a Cadfael da sentiero tortuoso. Nei giorni scorsi m’imbatto nell’ennesimo strafalcione grammaticale di uno che si reputa un novatore della lingua italiana, e che stavolta ha messo per titolo a un suo post Essere sempre stupidi, diventa noioso (soggetto-virgola-verbo), roba che ai miei tempi stavi dietro la lavagna, faccia al muro, per tre anni. Oggi è trendy, o forse è un trabocchetto per incastrare un nazigrammar.
Meglio lasciar perdere, meglio trarne spunto per riflettere su un argomento poco dibattuto anche se di notevole importanza, almeno a mio parere: la scelta del titolo a un post. Ci sarebbe da scriverne per pagine e pagine. La cosa rimanda, più in generale, alla scelta del titolo per un qualsiasi altro componimento e questo mi porta alle Postille a Il nome della rosa di Umberto Eco. Doveva avere un altro titolo, all’inizio: I misteri dell’abbazia. D’un passo, così, sono a Cadfael, una serie tv che ha proprio I misteri dell’abbazia per sottotitolo e che attualmente è in programmazione su Tv2000 (già Sat2000), la tv del Papa. Ieri sera andava in onda una puntata alle 21.20, sono andato a curiosare.
Arrivo nel bel mezzo d’una scena madre. Un tizio abbigliato da crociato racconta a un sempronio abbigliato da priore benedettino la sua triste infanzia. In breve, come in una telenovela brasileira, s’intuisce che il babbo, mai conosciuto, è – mi scuso del bisticcio – proprio il priore.
Stacco brutale, spot che annuncia un ciclo de L’ispettore Derrick, che sappiamo essere sempre stato (insieme a Il commissario Rex) nelle grazie di Benedetto XVI fin da quando era cardinale. Figlio di sbirro, comprensibile. L’immaginazione mi correva al suo vecchio appartamentuccio nel Rione Pio IX: il faldone recante la scritta Leonardo Boff sulla scrivania, il gatto addormentato su uno spartito di Mozart e lui in poltrona, alla fine di una dura giornata d’Inquisizione, a guardare Horst Tappert e Fritz Wepper che incastrano l’assassino. Ah, i vantaggi d’essere Papa: invece di comprarti i dvd di Derrick, metti Dino Boffo alla direzione della tua tv e quello ti fa un palinsesto con la cura che un sarto mette nel cucirti il cavallo.
Si torna in abbazia, la stanza del cardinale svapora. Una telenovela, è proprio una telenovela. D’un tratto, serio serio, padre Cadfael fa: «Voi – pausa – siete un bravo giovane». Vorrà mica dire che in quella pausa ci va una virgola?

Metti Maometto...


Capita sempre più spesso che l’attualità riproponga questioni che ho già affrontato in altre occasioni – ed è il caso delle violenze che hanno fatto seguito alla diffusione del trailer di The Innocence of Muslims riaprendo la discussione sulla libertà di espressione, soprattutto sui suoi limiti – e questo mi procura un certo imbarazzo. Appuntare l’attenzione sulla specificità del caso eludendo la questione di fondo? Riciclare il già detto? Rimandare con un link al post in cui ritengo di aver spiegato meglio la mia posizione al riguardo? Soluzioni zoppe, sicché sempre più spesso preferisco «bucare la notizia». Senza scrupoli, devo dire, perché stare dietro all’attualità è un’ansia che mi ha abbandonato da tempo. Talvolta, quando mi prende nostalgia di quell’ansia, risolvo con una citazione, una foto, un video, e affido al titolo un commento laconico, che non di rado sono costretto a constatare troppo ambiguo, almeno stando a quanto mi ritorna dalle reazioni dei lettori.
Con la parodia del Profeta che ha sollevato tanto tumulto da parte dei musulmani più zelanti volevo proprio incorrere in questo genere di infortunio e stavo costruendo un rebus parecchio blasfemo (M etti Mao M etto…), tanto per ribadire che la permalosità di un credente non fa argomento circa il rispetto che egli pretende sia dovuto al suo Dio da chi lo ritiene un aborto psichico. Lho lasciato perdere dopo aver letto un post di Leonardo. Non già perché convinto dalle sue ragioni, anzi. Insomma, sono costretto a ripetermi, a riciclare il già detto. Ed eccomi qui.

