martedì 31 dicembre 2013

Da leggere



«Berlusconi è entrato in politica
per difendere le sue aziende»

Marcello Dell’Utri, 28.12.1994


Due sono le puttanate che Silvio Berlusconi è stato capace di spacciare come verità anche a parte dei suoi avversari: che si sia fatto da solo e che la magistratura abbia cominciato ad interessarsi di lui solo dopo la discesa in campo del 1994. Due puttanate che Michele De Lucia smonta con l’acribia dello speleologo che scende nella cronaca della Prima Repubblica riuscendo a infilare la vena carsica destinata a diventare il fiume impetuoso che devasterà la Seconda. Da leggere.

lunedì 30 dicembre 2013

[...]


È sesquipedale stronzata sostenere una relazione, addirittura un’equivalenza, tra spirito ed energia, ma ogni tanto c’è chi la butta lì, come fosse la quadra tra trascendenza e immanenza, spremitura di E=mc² e Deus sive natura, e con un sillogismo da tosacani: la materia è energia, spirito ed energia so’ la stessa cosa, ergo lo spirito informa la materia.
Un mostriciattolo della logica proposizionale che ci si aspetterebbe solo da qualche sballatone della New Age, non di rado invece lo ritroviamo pure nell’utensileria di qualche avanzo del modernismo, com’è nel caso di Leonardo Boff, che qualche anno fa, su Adista, scriveva: «L’energia è e sta in tutto. Senza energia nulla potrebbe esistere. Come esseri coscienti e spirituali, siamo una realizzazione estremamente complessa, sottile e interattiva di energia… Questa energia forse costituisce la migliore metafora di quello che significa Dio, i cui nomi variano, ma sempre indicando la stessa energia soggiacente... La singolarità dell’essere umano è poter entrare in contatto cosciente con questa energia. Egli può invocarla, accoglierla e percepirla nella forma di vita, di irradiazione e di entusiasmo».
Spropositi del genere sono possibili solo grazie all’ambiguità di termini come spirito ed energia, sicché basta fare un minimo di chiarezza al riguardo per smontare la panzana: lo spirito è entità metafisica, l’energia è entità fisica; lo spirito è un «chi», l’energia è un «cosa»; lo spirito è incommensurabile, l’energia è misurabile; lo spirito è immutabile, l’energia può essere prodotta, accumulata, ceduta, ecc.; soprattutto, lo spirito non deve fare i conti con l’entropia, l’energia sì. Tutto evidente fino all’ovvio, ma evidentemente non abbastanza.  

«Di fatto ha abolito il peccato»


Tra i tanti gonzi che vedono in Bergoglio un rivoluzionario ce n’è uno che arriva a sostenere sia «rivoluzionario per tanti aspetti del suo ancor breve pontificato, ma soprattutto su un punto fondamentale: di fatto ha abolito il peccato». Parlo di Eugenio Scalfari, che evidentemente s’è bevuto il cervello.
Ovviamente Bergoglio non ha affatto abolito il peccato, e per la semplice ragione che non può farlo: sarebbe sovvertire la dottrina, che nel peccato ha uno dei suoi pilastri, e a un papa questo non è dato, neanche se volesse. Su questo punto, d’altra parte, non vale neanche la pena di argomentare, perché già da domattina ci penseranno le firme più autorevoli del mondo cattolico, e fioccheranno citazioni sfuse e a pacchetti, dai Vangeli al Catechismo, anche se a sputtanare Scalfari basterebbe anche solo qualche passaggio dall’intervista che Bergoglio ha concesso ad Abraham Skorka (cfr. cap. II e cap. VII de Il cielo e la terra, Mondadori 2013).
«Di fatto ha abolito il peccato», un beneamato cazzo: Bergoglio si è limitato a dare due o tre pigiatine sul pedale della Carità dopo che Ratzinger aveva affondato il piede a tavoletta su quello della Verità. Tanto insistere sulla misericordia di Dio, d’altronde, che senso avrebbe se il peccato fosse di fatto abolito? D’altronde, nell’intervista concessa a padre Antonio Spadaro per La Civiltà Cattolica non è lo stesso Bergoglio ad aver detto «sono un peccatore»?
Niente, Scalfari è convinto: «Un Papa che abbia modificato la Chiesa, anzi la gerarchia della Chiesa, su una questione di questa radicalità, non si era mai visto, almeno dal terzo secolo in poi della storia del cristianesimo e l’ha fatto operando contemporaneamente sulla teologia, sulla dottrina, sulla liturgia, sull’organizzazione. Soprattutto sulla teologia». Roba da scomodare la Sala Stampa Vaticana per una nota ufficiale, già immagino quella vecchia pantegana di padre Federico Lombardi sudare sette camicie.

