venerdì 27 settembre 2013

Πολεμική τέχνη

La polemica non è che la continuazione del duello con altri mezzi. In pratica, si rinuncia ai pugni, alla spada, alla pistola, e si incrociano i propri argomenti, poco importa quanto validi o erronei, purché si ritenga che abbiano modo di risultare efficaci. Prendersi a randellate, in tal senso, può essere assai più onesto che polemizzare, perché un legno marcio va in frantumi su qualsiasi groppone, mentre un sofisma, se ben assestato, può stendere anche un brillante polemista, quando è preso alla sprovvista. Non c’è da stupirsene, perché, mentre un retto argomentare esige studio, disciplina e onestà intellettuale in ogni segmento del suo procedere, il sofisma spesso è frutto di automatismi afferenti ed efferenti al senso comune, sicché la sua efficacia non sempre dipende solo da particolari doti intellettive di chi lo produce. I sofismi di chi difende una fede, per esempio, spesso sono vecchi quanto il suo dio, e hanno la versatilità d’uso di una protesi così vecchia da aver preso ad essere vascolarizzata, diventando attiva quanto un arto. Parare un buon argomento può riuscire relativamente agevole a questi mascalzoni, perché hanno imparato l’elusione, lo stornamento, la manipolazione e tutte le altre tecniche della controargomentazione fallace quando ancora erano attaccati alle mammelle materne. Un esempio ce lo offre Bergoglio nella sua lettera a Scalfari: «Non seguirò passo passo le sue argomentazioni – scrive – ma andrò al cuore delle sue considerazioni».

Come nel duello, anche nella polemica la posta in gioco è il riuscire ad aver la meglio sull’avversario, ma le analogie non si limitano a questo, perché anche tra il polemizzare e il duellare vi è un’equipollenza che potremmo definire di tipo geometrico tra gli elementi che ne caratterizzano natura, dinamica e sviluppo, giacché terreno sul quale si consuma la sfida, competenza nell’uso dell’arma scelta, condizioni che modulano l’azione, non escluse quelle fortuite, hanno peso in egual misura. E tuttavia una sostanziale differenza resta, e ancora una volta segna un punto a favore del randello. Raramente, infatti, un duello ha termine senza che il vincitore abbia avuto soddisfazione, pur se formale, e senza che il perdente abbia fatto ammissione di sconfitta, pur se implicita; non così nel chiudersi di una polemica, dalla quale il mascalzone esce sempre con la convinzione di aver vinto o almeno col sentirsi in dovere di mostrarsene convinto. Qui si consuma un’ulteriore sfida, quella che ha per posta in gioco il riuscire a convincere almeno se stessi di esserne davvero convinti. Con due spanne di ferro nella pancia o una pallottola ficcata in fronte è assai più complicato, ma anche con due vertebre fratturate non è così semplice, mentre chi resta appiccicato al muro da argomenti schiaccianti riesce sempre a staccarsene, e questo può prolungare la polemica all’infinito, senza alcun esito, al punto da porsi la domanda: a cosa serve? Nella lettera di Ratzinger a Odifreddi, per esempio, in premessa alla contestazione dell’affermazione che la teologia sia una sorta di «fantascienza», si legge: «Ella dovrebbe per lo meno riconoscere che, nell’ambito storico e in quello del pensiero filosofico, la teologia ha prodotto risultati durevoli», come se la durata fosse certificazione di «scientificità». Anche qui, come nel precedente esempio, siamo dinanzi al limite più grosso che la polemica ha nei confronti del duello: in fondo, in fondo, in fondo, non serve a niente.

Mi è d’obbligo, a questo punto, sgombrare il campo da quanto possa essere stato frainteso nel trattare un argomento come la polemica partendo da ciò che è – πολεμική τέχνη – per arrivare a dire che si tratta di τέχνη sostanzialmente inefficace. Questo è vero, ma solo perché ogni πόλεμος, anche quando asimmetrico e privo di regole, ha per fine un diverso «aver la meglio sull’avversario», che non a caso vien detto «nemico». Voglio dire che nella continuazione del πόλεμος con una τέχνη diversa da quella che gli è propria va persa l’equipollenza geometrica tra i fini che i contendenti si propongono. Si tratta indubbiamente di un enorme salto qualitativo sul piano dell’evoluzione antropologica, ma in sostanza il salto sta tutto nel differire il fine, e invece di annichilire il nemico ci si accontenta di dimostrare che ha torto. Può anche accadere che questo si riveli di grande utilità nel risparmiarsi tutte le scocciature che derivano dall’uso della forza bruta, ma a patto che le regole della retta argomentazione siano condivise al punto da dare agli argomenti una forza univocamente ponderabile dalle parti in polemica. Bello a dirsi, impossibile a farsi quando sia patente, anche da parte di uno solo dei contendenti, l’uso di strumenti che violino o aggirino le regole della retta argomentazione: lì polemizzare è inutile, perché il contenzioso slitta inevitabilmente da ciò che è oggetto di polemica alla legittimità degli strumenti di polemica, e in pratica si è costretti a constatare che le regole non sono condivisibili. Di fatto, solo in ambito scientifico la polemica dissuade proficuamente dalla tentazione di ricorrere al randello. 

[...]  

mercoledì 25 settembre 2013

Per dire


Appena avrò un po’ di tempo, scriverò dei carteggi Scalfari-Bergoglio e Odifreddi-Ratzinger. Sarà inevitabile, allora, anche solo en passant, parlare del terreno sul quale si è tenuto il dialogo, cioè de la Repubblica. Che ieri, accanto alla risposta di Ratzinger a Odifreddi, metteva il dipinto Copernico che parla con Dio del pittore Jan Mateiko. 



martedì 24 settembre 2013

«In pittura ammiro Caravaggio: le sue tele mi parlano»