Sforzandomi di non banalizzarle, sintetizzerei le ragioni di Leonardo in questo modo: sbeffeggiare Maometto non mina la fede dei musulmani, anzi la rafforza, ed è causa di una violenza che fa più vittime tra i musulmani che tra i non credenti. Ad una occhiata superficiale, regge. Poi basta porsi qualche domanda e largomento implode. La satira religiosa, per esempio, ha per fine il minare la fede altrui? La satira religiosa può ragionevolmente essere considerata causa della violenza in questo caso e in quelli analoghi? Se a Bengasi sono morti più musulmani che addetti allambasciata degli Stati Uniti, si è errato un calcolo? E questo calcolo il calcolo che legittima o meno la satira – deve tener conto delle possibili vittime della possibile violenza, oltre che mirare a prevederne i numeri che cadono in questo o quel campo?
Delle feroci pene alle quali sono stati sottoposti per secoli i blasfemi nelloccidente cosiddetto giudaico-cristiano residua solo il paternalistico «scherza coi fanti ma lascia stare i santi», pallida ombra lunga della lapidazione prescritta dal Levitico. Suona come formula di convenienza, dove ciò che conviene è il risparmiarsi noie. Non troppo lontano sta Leonardo: lascia stare Maometto, sennò procuri danni innanzitutto ai maomettani. Dietro questo tipo di calcolo mi sembra di intravvedere una visione pedagogica della satira: gli umoristi dovrebbero essere la quinta colonna di un partito progressista transnazionale. Spiace dirlo, non si può pretendere.   

venerdì 14 settembre 2012

Giovanni Papini, La spia del mondo, Vallecchi 1955


Agli antipodi


Riporto uno scambio di battute che ho letto qualche giorno fa sulla pagina di un social network, così mi risparmio e vi risparmio una premessa che sarebbe stata lunga e noiosa.
Uno diceva: «Questo governo, che in teoria è composto da persone che non aspirano a future elezioni e in pratica non ha temuto di mettersi contro sindacati, professionisti, Confindustria e disoccupati, è pronto a fare un ricorso internazionale su una legge non sua, solo perché glielo chiedono rappresentanti di una piccola monarchia assoluta, per di più in preda a complicate e devastanti lotte interne. Non ha alcun senso».
Senza averne colto l’ironia, un altro rispondeva: «Il rettore dell’Università Cattolica ai Beni Culturali, un docente della stessa Università ai Rapporti col Parlamento, il presidente di un movimento ecclesiale alla Salute, il leader di un movimento ecclesiale alla Cooperazione, un relatore al Convegno di Todi allo Sviluppo, alla Giustizia l’ex avvocato dello Ior. Detta tra noi, il ricorso ha perfettamente senso».

Pur se in ellissi, mi pare qui sia colto il dato in comune – se ve n’è solo uno – tra il governo Monti e tutti quelli precedenti: gli interessi della Cei sono intoccabili, sempre, comunque. Sull’Imu s’era voluto vedere un momento di rottura col passato, ma i fatti si sono incaricati di dimostrare che si trattava di chiacchiere: fanno fatica a diventare operative le annunciate riduzioni degli sgravi fiscali di cui il clero ha sempre goduto e, quando lo saranno sulla carta, rimarranno sempre ampi i margini per continuare a goderne, mentre tutti gli altri privilegi rimangono.
Tra questi quell’enorme flusso di denaro che dalle casse dello Stato finisce ogni anno nella ragnatela delle scuole private cattoliche. Il loro numero va diminuendo (sono 7.000, la metà rispetto a 25 anni fa), ma il denaro che ricevono aumenta (manca poco, tutto compreso, per toccare gli 850 milioni di euro). Con una Costituzione che ne garantisce lesistenza, ma specificando a chiare lettere che non debbano comportare oneri per lo Stato, assistiamo da due decenni al drenaggio delle risorse pubbliche dalla scuola di tutti alla scuola dei preti, rassegnati al fatto che così debba essere.