Grave infortunio, quello di Scalfari, ma in fondo non è il solo a credere che Bergoglio voglia, e possa, cucire addosso al popolo di Dio un cattolicesimo che stia bello comodo al cavallo e alle ascelle. Poveri fessi. 
Per bilanciare il fallimentare consuntivo di un papato all’insegna del rigore dottrinario c’era bisogno di un cazzone simpatico e alla mano, qualche sbavatura era inevitabile, anzi, è probabile sia stata addirittura messa in conto, perché l’attenzione dei perennemente distratti poteva essere stornata da tutta la merda venuta a galla sotto il papato di Ratzinger solo con un’operazione ardita, perciò rischiosa, sicché qualche rischio è stato messo in conto, e allo stato il preventivo si rivela azzeccato. Ne è prova l’ansia che ha preso gli ambienti cattolici più legati alla tradizione: è la negativa dell’entusiasmo che Bergoglio ha suscitato in credenti e non credenti accomunati dall’idea – qui torna utile citare Scalfari – che «l’uomo è libero, la sua anima è libera anche se contiene un tocco della grazia elargita dal Signore a tutte le anime. Quella scheggia di grazia è una vocazione al Bene ma non un obbligo. L’anima può anche ignorarla, ripudiarla, calpestarla e scegliere il Male; ma qui subentrano la misericordia e il perdono che sono una costante eterna, […] purché, sia pure nell’attimo che precede la morte, quell’anima accetti la misericordia».
È una dottrina cattolica a cazzo di cane, ma di grande appeal, infatti manca solo che Bergoglio abolisca l’Inferno per chi rinunci alla misericordia divina anche in punto di morte, ma Scalfari non dispera: «Può abolire l’Inferno, ma ancora non l’ha fatto anche se l’esistenza teologica dell’Inferno è discussa ormai da secoli». Sì, ma la dottrina non ha dubbi al riguardo. Dettagliuzzo, via.

Non scherzo: il fatto che Bergoglio «di fatto [abbia] abolito il peccato» al momento non suscita reazioni, sembra davvero un dettagliuzzo. E in fondo su cosa s’è appuntata l’attenzione? Cosa ha fatto sobbalzare alla lettura del pippone di Scalfari? La svista sulla canonizzazione che Bergoglio avrebbe deciso per Ignazio di Loyola invece che per Pierre Favre: «Concludo – ha scritto – con una frase che dice tutto su questo Papa, gesuita al punto d’aver canonizzato pochi giorni fa Ignazio di Loyola…».
Resosi conto dell’errore, come lo ha giustificato? «Ho probabilmente [probabilmente, eh] usato male il verbo “canonizzare”… Usando quella parola volevo segnalare che Papa Francesco ha sottolineato l’importanza del fondatore della Compagnia di Gesù… Mi scuso con i lettori per l’imprecisione lessicale». Dico: si può essere così coglioni? Ma dici che tra «pochi giorni fa» e «Ignazio di Loyola» è accidentalmente saltato «il primo confratello di»: non è più banale, ma più convincente?
Perché chiedere scusa ai lettori, poi? È stato abolito il peccato, caro Scalfari, che vuoi che sia un’imprecisione lessicale? 