Riporto un brano tratto dall’intervista che Jorge Mario Bergoglio ha concesso ad Antonio Spadaro per l’ultimo numero de La Civiltà Cattolica (CLXIV/3918), perché riapre una questione che ho già discusso su queste pagine: «Visitavo spesso la chiesa di San Luigi dei Francesi, e lì andavo a contemplare il quadro della Vocazione di San Matteo di Caravaggio” […] È il gesto di Matteo che mi colpisce: afferra i suoi soldi, come a dire: “No, non me! No, questi soldi sono miei!”» (pag. 452). Come Sandro Magister si è subito affrettato a segnalare con comprensibile soddisfazione, si tratta della stessa «interpretazione che la storica dell’arte Sara Magister ha rilanciato con forza su TV 2000», lo scorso anno, senza troppa fortuna: anche «Jorge Mario Bergoglio – scrive il babbo della Sara – ha sempre visto il Matteo della Vocazione dipinta dal Caravaggio non nel maturo signore al centro del gruppo, come predicano le guide turistiche e la maggior parte dei critici, ma nel giovane a capo chino, che ancora “afferra i suoi soldi” proprio mentre Gesù lo chiama» (Settimo Cielo, 20.9.2013). Il pudore lo trattiene dal dire che il Papa abbia parlato ex cathedra – d’altronde non sarebbe una cathedra di Storia dell’Arte – ma per dar forza a questo inaspettato avallo alla tesi di sua figlia ricorre a una graziosa variante di quella che i logici di scuola anglosassone chiamano «fallacy for appeal to authority», e cita un altro passaggio dell’intervista, quello in cui Sua Santità dice: «In pittura ammiro Caravaggio: le sue tele mi parlano», quasi ad insinuare che lo Spirito Santo assista in Bergoglio un infallibile critico d’arte.
Sull’infondatezza della tesi di Sara Magister mi sono già intrattenuto in due occasioni, ma qui occorre ripetere:
(1) Per almeno dodici secoli fino al luglio del 1599 in cui Caravaggio mette mano al dipinto, nella tradizione d’occidente e d’oriente San Matteo è raffigurato anziano e barbuto, e lo stesso Caravaggio lo raffigura così in almeno tre sue opere. In pratica, non si conosce un solo San Matteo che sia stato ritratto giovane e imberbe nella Storia dell’Arte fino ai tempi di Caravaggio, né dopo. Se fosse valida la tesi della Magister, questa sarebbe la sola eccezione. Per giunta risalirebbe ad una epoca nella quale la Chiesa aveva un controllo ferreo sulla produzione artistica e non ammetteva soluzioni ardite. D’altronde, Levi (che poi si chiamerà Matteo) aveva tra i 40 e i 45 anni al tempo in cui Gesù gli chiese di seguirlo (le fonti più attendibili datano la sua nascita tra il 10 e il 15 a.C.): del tutto improbabile che si consentisse di ritrarlo con le sembianze di un giovanotto intorno ai 20 anni, com’è quello in cui la Magister e Bergoglio ritengono di poter identificare l’apostolo.
(2) All’opera del Caravaggio si ispirarono parecchi artisti coevi o di poco posteriori: talvolta il giovane che per la Magister dovrebbe essere Matteo è addirittura assente e in tutti il gesto di Cristo risulta inequivocabilmente indirizzato a un personaggio anziano e barbuto, di regola nella posa di chi, indicando se stesso, chieda:  «Chi? Io?»








(3) Il committente della Vocazione di San Matteo, il cardinal Contarelli morì una quindicina d’anni prima che fosse realizzata, ma aveva lasciato istruzioni dettagliatissime all’esecutore testamentario sul come dovesse essere concepito quel quadro: vuole – scrive un «San Matteo [che sia ritratto] dentro un magazeno, over, salone ad uso di gabella con diverse robbe che convengono a tal officio con un banco come usano i gabellieri con libri, et danari [...] Da quel banco San Matteo, vestito secondo che parerà convenirsi a quell’arte, si levi con desiderio per venire a Nostro Signore che, passando lungo la strada con i suoi discepoli, lo chiama». E l’esecutore testamentario, Virgilio Crescenzi, sarà scrupolosissimo nel trasmettere queste indicazioni al Caravaggio, come è accertato dal carteggio tra i due e dal contratto. Non già un San Matteo nell’atto di «afferra[re] i suoi soldi, come a dire: “No, non me! No, questi soldi sono miei!”», come la tela ha detto a Bergoglio, ma in quello che è un tutt’uno tra il chiedere: «Chi? Io?» e per levarsi dondera seduto. Basta osservare la postura delle sue gambe, nellinequivocabile torsione di chi stia per alzarsi e scivolare via tra sedia e banco.


D’altra parte, il giovane in cui la Magister e Bergoglio hanno visto Matteo non sta affatto «afferrando» le monete  sul tavolo: l’impressione è data dalle due mani che sono giunte sul banco, ma il fatto è che non sono entrambe sue. Sono due mani destre, e appartengono ovviamente a due diverse persone, basta constatare che le maniche degli abiti sono di foggia e di colore diversi: una è la sua, del giovane seduto a un capo del banco, e si limita a contare le monete, forse ad impilarle; l’altra è dello stesso San Matteo che stringe in mano un foglietto, forse una ricevuta. Così accostate possono dare l’impressione che appartengano alla stessa persona colta in una posa di rapace avidità di denaro. Questo tipo di infortunio non è affatto raro in Caravaggio, lo hanno già segnalato Bernard Berenson e Maurizio Calvesi: maestro degli effetti speciali della luce, non era eccelso nel disegno, per tacere delle proporzioni anatomiche e degli equilibri di massa. 


Non bastassero questi elementi, ve ne sono anche di più evidenti. Matteo era un esattore: è ragionevole pensare che un esattore segga su un lato lungo o su un lato corto di un banchetto rettangolare? Il registro di accredito, poi, è aperto in favore del soggetto anziano e barbuto o del soggetto giovane e a capo chino?
Pratica, cioè soluzione formale per adempiere il mandato della committenza; precedenti, cioè consolidata canonistica degli stilemi e dei simboli che caratterizzano un personaggio; pubblico, qui autorevomente rappresentato da autori coevi o di poco posteriori al Caravaggio, che reinterpretano la scena senza trovare alcuna perplessità nei discepoli del Caravaggio ancora in vita (Carlo Saraceni, Orazio Gentileschi, Giovanni Serodine): le tre P che guidano un critico darte tagliano le gambe ad ogni altra lettura. 

Resta una domanda: cosa può aver ingannato Bergoglio?  Possiamo solo andare per ipotesi, cominciando a escludere che abbia fatto sua la tesi della Magister, che non è antecedente al 2012. Prima di allora, a identificare Matteo nel giovane seduto a capo chino era stato solo padre Joseph N. Tylenda, dell’Università di Scranton, in Pennsylvania, autore di una guida turistica (The Pilgrim’s Guide to Rome’s Principal Churches, 1993) che sarebbe interessante sapere se stia sugli scaffali di Papa Francesco. Potrebbe averla acquistata quando venne a Roma per il concistoro del 1998.
Più complicato cercare di capire come Tylenda sia arrivato a formulare la tesi di un Matteo che il Caravaggio avrebbe voluto rappresentare nell’atto di «afferra[re] i suoi soldi, come a dire: “No, non me! No, questi soldi sono miei!”». Un indizio può darcelo la bibliografia della sua guida turistica, nella quale sono almeno due i volumi che riportano una suggestiva cazzata che per qualche tempo era data come fatto assodato: per la costruzione della scena della Vocazione di San Matteo il Caravaggio avrebbe tratto spunto da una delle incisioni di Hans Holbein il Giovane della serie La danza della Morte, quella che ritrae un gruppo di giocatori di carte attorno a un tavolo, il più giovane dei quali, approfittando del subbuglio causato dalla comparsa di un satanasso, fa man bassa della posta ancora in gioco.


