mercoledì 30 gennaio 2013

Uno spaccato clinico

Qualche settimana fa, commentando un articolo di Luigi Manconi (Il Foglio, 11.12.2012), ho messo in discussione  la più comune accezione di carisma che anch’egli dava segno di intendere come una sorta di grazia di cui può essere dotato un leader: ho scritto che  più correttamente deve essere inteso come una sorta di disgrazia nella quale incorrono quanti si fanno seguaci di un leader dalla personalità severamente disturbata, suggerendo che l’attenzione deve essere spostata dal «convesso» del leader al «concavo» del gruppo che lo accetta come tale (Malvino, 13.12.2012). In pratica, rigettavo la definizione del carisma data da Max Weber in Wirtschaft und Gesellschaft («qualità della personalità di un individuo, in virtù della quale egli si eleva sugli uomini comuni ed è trattato come uno dotato di qualità soprannaturali, sovrumane, o quanto meno specificamente eccezionali, non accessibili alle persone normali, considerate di origine divina, basate su poteri magici»), per accogliere quella di Otto Kernberg in Ideology, Conflict and Leadership (per il quale il carisma è tra gli «effetti paranoiagenetici» di una psicopatologia di gruppo).
Bene, oggi posso produrre un esempio che credo abbia forza di argomento. Si tratta di un passaggio tratto dall’intervento di Angiolo Bandinelli all’ultima Direzione nazionale di Radicali italiani (radioradicale.it, 29.1.2013). Non aspettatevi unillustrazione teorica dellassunto, si tratta più che altro di uno spaccato clinico. 

martedì 29 gennaio 2013

Formazione a vocazione settaria

Qualche settimana fa, in un’intervista concessa a John Hopper (The Guardian, 3.1.2013), Gianroberto Casaleggio ha azzardato un parallelo tra il grillismo e il cristianesimo primitivo: «It’s like Jesus Christ and the apostles. His message, too, became a virus». L’affermazione rivela un tratto di megalomania, ma in buona sintesi racchiude il fine cui ogni setta aspira, perché quella cristiana rappresenta il modello che ha incontrato maggior successo, e infatti quasi ogni setta riproduce in modo più o meno conscio lo schema che ha trovato fortuna nel cristianesimo: una verità indiscutibile incarnata da un capo carismatico, una ristretta cerchia di apostoli che stanno a difesa della fede e a cura del culto, una schiera di discepoli addetti a far proseliti. Nulla di nuovo, dunque.
Più interessante, invece, un’altra affermazione, stavolta sui malumori che da qualche mese serpeggiano nel M5S: «The statute contains rules. If they want to change the rules, they can create another movement». Il tono è risoluto, come di chi affermi il pieno diritto su una proprietà privata insidiata da illeciti appetiti di loschi malintenzionati, però nella sostanza è la dichiarazione dell’intoccabilità dello statuto. Volendo riprendere il parallelo col cristianesimo primitivo, saremmo alla condanna dei primi eretici, ma qui il parallelo non tiene, perché le eresie cristiane dei primi secoli nascevano sulle interpretazioni di quel testo, mentre lo statuto del M5S è assai meno ambiguo del passo che in Mt 16, 18 darebbe fondamento al primato petrino: «Il nome del M5S viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso» (art. 3). E dunque Gianroberto Casaleggio ha ragione: il M5S è proprietà privata e chi ne è proprietario può decidere a suo piacimento chi ne fa parte e chi ne è fuori.
Più che un versetto evangelico, a me l’affermazione ha richiamato alla mente lo sbotto di reazione che un leghista o un cattolico tradizionalista potrebbe avere alle lamentele di immigrati musulmani cui sia stata negata la costruzione di una moschea: «Questo è un paese cattolico: se avete voglia di pregare Allah, tornate a casa vostra». Sono disposto a concedere che ci sono delle differenze, ma l’idea di una religione di stato non stride in egual misura con quella di un partito inteso come un club che abbia regole sulle quali non è ammesso discutere o con quella di un movimento politico il cui statuto non sia emendabile da una maggioranza qualificata? E tuttavia, anche se non si arriva quasi mai a esplicitarlo in modo così secco e liquidatorio, questo modo di intendere un partito non è caratteristico, seppure in vario grado, di quasi i tutti leader politici italiani? In altri termini, di fatto se non di diritto, tutti i partiti e i movimenti politici italiani non sono proprietà privata di una persona sola? È vero, c’è l’eccezione del Pd, che è in mano ad una oligarchia, ma per tutti gli altri partiti non vale la regola che la piena disponibilità della linea politica e delle risorse economiche siano nelle mani di uno solo? E allora cosa fa la differenza con una formazione a vocazione settaria? La risposta è nel carattere carismatico della leadership.
Ma del carisma del leader politico ho già parlato qualche mese fa.