domenica 29 dicembre 2013

Embodiment / 1


Anche se dobbiamo l’elaborazione del concetto a Melanie Klein (Notes on some schizoid mechanisms, 1946), che sviluppa ciò che Sigmund Freud aveva postulato già cinquant’anni prima (Weitere Bemerkungen über die Abwehr Neuropsychosen, 1896), la definizione più suggestiva di identificazione proiettiva è forse quella dataci da Ronald Laing: «The one person does not use the other merely as a hook to hang projections on. He strives to find in the other, or to induce the other to become, the very embodiment of projection» (Self and Others, 1969), che a mio modesto avviso ha il pregio di cogliere l’intrinseco del meccanismo di difesa di là dallo specifico che assume nei contesti in cui è più frequentemente osservato (figlio/madre, amante/amato, paziente/analista) e di porre laccento sull’elemento peculiare della strategia difensiva. In pratica – mi si consenta limmagine – l’identificazione proiettiva è il tentativo del soggetto di trovare ipostasi (embodiment), e in un oggetto grandioso, per lo più autorevole e protettivo, e in ciò rivela il tratto schizoide che lo mette in atto quasi sempre come procedura di riparazione, anche quando il meccanismo muove in ambito borderline o narcisistico (cfr. Betty Joseph,  Projective Identification: clinical aspects, in: Joseph Sandler, Projection, Identification, Projective Identification, 1987).
Ora, chi ha un po’ di consuetudine con questo blog sa bene che aprire un post con un incipit del genere è un modo per mettere le mani avanti: voglio sgombrare il campo da ogni notazione di natura moralistica nella descrizione di quello che altrimenti sarebbe da considerare vizio, preferendo rubricarlo come disturbo della personalità, intrattenendomi sulla noxa come espressione di un disagio, cercando di individuare i fattori che la generano, trattando il soggetto che sollevo a caso clinico con la delicatezza che è indispensabile usare col malato. Ma forse anche questo non basterà, e già immagino il lettore smaliziato subodorare: «Eccolo, starà per rifilarci lennesimo pippone su Pannella o su Ferrara». Sbagliato, stavolta è su entrambi. Intendo affrontare, infatti, la questione  dell’identificazione proiettiva  che il primo mette in atto nei confronti di Bergoglio come il secondo ha fatto nei confronti di Ratzinger: mutatis mutandis, siamo dinanzi alla stessa narrazione clinica.
Qui, però, occorre una precisazione: il concetto di identificazione proiettiva rende ragione dellunidirezionalità del processo, dando valore pressoché irrilevante a quanto  nelloggetto si offra come valido pretesto allembodiment, che peraltro è messo in atto sempre in modo arbitrario, non di rado col ricorso a pratiche di manipolazione, come  d’altronde è inevitabile quando per oggetto si sceglie un papa, pretendendo risponda in tutto e per tutto alle esigenze del caso. In tal senso, possiamo rilevare che lunidirezionalità dellidentificazione proiettiva trova in se stessa una garanzia di riuscita, a fronte di ogni resistenza che di fatto possa esser posta dalloggetto. Poco importa, dunque, quanto loggetto sia disponibile, quanto Ratzinger sia stato davvero caregiver di Ferrara e quanto Bergoglio lo sia di Pannella: l’attenzione va posta al perché il soggetto scelga un papa come oggetto.  

giovedì 26 dicembre 2013

[...]