Due giorni fa, su L’Osservatore Romano, notizia di come si affronta la questione agli antipodi: «Il Governo dello Stato del New South Wales, in Australia, ha in programma di tagliare milioni di dollari alle scuole cattoliche. Una decisione che è stata definita come una minaccia senza precedenti a un intero sistema educativo. Senza alcuna consultazione, i tagli previsti dal Governo comporteranno un duro colpo per i genitori, molti dei quali dipendono da queste scuole a basso costo».
Superfluo dire che definirla la «minaccia» è il direttore dell’Ufficio per l’istruzione cattolica dell’arcidiocesi di Sydney, che per «intero sistema educativo» non deve intendersi la scuola australiana ma la rete di scuole private in mano ai preti in Australia, che il «basso costo» di queste scuole è la somma della retta pagata dai genitori cui si aggiunge il finanziamento pubblico. Scuole pagate due volte, per erogare un servizio che organismi internazionali giudicano di qualità inferiore a quello assicurato dalla scuola pubblica, ormai da anni.

lunedì 10 settembre 2012

sabato 8 settembre 2012

[...]

Nell’augurare a Giuliano Ferrara di ristabilirsi in fretta dal malore che lo ha colto martedì notte, occorre far tesoro della lezione che più volte ci ha impartito dalle pagine del suo giornale per biasimare l’ipocrisia dei sanitari che lo hanno in cura presso il Policlinico Gemelli, che, al pari di quei loro colleghi che sono soliti occultare ciò che di fatto è omicidio sotto le formule anodine di «interruzione volontaria di gravidanza» o di «sospensione della nutrizione e dell’idratazione artificiali», hanno usato in questo caso l’eufemismo di «transitorio disturbo del circolo cerebrale» per ciò che un pur laconico bollettino medico consentiva di intuire fosse un episodio, anche bello tosto, di «ischemia cerebrale transitoria» (transient ischemic attack, TIA), evento che d’altronde è assai frequente in soggetti affetti da obesità, diabete e ipertensione, ancor più nei casi – e questo è uno di quelli – in cui a queste patologie si associ in anamnesi almeno un episodio di fibrillazione atriale, e che innalza di circa dieci volte di rischio di ictus, con un’incidenza che arriva fino al 15% dei casi entro i 12 mesi successivi al primo attacco. Per dirla nella lingua dei foglianti, la verità è stata affogata nella melassa.  

venerdì 7 settembre 2012

«Bioetica pastorale»

Ho scritto che il cardinale Carlo Maria Martini era «il “poliziotto buono” che fa coppia col “poliziotto cattivo”»: immagine rozza, potevo usarne una più soffice, come quella offerta dal professore Francesco D’Agostino (Avvenire, 7.9.2012), che, nello scoraggiare i fessacchiotti dal «leggere i tanti interventi del cardinal Martini sulle questioni più cruciali della bioetica come essi avessero un carattere teologico e dottrinale», ci offre quella del pastore che «si fa carico di tutte le sue pecore, soprattutto quelle che si smarriscono», che fa coppia col pastore che «governa severamente il gregge».
Parlava, Sua Eminenza, quanto parlava. E concedeva, Dio, quanto concedeva. Ma la sua era una «bioetica pastorale», che «non può mai essere fredda, dura, severa, tagliente, come a volte deve pur essere il pensiero teorico-dottrinale», perché «finalizzata al singolo». Sua Eminenza, insomma, parlava e concedeva, ma per indorare la pillola. Sull’uso del profilattico, sulla contraccezione in generale, sulla fecondazione assistita, sul testamento biologico, sul riconoscimento delle coppie di fatto, non escluse quelle gay, sembrava disponibile, ma in realtà non disponeva di niente, per il semplice fatto che non poteva.
«Ecco perché dobbiamo rendere omaggio al cardinal Martini – conclude il professor D’Agostino – senza pretendere di trasformare le sue istanze pastorali in proposte biogiuridiche o biopolitiche, come egli non ha mai preteso di fare». Cercava di convincere le pecorelle scappate dall’ovile a farvi ritorno, questo è tutto, ma sulle regole vigenti nell’ovile non aveva voce in capitolo. Ho scritto che «contava meno del due di picche», ma era immagine rozza. Si poteva dire più sofficemente, come fa il professor D’Agostino, che Sua Eminenza parlava e concedeva, ma «non nella qualità di studioso, di titolare di cattedra, di direttore di un istituto di ricerca o di responsabile di un dicastero della Santa Sede».