[...]

Due e tre mesi fa ero seriamente intenzionato ad astenermi dal voto. Era una decisione alla quale ero arrivato con grande sofferenza, perché ho sempre pensato che votare sia più un dovere che un diritto e un menopeggio – talvolta perfino un moltomenopeggio – non era mai mancato sulla scheda. Stalvolta no, non riuscivo proprio a vederlo: il voto mi sembrava l’avallo a una finzione di democrazia.
«Non ho smesso di credere nella democrazia – ho scritto – [e] con la decisione di astenermi alle prossime elezioni non ho alcuna intenzione di metter[e] in discussione [il principio democratico]: dico solo che in Italia ne è rimasto solo il guscio vuoto – le elezioni, appunto – ma di fatto col voto non si esercita alcun potere, neppure nell’infinitesima misura che un voto dovrebbe avere su milioni di voti. Il sistema dei partiti ha sospeso il principio democratico e si perpetua nella sua sospensione, che il voto rinnova, dandole legittimità. E nessun partito – nessuna coalizione di partiti, nessun fronte transpartitico – può volere sia diverso da com’è, pena il suo dissolversi».
Continuo a crederlo, ma poche settimane dopo c’era la salita in politica di Mario Monti e, non fosse bastato, la ridiscesa in campo di Silvio Berlusconi. Insomma, il menopeggio mi si materializzava dinanzi all’improvviso nel Pd, cui darò il mio voto, ben sapendo che me ne pentirò fin dal giorno dopo. D’altra parte devo confessare che le primarie, al netto dei mille limiti che le hanno contrassegnate, mi sono parse un merito in positivo del partito guidato da Pierluigi Bersani, ulteriormente valorizzato dalla lealtà fin qui mostrata da Matteo Renzi dopo la sconfitta che ha subìto al ballottaggio. Rimane quel che era, il Pd, e non sarà certo il mio voto a renderlo diverso, ma in due o tre mesi il resto è drammaticamente peggiorato: almeno per quanto mi riguarda, è buon pretesto per fuggire l’astensione nell’aleatoria convinzione del cosiddetto voto utile.
Quanto utile possa risultare, poi, è un altro paio di maniche. Ho già scritto, infatti, che, per «sgombrare il campo dalle velleità di chi lavora a un terzo polo, dalle illusioni revanchiste del Pdl, dalle tentazioni populiste e giustizialiste che spuntano ovunque come funghi, dal fardello di un’alleanza piena di incognite come quella con Sel», il Pd dovrebbe conquistare una larga rappresentanza in Parlamento che però gli sarebbe data solo dal successo in regioni nelle quali io non voto. Di fatto, dunque, il mio voto resta inutile, come sarebbe stata l’astensione. Ma sono grato a Berlusconi e Monti per avermi dato modo di non venir meno a ciò che a torto o ragione continuo a considerare più un dovere che un diritto. 

[...]