Peccato che la cazzata non abbia mai trovato fonte documentata. Libri e stampe che avevano visto la luce in paesi dove la Riforma aveva attecchito bene non avevano alcuna possibilità di circolare a Roma, né sul resto della Penisola. Inoltre, ammesso e non concesso che lincisione circolasse, non sarebbe stato estremamente pericoloso riprodurre una scena di quel genere mettendo Gesù al posto di un repellente diavolaccio?

lunedì 23 settembre 2013

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L’operazione che con la rinuncia di Ratzinger e l’elezione di Bergoglio ha allentato l’insostenibile pressione che da qualche anno gravava sulla Chiesa di Roma può dirsi ottimamente riuscita, d’altronde per uccellare chi ne ignora la vera faccia bastavano un po’ di fondotinta, due freghi di bistro e due tratti di minio. È l’immagine che ho usato, a caldo, nel commentare il «buona sera» del 13 marzo.  
Ovviamente tra i suoi figli c’è chi la preferiva com’era prima, e ora storce il muso, ma mamma è mamma, e sa quello che fa, quindi finirà per farsela piacere anche truccata a questo modo, tanto nessun trucco sta su per sempre, e in fondo a qualcosa serve.
«Io pure ero tra i perplessi», scrive Vittorio Messori (Corriere della Sera, 21.9.2013), ma aggiunge: «In una prospettiva cattolica ciò che conta è il Papato, è il ruolo – che gli è attribuito dal Cristo stesso – d’insegnamento e custodia della fede, mentre non ha rilievo teologico il carattere del Papa del momento, cui si chiede solo la salvaguardia dell’ortodossia e la guida della Chiesa tra i marosi della storia».
Torna l’allegoria della barca (cfr. Premessa a due o tre dozzine di post): il mare in cui naviga è il tempo, e l’onda è il mondo, ora favorevole, ora avverso; quando le è favorevole, è il momento di spiegare le vele, e allora la verità di cui si sente depositaria e custode pretende statuto di legge che mettere in discussione sente come offesa; quando le onde si fanno alte e si frangono sulle sue murate, facendola oscillare pericolosamente, le vele vengono ammainate, e allora è il momento della carità.
Messori lo dice in altro modo: «I decenni postconciliari hanno visto, nella Chiesa, lo scontro sulle conseguenze da trarre dalla fede: politiche, sociali e, soprattutto, morali. Ma della fede stessa, della sua credibilità, del suo annuncio al mondo, ben pochi sembrano essersi preoccupati. Ben venga, dunque, il richiamo del Vescovo di Roma: si rievangelizzi, annunciando la misericordia e la speranza del Vangelo. Il resto seguirà. Non vi è, nelle sue parole, alcun cedimento sui cosiddetti “princìpi non negoziabili” in materia etica. Ma vi è, giustamente, l’insistenza sulla doverosa successione: prima la fede e poi la morale. Prima convochiamo, accogliamo e curiamo i feriti dalla vita e poi, dopo che avranno conosciuto e sperimentato l’efficacia della misericordia del Cristo, diamo loro lezioni di teologia, d’esegesi, d’etica».
La Grande Puttana torna all’adescamento, poi, con calma, quando sarà il momento, passerà all’incasso. E guai a chi rifiuterà di pagare i suoi servizietti. 


domenica 22 settembre 2013

La dismaieutica di Ivan Scalfarotto


L’argomentazione fallace si avvale talvolta di un metodo che potremmo definire dismaieutica. Se la maieutica, infatti, è la tecnica che aiuta l’argomento a venire alla luce assistendo chi deve partorirlo in modo che il travaglio sia agevole e il nascituro non abbia a subire danni, la dismaieutica narcotizza chi ne è gravido, glielo ammazza in pancia e al risveglio gli mette in braccio un bambolotto di plastica.
Prendiamo, per esempio, Ivan Scalfarotto: «Ieri – scrive – la Camera ha approvato l’estensione integrale della legge Mancino all’omofobia e alla transfobia. Come previsto, una cosa così nuova per il nostro paese non poteva che suscitare molte domande, polemiche e dubbi. Ho pensato che la cosa migliore fosse fare una lista di domande e risposte, in modo da chiarire a tutti cosa si è approvato ieri sera» (ivanscalfarotto.it, 20.9.2013).
Sembra un fare socratico, ma il dialoghetto che offre ai suoi lettori è dismaieutico. Narcosi: «Per la prima volta un ramo del Parlamento approva una norma ad hoc che riconosce in Italia l’esistenza, la dignità e il diritto di vivere pacificamente di una comunità di persone (le persone LGBT) che fino a oggi non sono state riconosciute in quanto tali, al contrario di altre minoranze. […] Hanno ottenuto l’integrale applicazione della legge Mancino e il riconoscimento che l’omofobia e la transfobia sono fenomeni da reprimere allo stesso modo del razzismo, della xenofobia e dell’antisemitismo».
Sembra un’epidurale, ma è evidente che l’intento vada più in là dell’analgesia: «La legge Mancino è stata estesa nella sua interezza», scrive, ma poi: «Il titolo della legge risulta modificato: la legge Mancino ora si chiama “Misure urgenti in materia di discriminazione, odio o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi o fondati sull’omofobia o sulla transfobia”». E che bisogno c’era di modificarlo? In coda non ci poteva limitare ad aggiungere «sessuali»?
Non lo spiega, e ve n’è ragione, basta andare al punto in cui afferma che il sub-emendamento Gitti «in realtà è molto meno preoccupante di come sia stato descritto». Il sub-emendamento recita che «non costituiscono atti di discriminazione le condotte delle organizzazioni di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto», e Scalfarotto tiene a precisare: «[Ma] a queste condizioni: se sono conformi al diritto vigente – e grazie al cazzo – se si riferiscono all’attuazione di principi e di valori di rilevanza costituzionale – ringraziamolo di nuovo – e se sono assunte all’interno (non all’esterno) dell’organizzazione».
Ora, sia chiaro, anche alla ostetrica onesta può capitare di tanto in tanto di storpiare un nascituro e di provocare devastanti lesioni vaginali, ma Scalfarotto dove vive? Qual è l’«interno», in Italia, delle organizzazioni di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione e soprattutto quelle di religione e di culto? Si tratta di organizzazioni che, con varie aree di sovrapposizione, coprono la quasi interezza dell’«esterno», lasciando scoperti i quasi inesistenti spazi di individualità, di regola marginalizzati nella devianza. Soprattutto quelle di religione e di culto hanno conquistato il diritto d’ingerenza in ogni ambito: quale sarebbe l’«interno», e quale l’«esterno», in Italia, di un’idra come la Chiesa cattolica? Quali sarebbero i contesti nei quali un cattolico, chierico o laico, commetterebbe reato nel sostenere che i gay sono «malati» e i transessuali «mostri»?
Ostetrica cretina, Scalfarotto, o disonesta. «Complimenti, signora, guardi che bel bambino ha partorito!», strepita. Ci porge il bambolotto e con un piede, intanto, allontana il cadaverino.  

venerdì 20 settembre 2013

[...]