giovedì 6 settembre 2012

Marina Corradi e la comunicazione non verbale

Marina Corradi ha «guardato e riguardato», «anche facendolo scorrere più lentamente che nella realtà» «un video girato con un cellulare», che  «risale a giugno, quando Benedetto XVI venne a Milano e, lontano dalle telecamere, incontrò per lultima volta il cardinale Martini», analizzando sguardi e gesti di questultimo per darci prova schiacciante, contro le malevole voci udite in questi giorni, che, al di là di  «disaccordi, differenze di vedute, anche tensioni», Sua Eminenza nutriva per il Papa un affetto straordinario (Avvenire, 6.9.2012). Sarà, ma la gestualità e la mimica faciale di un soggetto affetto da Morbo di Parkinson in stadio avanzato rende possibile affermarlo con tanta sicurezza? A me pare un tantino azzardato.
Se proprio vuole cimentarsi nello studio della comunicazione non verbale, sarebbe il caso che Marina Corradi si dedicasse allo studio di soggetti non affetti da patologie neurologiche. Potrebbe cominciare, per esempio, dal video che riproduco qui sotto, tratto dall’ultima visita che Benedetto XVI ha fatto in Germania: provi ad interpretare il ritrarsi dei vescovi alla mano tesa del Papa nel rifiuto di stringergliela o di baciargliela, provi a desumerne i sentimenti, poi ci fa sapere con calma, quando ha un po di tempo. 

«L’ecologia è cattolica»

A chi si arrampica sugli specchi per dimostrare che quel tal versetto biblico debba essere correttamente inteso nel senso esattamente opposto a quello che palesemente e univocamente esprime – quattro avverbi in due righe, mi scuso, ma li ritengo tutti indispensabili – preferisco il fondamentalista che sta cocciutamente appiattito al testo sfidando coraggiosamente il ridicolo. Sta scritto: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra, soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra» (Gen 1, 28)? E allora non venirmi a dire che «la salvaguardia del creato è un’esigenza anzitutto e profondamente biblica» (Avvenire, 4.9.2012), perché mi fai girare le palle: il tuo Dio non aveva fatto bene i conti tra risorse e consumi, perché è lo stesso Dio del pecoraio mediorientale di tre o quattro millenni fa, quando sulla Terra abitavano poche centinaia di milioni di individui. Per secoli, per millenni, si doveva leggere in Genesi ciò che letteralmente in Genesi c’è scritto, ora semplicemente – non è più possibile: ed ecco diventi indispensabile tu, ineffabile priore di Bose, la tua faccia di culo è garanzia di una rilettura ad hoc del testo biblico. «Forse la teologia se ne è accorta tardi, troppo presa da una visione solo antropocentrica…», dici. Scusa, eh, ma il centro è sempre uno e, se lì ci metti l’uomo, non puoi metterci altro: comincia dunque a togliere quel «solo», ragiona, non puoi avere una visione del creato «anche» antropocentrica. Ma, poi, che vai a rimproverare alla teologia? Lesse letteralmente, finché le fu possibile. Oggi non può più farlo, tutto qui, ed è per questo che ora cè bisogno di un treccartaro come te a tentare di convincerci che «l’ecologia è cattolica». Ci aspettiamo tu ce lo ripeta dai microfoni di Radio Vaticana, quella nota per le condanne per inquinamento da elettrosmog.

mercoledì 5 settembre 2012

martedì 4 settembre 2012

«La pressione sanguigna scendeva vertiginosamente»

Giulia Facchini, nipote del cardinale Carlo Maria Martini, racconta le ultime ore di suo zio:

«Deglutivi con fatica e quindi mangiavi sempre meno e spesso catarro e muchi, che non riuscivi più a espellere per la tua malattia, ti rendevano impegnativa la respirazione. Avevi paura, non della morte in sé, ma dell’atto del morire, del trapasso e di tutto ciò che lo precede. Ne avevamo parlato insieme a marzo e io, che come avvocato mi occupo anche della protezione dei soggetti deboli, ti avevo invitato a esprimere in modo chiaro ed esplicito i tuoi desideri sulle cure che avresti voluto ricevere. E così è stato. Avevi paura, paura soprattutto di perdere il controllo del tuo corpo, di morire soffocato. […] Con la consapevolezza condivisa che il momento si avvicinava, quando non ce l’hai fatta più, hai chiesto di essere addormentato. Così una dottoressa con due occhi chiari e limpidi, una esperta di cure che accompagnano alla morte, ti ha sedato. […] Il tuo respiro si faceva, con il passare delle ore, più corto e difficile e la pressione sanguigna scendeva vertiginosamente» (Corriere della Sera, 2.9.2012).