L’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) rileva un dato incongruente nella compilazione delle schede di dimissione ospedaliera delle gravide che hanno partorito con taglio cesareo: il numero dei feti in presentazione anomala, una delle indicazioni al parto per via chirurgica, è più alto di quanto statisticamente atteso, sicché nasce il sospetto che in molti casi la diagnosi di presentazione anomala sia fasulla e serva a giustificare il ricorso al taglio cesareo anche quando il parto potrebbe essere espletato in modo «naturale». Si profilerebbe il reato di truffa ai danni dello stato, che sborsa 2.457 euro per un taglio cesareo e solo 1.139 euro per un parto spontaneo, con un aggravio di spesa quantizzabile tra gli 80 e gli 85 milioni di euro ogni anno. Tuttavia parrebbe che allo stato non stia a cuore solo il portafoglio, ma pure la salute della donna, che col taglio cesareo sarebbe messa a rischio in misura assai maggiore di quanto accada col parto «naturale». Donde si tragga questo dato, e quanto sia significativo al fine di lanciare l’allarme, non è dato sapere. In realtà, gli studi statistici non mettono in rilievo alcuna sostanziale differenza di rischio per la donna tra parto spontaneo e taglio cesareo, anzi, per quanto attiene alla morbilità del nascituro, il parto per via chirurgica sembrerebbe addirittura un po’ più conveniente rispetto a quello «naturale». Si sbandierano, è vero, dei dati che vorrebbero il taglio cesareo 37 volte più pericoloso del parto spontaneo, ma si omette che è relativo a complicanze di pertinenza urinaria, di entità non più grave a quella che si riscontra nella cateterizzazione. Sospetto per sospetto, viene da pensare che la tutela della salute delle donne sia solo la foglia di fico a coprire la pur legittima tutela delle casse dello stato. Quando si fa spending review, d’altronde, star dietro al portatore d’handicap per vedere se non sia per caso un falso invalido è più facile che tagliare privilegi alle caste e qui parliamo di 80-85 milioni di euro ogni anno, che fa quanto costano 250 auto blu. Non vorrei essere frainteso: personalmente penso che sarebbe giusto fare entrambe le cose. Di fatto, però, tra le due, risulta sempre più facile la prima rispetto alla seconda, e dunque sia, discutiamo di questo enorme numero di tagli cesarei che sarebbero effettuati anche quando le gravide potrebbero partorire in modo «naturale», senza altra ragione – pare – che il furto di denaro pubblico.
Prima di tutto, però, penso che sia necessario un inciso per spiegare perché metto le virgolette a «naturale». È presto detto: «natura» è termine sommamente ambiguo. Se, infatti, il parto per via vaginale è da considerare «naturale», il taglio cesareo sarebbe da considerare «contro natura». Ma questo non vale anche per ogni altro intervento medico che tenda a correggere un evento «naturale» com’è la malattia o a dilazionarne quanto più possibile un altro, altrettanto «naturale», com’è la morte? Non sto dicendo che la gravidanza o il parto spontaneo siano da intendere come momenti patologici: dico che al pari di ogni evento parafisiologico, anche la gestazione e il parto possono presentare momenti di patologia che il medico è chiamato a risolvere con artifici miranti a correggere la «natura», quando questa sembra opporsi a ciò che è da considerare desiderabile. Il punto è un altro: a chi spetta la decisione e a chi tocca assumersene la responsabilità? Forse sarà il caso di ricorrere a un esempio. Anche la riduzione chirurgica di una frattura, quando si suppone che la sua riparazione spontanea possa procedere in modo insufficiente o irregolare portando ad esiti indesiderati, è da considerare «contro natura». In senso stretto, anche un tutore è artificio innaturale e, in generale, potremmo dire che si ricorre sempre ad una pratica «contro natura» quando in campo clinico prende corpo la supposizione che, a lasciar fare alla «natura», il risultato non sarebbe soddisfacente. E tuttavia, di fronte a una frattura ridotta chirurgicamente, non è mai possibile avere la certezza che lo stesso risultato, se non migliore, si sarebbe ottenuto lasciando fare alla «natura». Per meglio dire, sui grandi numeri è possibile discutere e trarre qualche conclusione, perché si tratta di inferire dati che in campo clinico indirizzano la supposizione in un senso o in quello opposto, ma il singolo caso non offre mai l’assoluta certezza che la scelta scartata fosse la migliore, perché non si presta mai a controprova. Così è anche per il taglio cesareo: sui grandi numeri è possibile supporre che in molti casi sia stato inutile e che lo stesso risultato desiderato si sarebbe ottenuto col parto spontaneo, ma sul singolo caso è impossibile dimostrarlo. In pratica, è impossibile considerare inutile la riduzione chirurgica di una frattura che abbia dato buon esito: si può supporlo, ma senza poterne avere certezza.