Gli interminabili ed estenuanti contenziosi che si consumavano tra i teologi bizantini mentre Costantinopoli andava sbriciolandosi sotto l’assedio ottomano sono di gran lunga più affascinanti delle dispute che in un’Italia ormai collassata sotto il peso del suo degrado si accendono intorno alla réclame di una nota marca di prodotti dolciari ospitata in Carosello a cavallo tra i Sessanta e i Settanta del secolo scorso, di cui Enrico Letta ha di recente citato una frase che a quei tempi, per qualche tempo, fu un tormentone, e il motivo non sta nel fatto che l’esicasmo sul quale Gregorio Palamas e Barlaam di Seminara si consumavano le corna fosse argomento, poi, più interessante di Jo Condor: è che i termini della questione lì erano chiari a chiunque vi volesse metter lingua, mentre qui pare che un po’ a tutti sfugga l’essenziale, e cioè che la citazione è infelice in sommo grado. Quando infatti Jo Condor gracchia: «E che, ci ho scritto “Jo Condor”?», peraltro indicando proprio la scritta “Jo Condor” che sta sul suo berretto da comandante di aeronautica militare, è evidente che, anche se involontariamente, si dà del cretino: nella variante che il perfido uccellaccio apporta alla nota espressione popolare che alcuni ritengono nata in Toscana e altri in Piemonte («non ho mica scritto in fronte “giocondo”»), è più che implicita la valenza ironica che gli autori intendevano darle, peraltro puntualmente esplicitata al termine di ogni sua disavventura con la punizione che il Gigante Amico gli infliggeva per le sue malefatte. Insomma, per cedere alla tentazione di offrire la versione che gli sembrava fosse più accattivante, perché da antologia dellidioletto televisivo piuttosto che da dizionario delle espressioni dialettali, Enrico Letta si è dato del cretino. Anche con un certo compiacimento, a giudicare dal video della sua conferenza stampa.
È che, nel darsi un tocco pop, Enrico Letta mostra tutti i limiti del politico allevato in batteria, con risultati non meno imbarazzanti di quelli che Mario Monti ottenne quando cominciò a twittare scacazzando emoticon e wow. Del pop, d’altronde, non si può avere che un’idea distorta quando la si riduce in stilemi che nove volte su dieci ne sono solo la caricatura. È che il pop non ha autocoscienza, se non a posteriori, dunque sta nel fatto, mai nel farsi: ogni tentativo di costruirne una rappresentazione a partire dal suo significante tradisce inevitabilmente il suo significato. E proprio Enrico Letta, anche più di Mario Monti, ne dà la miglior prova. Qualche giorno fa, per esempio, qualcuno, non ricordo più chi, notava l’uso che da qualche tempo il Presidente del Consiglio ha cominciato a fare delle mani nell’accompagnare i suoi discorsi. Giusta osservazione: ha cominciato a muoverle. Ma è fin troppo evidente che si tratti di gesti meccanici, imparati frettolosamente da un qualche manuale di comunicazione non verbale che sulla fascetta di copertina promette di trasformarti in manager brillante e disinvolto in meno di un centinaio di pagine. Niente a che vedere, insomma, con la naturalezza di chi ha rodato postura e mimica da leader, chessò, vendendo prima appartamenti chiavi in mano e poi illusioni di rivoluzione liberale: Enrico Letta muove le mani come chi le abbia sempre tenute giunte poggiando il mento sulle punte delle dita e lungo tutta la salita che l’ha portato a Palazzo Chigi si è concesso al massimo un rotear di pollici, ma proprio quando i nervi gli erano a fior di pelle.
Anagraficamente ragazzone, sì, ma nato vecchio. Gli converrebbe conservare quell’aria da tizio che potrebbe avere 30 anni, portati assai male, ma anche 60, portati assai bene. E invece, sarà che deve competere con uno come Matteo Renzi, corre il rischio degli inevitabili infortuni che capitano a chi vuole puntellare un ottimo cursus honorum da cooptato di buona famiglia con la simpatia che si traduce in consenso nell’essere sentito, eventualmente nell’essere davvero, della stessa pasta di quelli ai quali chiedi il voto.

Premessa a due o tre dozzine di post


Una trentina d’anni fa, quando Karol Wojtyla cominciava a mietere successi da popstar coi suoi tour intercontinentali, e la macchina mediatica che doveva rappresentarci il «ritorno del sacro» era già a pieno regime, un giornalista, José María Javierre, chiese a un politico, Alfonso Guerra González, quale fosse la sua opinione riguardo alla grande simpatia che Giovanni Paolo II andava raccogliendo ovunque, anche tra i non credenti, e all’onda di entusiasmo che un papa come quello andava sollevando in seno a una Chiesa fin lì arroccata in difesa, quasi rassegnata a subire i micidiali colpi della secolarizzazione che le venivano inferti ormai da decenni. La risposta fu che non ci fosse alcun motivo di stupirsene, perché in Vaticano – disse – non mancavano «persone straordinariamente furbe»: «Giocano con tutte le carte in mano – aggiunse – e sono disposti a utilizzare qualsiasi mezzo per difendere i propri privilegi, in grado di salire su qualsiasi treno, senza farsi troppi scrupoli». Non starebbero lì da due millenni, potrebbe essere la chiusa, se non avessero fatto del cinismo, dell’ipocrisia e dell’opportunismo una categoria dello spirito. D’altronde la consegna era stata chiara fin dall’inizio: «Siate candidi come colombe e astuti come serpenti» (Mt 10, 16).
Traggo questo scorcio d’intervista dal capitolo finale di un libro che mi pare di aver già citato in una o due occasioni, La larga marcha de la Iglesia (1985), pubblicato in Italia una dozzina d’anni dopo da Jaka Book col titolo Momenti cruciali nella storia della Chiesa (1996), di cui è autore Juan María Laboa, più apologeta che storico, che così commenta le crude affermazioni di Alfonso Guerra González: «Significa disconoscere la presenza continua in seno alla Chiesa di uno sforzo e di una ricerca laboriosa di un mondo più giusto e fraterno, l’esistenza di innumerevoli persone che lavorano e si fanno in quattro per gli altri, la vita di milioni di persone semplici la cui unica luce e speranza si riassumono nel Vangelo e nella Chiesa».
Si tratta di un argomento che è speso quasi solo in difesa fin dai tempi della Lettera a Diogneto, dunque da ben prima che la Chiesa cumulasse privilegi in una posizione egemone sul piano politico e su quello culturale: le accuse che le erano mosse, nei primi secoli, si limitavano a quella di essere una forza eversiva, come in realtà era davvero, per quanto facesse voto di obbedienza al potere temporale che comunque, diceva Paolo, viene da Dio (Rm 13, 1-6). Allora come oggi, si tratta di un argomento che ha qualche indubbia efficacia per chi voglia limitarsi a guardare la Chiesa in superficie, per ciò che mostra al mondo, soprattutto al mondo che la guarda con sospetto. D’altra parte, non sarà sfuggito il cortocircuito nella difesa di Juan María Laboa, che è una rielaborazione: è «in seno alla Chiesa» – dice – che «luce e speranza» trovano insieme il mezzo e il fine, sicché «farsi in quattro per gli altri» torna utile a quella che in senso lato è l’economia della Chiesa stessa, e cioè la salvezza eterna del popolo di Dio. Se questa strumentalità del «farsi in quattro per gli altri» è apparsa sempre più frequentemente come la ragione sociale della Chiesa è perché gli attacchi che le sono stati mossi sono diventati sempre più frequenti, e tuttavia torna costante il richiamo al fatto che non è una ong, e che il prossimo altro non è che immagine di Dio, che la carità altro non è che la contropartita della verità: le opere di misericordia corporale sono la capsula che riveste quelle di misericordia spirituale, il samaritano ti soccorre per reclutarti.
Tutto sommato, il mondo è solo l’occasione che la Chiesa sente le sia stata data per traversare il tempo, e proprio perciò il volume di Laboa è prezioso: delinea un atteggiamento (trattandosi di un’istituzione che si dà statuto di comunità organica, potremmo parlare di un istinto) che condiziona lungo i secoli la natura del rapporto tra Chiesa e mondo di là da ogni specifica contingenza storica. Senza scendere nel dettaglio, e affidandoci alla sintesi offertaci dalla simbologia cristiana, la Chiesa si sente barca, il mare in cui naviga è il tempo terreno, e il mondo è l’onda che solca, ora favorevole, ora avversa. Quando le è favorevole, è il momento di spiegare le vele: la verità di cui si sente depositaria e custode pretende statuto di legge che mettere in discussione sente come offesa. Quando le onde si fanno alte e si frangono sulle sue murate, facendola oscillare pericolosamente, le vele vengono ammainate: è il momento della carità.
Va avanti così da sempre: due passi avanti ed uno indietro, ieri, due passi indietro ed uno avanti, oggi. Se ieri serviva a guadagnare posizioni, oggi serve a non perderne troppe. Cinismo, ipocrisia e opportunismo, dicevamo, sono connaturate alla Chiesa: strumenti che hanno natura e funzione analoghe a quelle degli enzimi, la cui sequenza degli aminoacidi è scritta nel dna di cui sono modulatori per la loro stessa sintesi. Durare per durare: il resto – tutto il resto – mero epifenomeno.