Mi limito a segnalare che un vertiginoso calo pressorio sembra effetto di una sedazione assai poco in linea con la dottrina cattolica. 

Frammenti di un necrologio

La morte del cardinale Carlo Maria Martini ha offerto ennesima occasione di dibattito su quel «dialogo tra credenti e non credenti» che in tanti si ostinano a ritenere possibile, e utile, se non addirittura necessario. Bene, io penso che di fatto sia impossibile e, tutto sommato, inutile, comunque non indispensabile.
Ovviamente tutto sta nell’intenderci sul cosa sia «dialogo», perché sul fatto che un credente e un non credente possano colloquiare, anche pacificamente, non sollevo obiezioni: quasi sempre serve a poco, spesso porta a niente, ma, volendo perder tempo, si può. Ci può essere perfino un reciproco tornaconto, in questo chiacchierare: il non credente può gustare il piacere di produrre argomenti che non più tardi di qualche secolo fa gli avrebbero procurato persecuzione, carcere, tortura e morte, mentre il credente può dar sfogo alla sua smania di convertire, mettendo la sua anima in pace nell’averci almeno provato.
Altra cosa è il «dialogo» o il discutere per arrivare a trovare accordo su qualcosa: anche quando lo si trova, permane nel fondo dell’accordo un’irriducibile distanza che alla lunga lo vanificherà. Non si farà fatica, per esempio, a trovare intesa sul fatto che l’omicidio sia cosa disdicevole, ma per il credente l’omicidio sarà sempre innanzitutto offesa a Dio, perché la vittima è una sua creatura. Poco male, si dirà, l’importante è che credente e non credente concordino. Errato: nel considerare l’uomo una creatura di Dio, la vita umana diventa un bene indisponibile all’uomo, con tutto ciò che ne discende.
Altro esempio: la democrazia. Un credente e un non credente potranno facilmente trovare accordo sul punto e dirsi democratici (ovviamente questo non dovrà porre in discussione la struttura gerarchica della Chiesa: quella deve rimanere piramidale, sennò lo Spirito Santo ci rimane male), ma nel fondo dell’accordo sul fatto che sia meglio decidere a maggioranza che lasciar le decisioni a pochi, o a uno, resteranno sempre un sacco di riserve, almeno da parte del credente, per il quale la democrazia va bene, sì, ma fino a un certo punto: se concorda con le decisioni della maggioranza, nessun problema, ma se quelle non gli garbano, perché in esse vede oltraggio ai comandamenti del suo Dio, il credente mette il muso, si intristisce, quando non si incazza, e comincia a lamentare la violenza della «dittatura della maggioranza».
Penso non ci sia bisogno di altri esempi: li abbiamo sotto gli occhi da quando ai credenti è venuta la smania di «dialogare» nell’impossibilità di imporre la loro fede ai non credenti coi mezzi usati per secoli e secoli, da quando i non credenti hanno accettato il «dialogo» nel tentativo di cavarne qualcosa, nell’illusione di poterlo trovare. La vita del cardinale Carlo Maria Martini sta a dimostrarlo.
«Dialogava», Sua Eminenza, gli piaceva tanto. E bisogna essere onesti: concedeva, concedeva, concedeva anche più di quanto gli fosse concesso dalla dottrina, non di rado facendo soffrire ed adirare gli zeloti, che prima cominciarono a mormorare fosse un mezzo eretico, finendo per dirlo ad alta voce, anche a cadavere ancora caldo. Concedeva, intanto, ma il suo concedere era di un autorevole prelato che contava meno del due di picche, sicché sul suo concedere resta il dubbio fosse la declinazione di un garbo. Talvolta veniva il sospetto che fosse il «poliziotto buono» che fa coppia col «poliziotto cattivo», d’altronde era gesuita e si sa che «todo modo es bueno» per portare acqua al mulino. 