Ovviamente parliamo dei casi in cui tutto vada bene, quando l’osso torna a posto, non importa se grazie a un semplice tutore o grazie a un intervento chirurgico di riduzione. Nel nostro caso, stiamo parlando dei casi in cui il parto vada a buon fine, spontaneo o no che sia, lasciando fuori dalla discussione quelli nei quali madre e/o figlio abbiano riportato un danno dall’espletamento di un parto spontaneo, lì dove un taglio cesareo avrebbe potuto evitarlo, o viceversa, ammesso sia possibile esserne assolutamente certi. Tuttavia una differenza c’è nel parallelo tra taglio cesareo e riduzione chirurgica di una frattura, perché l’ortopedico a differenza dell’ostetrico arriva alla decisione di intervenire chirurgicamente sulla base di elementi clinici che solo assai di rado vengono messi in discussione dal Ministero della Salute. Di fatto, il numero di riduzioni chirurgiche delle fratture ossee è andato assai aumentando negli ultimi decenni, ma nessuno solleva il sospetto che dietro ci sia una frode. Non è così col taglio cesareo, dove si dà per altamente probabile che la causa stia nella malafede del medico che l’ha considerato necessario. Nel caso in oggetto, però, e stiamo parlando dei dati riscontrati dall’Agenas, cioè della probabile falsificazione di diagnosi di anomala presentazione fetale, si tratta di un falso che è praticamente impossibile accertare una volta che il feto sia venuto alla luce. Che fare, allora, per evitare la truffa?
Non vedo altra soluzione che in un apposito organo dello stato che avalli o no la decisione di un taglio cesareo che il medico abbia eventualmente concertato con la gravida. Insomma, un apposito timbro di autorizzazione all’intervento chirurgico. Questo dovrebbe valere non soltanto nei casi in cui l’indicazione al taglio cesareo sia stata posta da una anomala presentazione fetale, ma in tutti i casi in cui è altrettanto possibile una diagnosi fasulla. In pratica, lo stato dovrebbe assumersi in pieno la responsabilità di decidere al posto del medico il modo in cui una donna deve partorire e, già che ci troviamo, il modo più conveniente di trattare una frattura ossea. Quanto costerebbe? Se costasse meno di 80-85 milioni di euro ogni anno, sarebbe conveniente. Ma, ammesso pure che lo fosse, sarebbe lecito? A me pare che verrebbero lesi alcuni diritti della donna e l’autonomia professionale del medico. D’altronde non sarebbe la prima volta che lo stato italiano sia chiamato a interferire sulla vita sessuale e riproduttiva dei suoi sudditi, perché non arrivare al punto da mettergli in mano anche la decisione che fino ad oggi è stata del medico, ma che comunque trovava realizzazione solo col consenso della donna? A qualcuno fa paura che sia lo stato a decidere la modalità del parto? Può farsela passare pensando al fatto che il fine sarebbe il bene pubblico, come accade sempre, d’altronde, quando lo stato avanza l’amorevole pretesa di prendersi cura dei propri sudditi, risparmiando loro tutte quelle fastidiose decisioni che implicano l’esercizio della libertà e della responsabilità. Oppure? Se non in questo modo, che potrebbe trovare qualche ostacolo nella nostra Costituzione, come può porsi argine all’alta percentuale di tagli cesarei oggi effettuati in Italia? Le statistiche dicono che siamo i primi in Europa. Non potendo liberarci troppo in fretta di ben più infami primati, non vogliamo provare a far diminuire il numero di tagli cesarei? Sì, ma come?
Tra chi sente l’urgenza del problema – un po’ tutti, tranne le donne che hanno partorito con un taglio cesareo – nessuno sembra avere una soluzione: lamentano «l’inarrestabile medicalizzazione di un evento naturale come il parto» (Assuntina Morresi su Avvenire di sabato 19 gennaio, e come argomento non porta altro che l’aver «partorito tre figli per vie naturali», affermando che il «diritto al parto senza dolore è quantomeno discutibile»); denunciano quello che sarebbe uno «scandalo nazionale» (Roberto Volpi su Il Foglio di martedì 22 gennaio, che approfitta dell’occasione per lagnarsi dell’eccesso di attenzioni diagnostiche in gravidanza, che rappresentano «un fattore di rischio per chi deve mettere al mono un figlio»); addirittura paragonano il taglio cesareo a una «mutilazione genitale femminile» (Angiolo Bandinelli nei suoi senescenti sproloqui nei forum radicale); ma nessuno sa dire quale alternativa ci sia.
Chi può impedire ad una donna che non voglia partorire spontaneamente di optare per il taglio cesareo? Chi può contestare la condotta clinica di un ostetrico che in questo o quel caso decide che il taglio cesareo è da preferire al parto spontaneo? Soprattutto, come si può impedirlo? Non si sa, nessuno azzarda una proposta. E dire che, una volta trovata, andrebbe bene pure per mettere un freno a piercing e tatuaggi.   