mercoledì 18 settembre 2013

[...]

Da quando ufficialmente non riveste più alcuna carica nell’Idv, Antonio Di Pietro è sempre in tv a rappresentarlo, come prima e più di prima: si dice semplice militante, ma in realtà è rimasto il padrone del partito, anche se dal simbolo ha fatto scomparire il suo nome. Di fatto, Ignazio Messina fa la foglia di fico, il prestanome, e questo spiega perché la mozione che proponeva lo scioglimento del partito e la sua rifondazione, pur maggioritaria alla vigilia del congresso straordinario, è misteriosamente rientrata. O può darsi che queste riflessioni siano solo pensieri maliziosi. Può darsi che siano gli organi dirigenti del partito ad aver deciso così: in tv ci va lui per le sue straordinarie doti comunicative, non hanno chi sappia esprimersi meglio, non hanno una faccia migliore.

martedì 17 settembre 2013

[...]

Bah


Almeno a quanto mi risulta, è Platone ad usare per la prima volta la metafora della nave come società, e già lì (Repubblica, VI, 488-489) sono presenti tutti gli elementi che la renderanno efficace in Giorgio Gaber (La nave – Far finta di essere sani, 1973): le tempestose avversità e le placide bonacce, il porto tranquillo come agognata meta, il sempre incombente pericolo di naufragio, e perfino un cenno, ancorché implicito, a quel «siamo tutti sulla stessa barca» che in sostanza è il monito a non discutere sulla rotta, tanto meno a sollevare dubbi su chi sta al timone. Vero è che la metafora compare anche nel Vecchio Testamento col racconto dell’arca che salva Noè e i suoi dal diluvio (Gen 6, 16 – 8, 18), ma qui manca ancora degli elementi che consentano un congruo parallelismo con una comunità umana organizzata in società. Metafora che non nasce col cristianesimo, dunque, ma che col cristianesimo acquista la potenza del simbolo, grazie all’episodio della tempesta che coglie Gesù e i suoi apostoli sul mare di Galilea (Mt 8, 23-27). Da qui in poi, cymba o navis, l’immagine rimanda a chi a bordo condivide una comune sorte, sulla quale si fonda un’identità di mezzi e di fini: è il popolo di Dio, l’ecclesia, ma ha gli stessi problemi di cui discutono Socrate e Adimanto.
Così strano che lo schianto della Concordia sugli scogli dell’Isola del Giglio si sia offerto come allegoria di un’Italia data in mano a un irresponsabile? Io non l’ho trovato affatto strano, anzi, direi che l’evocazione fosse fin troppo scontata. Scontata, e tuttavia nell’ordine delle cose. Dunque non ho trovato strano neppure che l’attenzione alle operazioni di recupero del relitto evocassero quello che per Roberto Saviano è «un impronunciabile sogno da subcosciente: se si raddrizza la nave, simbolo di un paese alla deriva che lentamente affonda, c’è speranza magari che si raddrizzi l'Italia e che torni a galleggiare». Semmai mi è parso strano che definisse «morbosa» l’attenzione. Ma ancor più strano, francamente inspiegabile, mi è parso il preventivo dar del «gonzo», da parte di Enrico Mentana, a chiunque fosse raggiunto da quella fin troppo scontata evocazione. La metafora sta lì da almeno ventiquattro secoli, passa per Gerusalemme, Atene e Roma fino arrivare a noi senza perdere neanche un poco della sua potenza, e chi la coglie è «gonzo»? Bah.

domenica 15 settembre 2013

«Notoriamente cattivo»


Non riesco a postare nulla da quando Massimo Mantellini ha scritto che sono «cattivo», anzi, «notoriamente cattivo»: scrivo, perché di scrivere non so fare a meno, ma nulla mi sembra sufficientemente «buono» da postare qui, non dico per smentire quel giudizio, ma almeno per mitigarlo. E pensare che c’è chi se ne compiace, della «cattiveria». Non io, giuro. Sarò più sensibile a ciò che mi pare storto che a ciò che mi pare dritto, questo sono disposto a concederlo. E non curerò troppo le maniere nel dire quanto è storto ciò che mi pare storto, sono disposto a concedere anche questo. Ma è «cattiveria», questa?
Prendiamo, per esempio, l’ordinanza del Tribunale di Roma che «(1) inibisce a Sofri Luca di fornire, in qualsiasi modo e con qualunque mezzo, espresse indicazioni sulla denominazione e la raggiungibilità dei portali telematici che, direttamente o indirettamente, consentono di accedere illegalmente ai prodotti audiovisivi delle Reti Televisive Italiane S.p.A. aventi per oggetto gli eventi calcistici disputati nell’ambito del “Campionato”, della “Champions League” e della “Europa League”; (2) fissa un termine non superiore a venti giorni dalla notifica del presente provvedimento per l’ottemperanza agli ordini di cui al precedente punto; (3) fissa una penale non inferiore ad Euro 10.000 per ogni violazione o inosservanza del provvedimento, nonché Euro 5000 per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione del provvedimento medesimo; (4) dispone la pubblicazione del dispositivo del presente provvedimento, a cura e spese di Sofri Luca, a caratteri doppi del normale, nella home-page del portale “Il Post” e nelle edizioni cartacee e on-line del quotidiano “Il Corriere della Sera” e “Gazzetta dello Sport”» e che «condanna Sofri Luca alla rifusione delle spese processuali».
Il «buono» solidarizzerebbe, so bene, e infatti Manteblog solidarizza. Solidarizza al punto da commettere lo stesso illecito. Ora, fatemi capire, Malvino è «cattivo» se rammenta che Sofri Luca sapeva di commettere un illecito e l’ha commesso lo stesso? «È stata considerata illecita anche la semplice indicazione di link che rimandano alla visione degli eventi in streaming», scriveva il 10 febbraio 2013, a commento di un provvedimento del Tribunale di Milano. Sapeva che potesse procurargli noie, dunque, e non l’ha evitato. Commentare con un «ben gli sta» è «cattiveria»? Concesso. Ma solidarizzare, e al modo in cui solidarizza Manteblog, è «bontà»?    