[…]

Tu credi che Dio esista, che si sia incarnato in Cristo, che Pietro e i suoi successori ne siano i vicari in terra, perciò depositari di una verità che non possa essere messa in discussione senza mettere in discussione Dio stesso: una verità indiscutibile che vorresti fosse universalmente riconosciuta tale, e dalla quale discendono precetti e divieti che ritieni essenziali al fine di conquistare la vita eterna.
Io non credo nella vita eterna e penso che quei precetti e quei divieti siano solo un modo per ridurre gli uomini a gregge. Non credo che Dio esista, dunque neanche mi pongo il problema se Cristo sia davvero esistito o sia solo un mito. Leggo i vangeli e, accanto all’assurdo, all’inverosimile e al contraddittorio, ci trovo l’ambiguo e l’oscuro sui quali è stata costruita la dottrina alla quale ti dichiari obbediente, alla quale pretenderesti tutti fossero obbedienti, facendoti vanto dell’arrivare a diventare molesto, per poi far sfoggio di un odioso vittimismo se ti mandano a cagare. Ti osservo e ti trovo insopportabile, ipocrita fino all’osso, soprattutto pericoloso. Non c’è bisogno di chiederti cosa tu pensi di me, è noto che a uno come me guardi come a un’anima che vuol perdersi. Hai ragione, non voglio essere salvato. Abbiamo davvero poco da dirci, convieni? «Dialogare» su cosa?
A te interessa convertirmi, a me interessa tu non mi rompa il cazzo: vogliamo far finta di trovare tregua nel dissimulare quanto ci preme? Vogliamo chiamarlo «dialogo»? Disperando di potermi appiccicare la tua fede, ti accontenti di potermi convincere alla tua proverbiale ipocrisia? Devo far finta che almeno l’ipocrisia può essere un decente modus vivendi? Sì, è vero, siamo costretti a starci a fianco, ma questo non vuol dire che dobbiamo strusciarci. Sul da fare, fino a quando non si troverà modo di far prevalere la regola che la libertà di ciascuno ha solo limite in quella di tutti, inutile «dialogare»: basterà contarci. Poi sulla conta eventualmente storcerai il muso, farai carte false per vanificarne l’esito, strepiterai, minaccerai la vendetta del tuo Dio. Pazienza, attenderemo i secoli necessari a sentire la tua voce sempre più fioca. Duemila anni ti avranno illuso che non si spegnerà mai, ma – mi insegni – duemila anni sono un soffio. Meno di un soffio, nell’evoluzione della specie. Ci siamo liberati della coda, ci libereremo anche della tua superstizione. 

[…]

Io e te non abbiamo niente da dirci, la vita del cardinale Carlo Maria Martini è la dimostrazione che non serve a niente. Ammesso pure tu avessi la stessa sua autorevolezza e lo stesso suo prestigio in seno alla tua Chiesa, ogni tua concessione varrebbe niente. E poi perché dovrei ritenere necessario che tu mi conceda quel che ritengo mio diritto? Che i preti si possano sposare, che anche le donne possano celebrare la messa, che i cattolici divorziati possano aver l’eucaristia – cazzi vostri. Ci metto il naso per il gusto di vedere come la bestia si contorce, tutto qui.
Come diceva quel tizio? A un protestante preferisco un cattolico, a un cattolico progressista preferisco un cattolico tradizionalista, a un tradizionalista che si controlla preferisco un tradizionalista sfrenato. La fede e la dottrina mi piacciono incontaminate dai compromessi con il mondo, così appaiono per ciò che sono veramente: la negazione del mondo, l’insanabile smania di mortificarlo. 

lunedì 3 settembre 2012

[...]

Ignoro chi sia il pianista che sta suonando Bach in quest’istante a L’Infedele, e non voglio sapere chi sia. So solo che non ho mai sentito storpiare Bach a questo modo, sembra una polka di Chopin. 

domenica 2 settembre 2012

Sabra e Shatila, trent’anni dopo

Si avvicina il trentennale del massacro di Sabra e Shatila, che una stolida ma solida vulgata addebita alle milizie israeliane di stanza in Libano, ma che invece fu compiuto dalla falange cristiano-maronita, bestie feroci che sul calcio del fucile avevano appiccicato un autoadesivo che raffigurava la Vergine Maria. Tuttavia, a onor del vero, gli israeliani ebbero una colpa in quel massacro: pur potendo, non l’impedirono. Come i caschi blu olandesi di stanza in Bosnia non impedirono alle truppe di Ratko Mladic il massacro di Sebrenica, i soldati di Ariel Sharon non impedirono ai cristiano-maroniti di compiere la strage di palestinesi. Nessuno si sognerebbe di attribuire la strage di Sebrenica all’Onu, ma quella di Sabra e Shatila è correntemente attribuita a Israele. Tra due settimane accadrà ancora, ci si può scommettere un soldino. 