Il Dio che non esiste ma è necessario

L’ultimo numero di MicroMega (1/2013) chiude con un breve saggio di George Steiner (La morte sta morendo? – pagg. 205-218) che a stralci è stato ripreso da la Repubblica di giovedì 17 gennaio (Addio alla morte – pag. 37). George Steiner si chiede: «La condizione e la fenomenologia della morte classica, rimasta dominante per moltissimi secoli, è in crisi?». È domanda retorica, d’altronde lo sarebbe con qualsiasi altro oggetto «classico» volessimo considerare al posto della morte. Non è in «crisi» pure il modo di concepire la sessualità che dominò per moltissimi secoli? E il modo di concepire la nascita? E la malattia? Sì, ovviamente, perché la «crisi» riguarda sempre ciò che è «classico». Per meglio dire: è «classico» proprio tutto ciò che è andato in «crisi», e per il fatto stesso di essere andato in «crisi». Ancora: il «classico» diventa tale solo quando una «crisi» costituisce ragion sufficiente di considerarne definitivamente chiusa l’esperienza diretta. Che senso ha, allora, la domanda posta da George Steiner? Vediamo se riusciamo ad individuarne il fine, visto che ogni domanda retorica ne ha uno.
Prima di tutto chiediamoci: i «classici» sapevano di essere «classici»? No, ovviamente, perché la «classicità» è sempre antecedente ad ogni presente. Potremmo dire che l’autopercezione della «classicità» sia una contraddizione in termini: nel presente, il «classico» è solo in potenza. È che ogni presente ha nel suo passato un punto rappresentabile come «classico», cioè esemplare, degno di essere preso a modello, anche se la regola vuole sia inarrivabile. Con ciò siamo dinanzi a una percezione della storia come sequenza di cataratte che di «crisi» in «crisi» porta al progressivo deterioramento di un modello ritenuto ideale. In altri termini, siamo dinanzi al culto della tradizione come modello ideale di esperienza che è irreparabilmente perso. Per dirla in altro modo: siamo alla percezione di una rottura nel continuum.
Per George Steiner questa rottura è una «mutazione», dando così per assodato che «la fenomenologia della morte classica» fosse nel patrimonio genetico umano, non già frutto a sua volta di altre «mutazioni», ma cifra connaturata, sennò punto di arrivo di altre «mutazioni», sì, ma tutte necessarie a determinare un modello ideale, tappe di un processo che aveva per fine quello di portare ad uno stadio di insuperabile perfezione, oltre la quale era possibile solo la corruzione.
Leggere la storia umana in questo modo, però, pone un problema insormontabile. Dal Neolitico alla polis greca, infatti, e dall’antica Roma al Medioevo, dal Rinascimento all’Età dei Lumi, la morte non è mai stata uguale a stessa: quando si moriva al modo «classico»? E quando si è smesso? La risposta di George Steiner non è molto diversa da quella di chi lamenta la secolarizzazione: «Mano a mano che i valori scientifici saturano la nostra coscienza, e che le tecnologie si evolvono con un’accelerazione esponenziale, le fantasie sulla trascendenza si fanno ancora più sbiadite o puramente convenzionali».
Non sfugga che quelle relative alla trascendenza sono «fantasie»: siamo alla tesi del Dio che non esiste ma è necessario.