giovedì 12 settembre 2013

[...]

Se io sollevo una questione, e tu mi rispondi: «Non seguirò passo passo le tue argomentazioni, ma andrò al cuore delle tue considerazioni», io ti dirò: «Altolà, è inutile discutere: vuoi eludere la questione che ho sollevato svuotandola della sua sostanza per riempirla di quello che arbitrariamente ritieni sia il motivo per cui l’ho sollevata. In pratica, vorresti spostare la discussione dalla questione che ho sollevato alle ragioni che ritieni mi abbiano indotto a sollevarla. Diciamola tutta: non hai controargomentazioni valide e cerchi di fottermi»; poi probabilmente aggiungerò: «Per caso hai studiato dai gesuiti?». E se mi cogli nella giornata storta, ti congederò con un «va’ a cagare, va’». Sei papa? Va’ a cagare lo stesso, va’.

giovedì 5 settembre 2013

Non eracliteo, senza dubbio


Chaïm Perelman prende a esempio un celeberrimo frammento di Eraclito («Entriamo e non entriamo due volte nello stesso fiume») per introdurci all’analisi degli «argomenti quasi-logici» e per chiarire la natura del sistema entro il quale la contraddizione può essere ancora dotata di una sua coerenza. Nel caso del frammento di Eraclito, scrive che la coerenza è mantenuta se l’espressione «lo stesso fiume» viene intesa – insieme – in due modi diversi, in modo che l’affermazione sia vera per la prima interpretazione e la negazione per la seconda. E conclude: «Nell’antichità, quando il pensiero scientifico di impostazione matematica era meno sviluppato, il ricorso ad argomenti quasi-logici era più frequente. Oggi, la prima reazione ad essi consiste nel sottolineare la loro debolezza»  (L’empire rhétorique, VII). Se ne deduce che il frammento di Eraclito poteva reggere nell’antichità, ma non oggi. Oggi siamo portati a ritenere che un fiume non sia mai identico a se stesso e tuttavia entrandovi possiamo dire tranquillamente: «È lo stesso fiume nel quale sono entrato ieri». Semmai la questione può più ragionevolmente investire me: «Sono lo stesso di ieri?». E qui le cose si complicano, sicché forse è meglio ricorrere ad un esempio.
Mettiamo che il «fiume» sia una situazione che, anche se non in tutto sovrapponibile ad un’altra nella quale mi sono trovato dentro, presenti tali e tante analogie con quella nella quale mi trovo dentro adesso da dover rinunciare ad usare un argomento quasi-logico del tipo «ma non è la stessissima cosa». Ecco, mettiamo che la situazione sia quella di un dittatore che silenzia ogni dissidenza con violenza sempre più brutale. Ovviamente l’ex Jugoslavia non è l’Iraq, e l’Iraq non è l’Afghanistan, e l’Afghanistan non è la Siria, ma potrò trattare l’ex Jugoslavia, l’Iraq e l’Afghanistan in un modo e la Siria in modo completamente opposto? Potrò farlo, ma dovrò chiedermi: «Sono lo stesso di ieri?». Lì potrò rispondermi affermativamente solo ricorrendo a un argomento quasi-logico. Oppure ammettere: «Ieri ero un paladino dei diritti umani, oggi sono ministro degli Esteri».

Ieri potevo dire: «La guerra tradizionale ha sempre considerato le vittime tra i civili come vittime involontarie, accidentali: si colpiva l’aeroporto e se le bombe cadevano sulle case vicine, pazienza. Nell’ex Jugoslavia, invece, è esattamente l’opposto: l’obiettivo è lo sterminio della popolazione civile. E di fronte a questo, la comunità internazionale ha preferito far finta di niente, mettere tutti sullo stesso piano, aggrediti e aggressori, e andare avanti a forza di tregue puntualmente disattese. Invece avrebbero dovuto dire fin dall'inizio che la Serbia è l’aggressore, che Milosevic sta facendo quello che ha fatto Hitler. E l’Europa, ora come allora, fa finta di non vedere, prosegue con la solita politica di appoggiare l’uomo forte purché mantenga la tranquillità nella zona, con la speranza che prima o poi si calmi. Così facendo offre molte speranze a tutti i dittatori del terzo mondo che stanno giusto aspettando di vedere come reagisce la comunità internazionale di fronte a questi fatti, per trarne poi le loro conseguenze».
Potevo dire: «La guerra contro Saddam è giusta? Rigiro la domanda: è giusta la pace attuale che ha permesso a Saddam di assassinare 500.000 iracheni? E di scatenare negli anni Ottanta una guerra contro l’Iran costata 2 milioni di morti? Per chi esiste la pace? Per gli europei, non certo per gli iracheni. Saddam, come ogni dittatore, è innanzitutto un problema per il suo popolo. Dunque fanno bene gli americani ad ammassare truppe nel Golfo? Di sicuro bisogna mettere fuori gioco il dittatore di Baghdad. Il dittatore iracheno è uno che non si fa scrupoli a usare le armi chimiche. Se ne è già servito per far fuori migliaia di curdi del Nord dell’Iraq».
Potevo dire: «Può darsi che una guerra metta in discussione l’establishment del mondo arabo, ma credo che i cittadini di quel mondo siano esattamente come noi. Nel senso che il diritto alla libertà e la democrazia non è un lusso dei Paesi occidentali, ma è un’aspirazione dell’essere umano. E’ vero che, per anni, abbiamo, per la stabilità, sostenuto delle dittature arabe che sono state – come si dice? – gli “amici” dell’Occidente. Forse dovremmo imparare a non ripetere gli errori del passato, a non innamorarci dell’uomo forte e della soluzione rapida e a prestare un po’ più di attenzione alle istituzioni democratiche forti alla loro costruzione».
Potevo dire: «Abbandonare gli iracheni (come i ceceni e ieri i bosniaci e tanti altri) nell’ora del bisogno e in un momento cosi decisivo per il loro futuro, non ha nulla di nobile. Non è un comportamento di cui noi democratici, potremo mai andare fieri».
Potevo dire: «La comunità internazionale ha la responsabilità di liberare un intero popolo tenuto in ostaggio da una banda di fanatici. L’intervento militare, se avrà successo, svolgerà la funzione della polizia che neutralizza i sequestratori».