[...]


A Breivik quel che è di Breivik

Prima, d’istinto, scrissero che dietro la strage c’era al Qaida. Poi, lessero il manifesto di Breivik, trasalirono e scrissero: «Assegnare all’assassino norvegese patenti intellettuali è una paranoia giornalistica… Il killer che ha insanguinato la Norvegia è semplicemente un folle». Erano imbarazzati: quel manifesto avrebbero potuto sottoscriverlo, ma tutti quei morti erano un problema.
Scrissi: «Molte delle pagine scritte da Breivik sembrano copiate da Il Foglio: la crisi demografica che mina l’occidente, l’Europa che diventa sempre più Eurabia, il relativismo etico che ci rende deboli, il multiculturalismo che mortifica le nostre radici giudaico-cristiane, il politicamente corretto e il buonismo che ci rammolliscono, perfino che l’aborto dovrebbe essere vietato, che la pillola e gli altri metodi contraccettivi dovrebbero essere severamente limitati, che l’educazione sessuale nelle scuole dovrebbe essere abolita» (Malvino, 26.7.2011). Qualche lettore storse il muso. 
Ora, finalmente, torna tutto in ordine e Il Foglio dà a Breivik quel che è di Breivik con un Elogio del “mostro”, a firma di Richard Millet, «colto intellettuale parigino». Certo, i morti continuano ad essere un problema, ma ora assegnare una patente intellettuale al “mostro” (al folle sono spuntate le virgolette) non è più una paranoia giornalistica.
Sia chiaro, «leggere l’Elogio letterario di Anders Breivik scritto da Richard Millet non significa sposare le tesi dell’autore né tantomeno contaminarsi con i crimini dello stragista di Utoya», ma adesso non è più folle «assumerne il punto di vista», anzi, è proprio questa l’offerta che Il Foglio propone ai suoi lettori, che senza dubbio gradiranno. Nel firmamento dei disadattati alla modernità brilla unaltra stella.

sabato 1 settembre 2012

Così non è accaduto

Occorre fare un poco di chiarezza sul rifiuto che il cardinale Carlo Maria Martini ha opposto all’«accanimento terapeutico», termine che qui rivela in modo esemplare tutta la sua ambiguità. Sua Eminenza soffriva da lungo tempo di Morbo di Parkinson, una patologia che nei suoi stadi più avanzati è scarsamente sensibile ad ogni tipo di terapia farmacologica. Tuttavia un parkinsoniano non muore mai per la degenerazione delle cellule nervose che è alla base della malattia, ma per le complicanze che essa determina, prima fra tutte (le statistiche riportano dati che oscillano tra il 73 e l’89%) la disfagia. In pratica, viene meno la capacità di deglutire a dovere: ne derivano deperimento da malnutrizione e non di rado infezioni polmonari perché il cibo ingerito prende la via sbagliata e va a infettare le vie respiratorie, talvolta provocandone l’ostruzione e la morte per asfissia. In una percentuale più ridotta di casi (tra il 7 e il 9%) il paziente muore per insufficienza respiratoria perché l’ipercinesi muscolare arreca gravi alterazioni della dinamica degli atti di inspirazione ed espirazione. Intubato per la ventilazione assistita, idratato per via endovenosa e nutrito con un sondino gastrico, un parkinsoniano può sopravvivere per anni e anni. Una vita di merda, senza dubbio, ma questa è considerazione da laicista.
Laicisti non sono quelli che si sono subito affrettati a precisare che nel caso di Sua Eminenza non si è trattato di eutanasia, ma semplicemente di rinuncia all’«accanimento terapeutico», che la dottrina cattolica non condanna. È vero, il Catechismo afferma che «l’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima» (2278), ma afferma pure che, «anche se la morte è considerata imminente, le cure che d’ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte» (2279). Ora, nel caso del cardinale Carlo Maria Martini, la somministrazione di aria, acqua e cibo era da intendere come cura ordinaria o straordinaria? E il paziente aveva il diritto di rifiutarla? Con la logica che ha portato gran parte del mondo cattolico a parlare di suicidio assistito nel caso di Piergiorgio Welby e di assassinio nel caso di Eluana Englaro, Sua Eminenza non aveva questo diritto: doveva essere costretto a sopravvivere, contro la sua volontà. Così non è accaduto. Punto.