lunedì 28 gennaio 2013

«Occhi terrificanti e agghiaccianti»

Sulla Domenica de Il Sole 24Ore, pag. 21, Gianfranco Ravasi recensisce 



Si tratta del Cristo che riproduco qui sotto.



«Occhi terrificanti e agghiaccianti»? A isolarlo dal contesto, sì. Il fatto è che, nell’opus sectile della domus di Porta marina a Ostia, tutti i soggetti raffigurati (animali compresi) hanno lo stesso genere di occhi.


Tutti cogli «occhi terrificanti e agghiaccianti»? Macché. È che nel IV secolo, com’è d’altronde in tutta larte antica almeno fino al Basso Medioevo, in tutto il bacino del Mediterraneo e oltre, molti pittori e molti scultori ricorrono allespediente di occhi sproporzionati al volto per dar risalto all’espressione del soggetto. Non di rado, per ottenere questo effetto, si arriva a veri e propri esoftalmi. 


Non basta, perché non è così scontato che il personaggio barbuto raffigurato in posa benedicente e con aureola sia proprio Cristo. «In tutta la Grecia e l’Asia Minore spiega chi ha curato il restauro della domus di Porta Marina –  sono stati scoperti dei personaggi definiti “sacri”, “ispirati”, ovvero dei filosofi. E tutti questi personaggi, in un momento in cui si registrava una grande esigenza di spiritualità, avevano il segno distintivo dell’aureola. Quindi, non c’è un contesto per poter affermare con precisione se si tratti di una figura sacra, oppure pagana».
In definitiva, potremmo dire che Gianfranco Ravasi e gli succede spesso – si è fatto prendere la mano.