Oggi, no. Oggi mi corre l’obbligo di adeguarmi alle decisioni dell’esecutivo di cui faccio parte o di dimettermi in dichiarato dissenso. Quest’ultima sarebbe una posizione poco popolare, come d’altronde lo era quella di ieri, che era definita guerrafondaia, amerikana, neocon, ecc. Ma ieri non ero ministro, mentre oggi ci tengo a rimanere tale. Qualcuno mi accuserà di incoerenza, di opportunismo o peggio, ma via, come cazzo ti muovi, dispiaci a qualcuno. I miei compagni radicali, per esempio? No, quelli no, quelli sono dei maestri in quasi-argomenti e avere uno di loro alla Farnesina li gratifica da matti. Sì, può darsi che qualcuno mi farà notare… Ecco, quel Mecacci, per esempio…
«Cara Emma Bonino, scusami tanto ma da radicale oggi non posso non dirti che la posizione del governo sulla questione siriana non è solo timida e non è solo sbagliata ma è ipocrita, utopistica, anti umanitaristica e, molto semplicemente, anti radicale… Di fronte all’accertamento dell’uso di armi chimiche in un paese all’interno del quale negli ultimi due anni sono state uccise 110 mila persone e dove quasi due milioni di persone si sono ritrovate nello status di profughi di guerra, dire che la risposta giusta che l’Italia deve dare coincide con le parole “diplomazia” e “tavolo di pace” è dire una cosa che sinceramente non ha alcun senso… Ci siamo forse tutti dimenticati di Sebrenica? Siamo tutti diventati smemorati? Io invece credo sia giusto ricordare che l’assedio di Sarajevo è durato quasi quattro anni e che un bombardamento di trenta giorni della Nato sulle postazioni serbo-bosniache che martoriavano la città ci fu solo dopo la strage del 28 agosto ’95. Solo così furono salvati molti civili e solo così fu poi possibile costringere Milosevic a firmare il parziale accordo di Pace di Dayton. Senza avere indebolito l’esercito di Milosevic, quella pace, per quanto precaria, non sarebbe stata possibile. E oggi lo stesso ragionamento vale per Assad: senza cambiare la situazione facendo perno sulla forza militare, senza andare a colpire i suoi arsenali e insomma senza attaccare Assad è assurdo pensare che per grazia divina si possa venire a costituire un tavolo di pace. Il nostro paese oggi si ritrova su una posizione idealistico-utopistica in cui spera che sia qualcun altro a risolvere problemi che ci riguardano. Nel mio piccolo, da militante radicale che ha preso la sua prima tessera nel 1992 e che per una vita è stato educato a considerare la promozione dei diritti umani un valore non negoziabile, dico questo: dico che Bonino sbaglia e dico che nel 2013, cara Emma, non si può consentire che il diritto internazionale sia un alibi dietro cui nascondere criminali di guerra».
Radicale, senza dubbio, anche se i suoi compagni già lo trattano da traditore. Senza dubbio, non eracliteo.  

mercoledì 4 settembre 2013

[...]


Anche se assai ridotta, la possibilità di sopravvivere ad un bombardamento a tappeto, anche estremamente intenso e prolungato, non è mai prossima allo zero come quando le ogive liberano sarin o nervino. Giusto, dunque, che l’uso di un gas neurotossico, soprattutto se ai danni di civili inermi, trovi condanna unanimemente più severa del caso in cui la strage sia compiuta con mezzi che non sottraggano alle vittime una pur limitatissima via di scampo. Mille volte più odioso, convengo anch’io. E tuttavia occorre dire che la morte da inalazione di gas neurotossici è estremamente rapida e praticamente indolore, come dimostrano le immagini delle vittime, sui cui volti è assente ogni traccia di sofferenza. Come nel caso dei curdi gasati da Saddam Hussein nel 1988, anche stavolta, le foto della carneficina consumatasi due settimane fa alla periferia di Damasco mostrano vittime che sui volti hanno espressione di dormienti: niente a che vedere con le facce mostruosamente deformate dalla paura e dal dolore che riscontriamo su altri cadaveri. Mi auguro che non si giudichino maliziosi gli esempi, ma sono i primi che vi vengono in mente: le foto dei giapponesi morti nelle settimane successive al bombardamento di Hiroshima, quelle dei vietnamiti fritti dal napalm nel terribile biennio 1963-64, quelle dei giustiziati sulla sedia elettrica dal 1890 (Stato di New York) al 2013 (Stato della Virginia) – chiedo – non sono oggettivamente più sconvolgenti? Le foto che da mesi e mesi giungono dalla Siria, e ci mostrano corpi straziati, e volti sui quali sono impressi i segni di una morte atroce – pare che dall’inizio della guerra civile ad oggi i morti siano stati 93.000 secondo alcuni, 110.000 secondo altri, 200.000 secondo altri ancora – sono meno terribili di quelle che ci mostrano i 1300 gasati nei sobborghi di Ein Tarma, Zamalka e Moadamyeh? No, ma sono questi ultimi a porre infine la questione di un intervento armato per fermare il massacro. Cioè, per meglio dire, per tentare di fermarlo.
Ora, però, sorge un problema. Alcuni giorni fa, Dale Gavlak, una giornalista dell’Associated Press, ha reso noto quanto le avevano rivelato dei ribelli insediati alla periferia Damasco, che si sono dichiarati responsabili della strage del 21 agosto: si è trattato di un errore – le hanno detto –  non sapevano che stessero sganciando sui civili bombe al gas sarin, erano ordigni arrivati dall’Arabia Saudita e non avevano capito di cosa si trattasse. Se un’azione punitiva è necessaria, e solo ora, perché solo ora si è fatto ricorso a gas letali – questa la tesi dell’amministrazione Usa – chi punire? I ribelli? L’Arabia Saudita? Macché. Sebbene al momento la notizia della Gavlak non abbia trovato smentita, si punirà Bashar al-Asad. Ora, solo ora. Fino ad ora non era necessario, adesso sì. È possibile una posizione più idiota? Sì, perché non c’è mai fondo al peggio. Ad essere contrari all’intervento armato in Siria è l’Italia, che fino a ieri, pur di essere fedele agli Usa, non se n’è perso uno, neanche quando i morti non cadevano gasati. E a che cazzo servono quei costosissimi F35 se basta digiunare con Bergoglio per risolvere i problemi? 

Aggiornamento Pare che la notizia riportata da Dale Gavlak non abbia fondatezza. 

martedì 3 settembre 2013

Cambiare idea

Cambiare idea è legittimo, addirittura salutare, perché rivela duttilità mentale, capacità di elaborazione autocritica e rifiuto della coerenza come rappresentazione di un Io infallibile, perciò immutabile. A un patto, però. Che cambiare idea non sia motivato da un tornaconto e che si sia in grado di spiegare in modo adeguato cosa ce l’abbia fatta cambiare, meglio ancora chiarendo il come, cioè in che modo gli argomenti che sostenevano la vecchia sono caduti sotto il peso di quelli che sostengono la nuova.
Per quanto mi riguarda, e per il poco che conto, penso di aver spiegato a dovere il perché e il come io sia arrivato ad essere scettico sull’istituto del referendum nel quale ho creduto a lungo, e di averlo fatto in tempo reale proprio su queste pagine. Sono partito dallo studio degli autori che sono stati i più severi critici della democrazia diretta per i rischi di deriva plebiscitaria e di degenerazione dispotica che le sono intrinseci e sono arrivato a quelli che nello strumento referendario hanno visto «una pericolosa illusione». Mi hanno convinto, ma a rendere più saldi in me i loro argomenti è stato lo studio dell’istituto referendario in Italia dal 1974 al 2011, al netto di ogni retorica.
Bene, se questo può servire a spiegare perché non ho messo la mia firma sui moduli che i radicali vanno riempiendo sui loro banchetti in queste ultime settimane, perché non la metterò e perché invito tutti i miei lettori a non farlo, rimane un gran bel mistero perché Il Foglio abbia cambiato idea sull’istituto referendario: sul come potremmo anche fargli lo sconto, ma se un blog semisconosciuto con una media giornaliera di 2.500 lettori sente il bisogno di spiegare come è arrivato alle odierne posizioni dall’accalorato invito al voto sui referendum di 8 anni fa, non dovrebbe sentirlo, e a maggior ragione, un giornale che ha quasi il doppio dei lettori, e che oggi è un convinto sostenitore dei referendum radicali mentre 8 anni fa invitava a boicottarli con argomenti che – si badi bene – non mettevano in discussione quei referendum, ma l’istituto referendario stesso?
Occorre leggere: «Il referendum abrogativo è diventato – surrettiziamente ma palesemente travisando la Costituzione – uno strumento di legislazione positiva. Il che non è. Non ditelo ai radicali, per carità: sono loro i primi a stracciarsi le vesti sullo stravolgimento operato non si sa da chi, o forse sì: dalla giurisprudenza della Corte costituzionale, che ha inaugurato un metodo di sminuzzamento delle leggi, in modo che i cittadini non possano come di diritto abolirle (horror vacui legislativo), ma possano, cosa cui non hanno diritto, cambiarle. Non diciamolo ai radicali. Però ai cari radicali diciamo: e allora perché non lo rifiutate questo pasticcio? No, la verità è che lo si usa, e si tenta di usare quel tanto di plebiscitarismo che il nostro sistema consente per raggranellare nell’urna referendaria maggioranze che in Parlamento non esistono. Come lo vogliamo chiamare? Consociativismo referendario? Era meglio quello della prima Repubblica, che almeno si applicava solo alle leggi di bilancio dello Stato e non al potere legislativo del Parlamento. Si guadagnassero lì la maggioranza, a suon di voti (politici) e di legittime alleanze, anziché rosicarla con la finzione di una democrazia diretta che non c’è. Perché abbiamo non una ma ben due Camere legislative, non siamo una democrazia diretta ma parlamentare, non abbiamo le proposition e non siamo né in Svizzera né in California. E se non vi piace, fate uno sciopero della fame» (Il Foglio, 10.6.2005).
Legittimo pensarla a quel modo, allora. Legittimo pensarla in tuttaltro modo, oggi. Ma cosa ha fatto cambiare idea? E attraverso quale ripensamento? Sospettare che vi abbia spinto un tornaconto sarebbe prova di malevolenza, non sia mai. In questo caso, poi, il tornaconto sarebbe dei più vili: provocare un po di casino in campo avverso per guadagnar tempo nel tentativo di salvare il culo al proprio padrone, e continuare a leccarglielo. Allontaniamo il sospetto: non può essere. Si può capire Pannella, che di vili tornaconti campa da sempre e che fino a qualche mese fa dei referendum manco a parlargliene che mozzicava le orecchie a Viale e a Cappato: coi referendum si è costruito il vestitino buono che, anche se logoro, ha tutto il diritto di indossare quando gli pare, ieri no, oggi sì. Ma Ferrara? Ferrara si dà arie da pensatore: per sostenere, allora, che il referendum comportava il rischio di un «totalitarismo consociativo» (nel titolo del pezzo), e per sostenere, oggi, che i tavolini radicali sono altari sui quali si compie il sacramento della democrazia, che tipo di ripensamento ha avuto? Nessuno glielo chiede, tanto meno i radicali, figurarsi.

lunedì 2 settembre 2013

«... la seconda come farsa» («Strumento di democrazia diretta» / 4)

Dal 1974 al 2011, in Italia, si sono tenute 66 consultazioni referendarie abrogative in 16 tornate elettorali fino a un massimo di 12 quesiti per ciascuna: in 27 casi non si è raggiunto il quorum e nei casi in cui lo si è raggiunto si è avuto un progressivo calo dellaffluenza alle urne dall’87,7% del 1974 al 54,8% del 2011; in 36 casi dei rimanenti 59, la proposta di abrogazione è stata respinta; in almeno 18 dei 23 casi in cui il risultato ha premiato l’iniziativa dei promotori della campagna referendaria, il volere espresso dalla maggioranza degli elettori è stato sostanzialmente disatteso. Ancor più degli argomenti d’ordine teorico e pratico da lui esposti in Contro il referendum (Biblioteca della Critica Sociale, 1897) e che abbiamo già illustrato (1, 2, 3), sono questi numeri a dar ragione ad Arturo Labriola: «Passato il referendum, o tutto resta come prima o il suo risultato è assorbito dalla classe dirigente. […] È ritenuta manifestazione di radicale democrazia eppure è soltanto una pericolosa illusione ed uno strumento di conservatorismo». Ad oltre un secolo dalla sua lezione, tuttavia, c’è chi continua a credere nel referendum come strumento di democrazia diretta in grado di correggere i guasti della democrazia rappresentativa, o a fingere di crederlo. In buona o in cattiva fede, dunque. Nel primo caso, quasi certamente pesa la retorica che si è sviluppata attorno ai due referendum sul divorzio e sull’aborto, e che troppo spesso sembra in grado di far dimenticare che quelle due leggi furono approvate dal Parlamento, e che le urne si limitarono a confermarle respingendo la proposta di abrogazione. Nel secondo caso, basta pensare a Silvio Berlusconi che su consiglio di Giuliano Ferrara firma i referendum promossi da Marco Pannella e si ha la rappresentazione plastica dell’uso al quale la democrazia diretta si presta quando si fa strumento di quei loschi figuri che eccellono in cialtroneria e in mascalzonaggine.