giovedì 3 gennaio 2013

Molte cose sono cambiate

Molte cose sono cambiate in questi ultimi due mesi, direi che le più significative siano la ridiscesa in campo di Silvio Berlusconi e la salita in politica di Mario Monti, due eventi che ritengo mostruosi in egual misura.
Nel primo caso, torna in scena un tizio che ha smerdato il paese, sfasciato la coalizione che lo teneva al governo, azzoppato il partito di cui comunque rimane il padrone e ha finito col perdere anche l’appoggio della Chiesa, che quando ha da guadagnarci va a braccetto con chiunque. È che ormai non poteva dare più niente e infatti, con sollievo, gli ottimisti lo avevano dato per morto. Ma ora torna e i sondaggi lo danno in ripresa, seppur lieve. Il suo quadro psichiatrico è notevolmente peggiorato rispetto a un anno fa, dunque è più pericoloso di quanto è sempre stato, eppure circa un quinto degli italiani lo voterà ancora, e questo valga da lezione per chi ritiene che prima o poi saremo un paese normale: lo rivedremo in Parlamento, come minimo, insieme alla masnada che gli si stringe attorno.
Nel caso del premier uscente, che fino a qualche settimana fa giurava che avrebbe fatto come Cincinnato, la mostruosità sta nel fatto che intende incarnare quella quota di sovranità che inevitabilmente l’Italia dovrà cedere a una Comunità Europea che in ogni caso è ancora da venire. In altri termini, cerca consenso politico per essere legittimato come commissario tecnico che l’Europa avrebbe scelto per l’Italia e mostra segni di insofferenza come se questa legittimazione fosse una seccatura. Non si candida, ritiene che la sua candidatura sia nei fatti e, più la campagna elettorale entra nel vivo, più monta in arroganza e sbraca in patenti scorrettezze, come se i concorrenti al governo del paese fossero fastidiosi intralci all’unica soluzione possibile. Il professore s’è montato la testa, è evidente. Poteva starsene in disparte e tra qualche mese sarebbe andato al Quirinale, ma s’è fatto pizzicare dalla tarantola.
Altre novità non mancavano, ma queste due le hanno sgonfiate. Tutto rimane confuso, in pieno movimento, e tuttavia mi pare che, facendo rapidamente zoom indietro, il quadro generale non sia troppo diverso da quello di due mesi fa, quando scrivevo che «il sistema dei partiti ha sospeso il principio democratico e si perpetua nella sua sospensione, che il voto rinnova, dandole legittimità». Scrivevo che paradossalmente «il voto si è ridotto all’avallo di questa finzione: la democrazia è rappresentata – è data mera rappresentazione della democrazia – da quanti vogliono convincersi e convincere che la democrazia stia nell’andare a votare di tanto in tanto. Tra chi vota e chi si astiene c’è ormai una sola piccola differenza: i primi sono convinti che la finzione mantenga in vita il principio, i secondi si rifiutano di crederlo. Per quanto mi riguarda, mi è diventato intollerabile prestarmi alla finzione». Tuttavia tenevo a precisare che «con la decisione di astenermi alle prossime elezioni – il post cercava di spiegare le ragioni di questa scelta, e dire quanto fosse sofferta – non [avevo] alcuna intenzione di metter[e] in discussione [il principio democratico]». Scrivevo: «Non ho smesso di credere nella democrazia, dico solo che in Italia ne è rimasto solo il guscio vuoto – le elezioni, appunto – ma di fatto col voto non si esercita alcun potere, neppure nell’infinitesima misura che un voto dovrebbe avere su milioni di voti». Lo penso anche adesso, ma alcune cose mi hanno dissuaso dalla decisione di astenermi alle prossime elezioni politiche.
La prima è che adesso un menopeggio c’è, ed è il Pd. In parte per la presenza di Berlusconi e Monti sulla scena politica, in parte per la prova data con le primarie, il Pd è il menopeggio e lo voterò. Ho ben presenti quelli che per le mie personali convinzioni ritengo siano i suoi enormi limiti, peraltro destinati immancabilmente ad essere più evidenti quando è al governo, dunque voterò Pd con la serena disposizione d’animo a maledirmi per averlo votato. I sondaggi lo danno intorno al 30%, ma ritengo che solo sopra il 34-35% potrà sgombrare il campo dalle velleità di chi lavora a un terzo polo, dalle illusioni revanchiste del Pdl, dalle tentazioni populiste e giustizialiste che spuntano ovunque come funghi, e dal fardello di un’alleanza piena di incognite come quella con Sel: intendo contribuire a questo traguardo.
Una sola cosa potrebbe farmi cambiare ancora idea tenendomi alla larga dalle urne, ed è l’ospitalità che eventualmente dovesse essere offerta agli Amicone – per dirne uno – coi quali Pannella sta infarcendo le sue liste di scopo: un’altra Binetti sarebbe intollerabile. Altra cosa sarebbe se l’ospitalità fosse offerta a singoli esponenti radicali, chessò, penso a un Viale, a un Cappato, a una Bonino, a un Turco... Non accetterebbero mai, significherebbe dover rompere con Pannella, e tuttavia, fossi in Bersani, questa proposta la farei: un rifiuto tornerebbe utile, a posteriori.

mercoledì 2 gennaio 2013

Io non so se Delfo Zorzi sia responsabile della strage di Piazza Fontana...


... ma penso che per le sue borse meriterebbe comunque l’ergastolo.