Commentando l’intervista che Bergoglio ha concesso una dozzina di giorni fa a Tornielli (La Stampa, 15.12.2013), ho rilevato che la risposta «non c’è spiegazione» alla domanda «perché soffrono i bambini?» sia il sintomo più evidente di quanto il cattolicesimo sia crisi. Al perché Dio possa consentire che i bambini soffrano, infatti, la teologia ha una risposta, ed è quella che fino a qualche decennio fa anche l’ultimo dei pretonzoli non aveva difficoltà alcuna a ripescare dal De natura boni di Agostino studiato in seminario, fatto sta che è risposta così atroce, e a tal punto puzza dell’arcaico rituale della bestia innocente immolata per ingraziarsi un Dio feroce, che pure Ratzinger, nel 2010, preferiva far finta di non conoscerla, anche se si è sempre detto che quelle occhiaie gli fossero venute proprio per aver passato anni ed anni su Agostino, e alla bambina giapponese che gli chiedeva perché Dio avesse consentito allo tsunami di recidere le vite di tanti suoi coetanei farfugliava: «Anche a me viene la stessa domanda, ma non abbiamo risposte». Una questioncella di teodicea che non imbarazza solo Bergoglio, dunque, ma è che Bergoglio ci tiene al profilo mondano, e teneva a far presente che quel «non c’è spiegazione» gliel’aveva rifilato Dostoevskij, suo «maestro di vita», al che facevo presente che quella era la risposta di Ivan Karamazov, un senzadio, alla quale suo fratello Alëša, anima pia e devota, opponeva proprio quella data da Agostino. Bene, se n’è accorto anche il giornale dei vescovi, che manda Alessandro D’Avenia a coprire la stronzata con un po di segatura.
Gira e rigira attorno alla stronzata detta da Bergoglio, poi a metà delleditoriale procede: «Il Papa evoca le brucianti pagine in cui Ivan Karamazov, nella sofferenza degli innocenti, scorge un segno dell’assenza di Dio e se ne serve per la sua ribellione. Quella del freddissimo Ivan verso il dolore innocente non è però com-passione ma denuncia, scusa, teoria progettata da un cuore incapace di amare con i fatti e bisognoso quindi di auto-giustificazione. Egli s’aggrappa a quel dolore non per alleviarlo, ma per usarlo. Prende le distanze da quel dolore per mettere a tacere la sua coscienza e Dio, ergendosi a giudice di un mondo e di un Dio sbagliati. Ivan non muove un dito, non si china sul dolore, ma lo lascia lì, per servirsene come atto di accusa e come certificato medico per il suo cuore gelido. Per Ivan il dolore innocente è la frontiera sbarrata a un Dio che non risponde ai perché dell’uomo, la frontiera che segna il confine della terra dell’uomo in cui Dio non può entrare perché non ha i documenti in regola e viene rimandato indietro. Su quella stessa frontiera lo lascia entrare il Papa che incontra proprio lì lo sguardo di Dio, un Dio con la carta d’identità in regola, e tanto di fotografia: Cristo. Anche Dostoevskij smaschera la “colpa originale” di Dio e la rinvia alla libertà dell’uomo. Nelle pagine dello stesso romanzo il monaco Zosima ricorda il fratello Markel, morto giovane. Anche lui, come Ivan, lontano da Dio. Markel però, grazie al suo male, ha una conversione profonda fino a dire “in verità ognuno è colpevole dinanzi a tutti, per tutti e per tutto. Io non so come spiegarlo, ma sento fino allo spasimo che è così”. Proprio questa consapevolezza gli ha dato la gioia del Paradiso, perché gli ha aperto occhi e cuore all’Amore. Egli si fa carico del dolore innocente come colpevole: veste così i panni del Dio che nella notte di Natale veste quelli dell’uomo. Sembrano parole provenienti da un mondo altro quelle di Markel, ma sono le parole che usano i santi definendo la propria essenza incapace di amare e benedire. Prima ancora di riferirsi ai peccati effettivamente commessi, essi dicono “sono un peccatore”. E lo dicono proprio perché la santità di Dio li ha toccati. Sono due le possibilità che Dostoevskij prospetta di fronte al male, all’ingiustizia, al dolore: Ivan, l’uomo che resta uomo, o Markel, l’uomo che è trasformato in un altro Cristo».
Sia, ma Bergoglio dà la risposta che dà Ivan o quella che dà Markel? E poi: nella risposta che dà Bergoglio v’è un pur lontano cenno a Markel? La stronzata resta lì, D’Avenia riesce solo a spargerci sopra un velo di segatura. Perché, prima di tutto, Markel è un peccatore, e ammette i suoi peccati, insieme a quello originario, per farsi santo attraverso l’espiazione nel dolore, fino alla morte. In più, non è un bambino: ha 17 anni, scrive Dostoevskij, e a quell’età nella Russia zarista si è già adulti. Come può reggere il parallelo con il dolore e la morte di un bambino che del solo peccato originario che gli si voglia addebitare neanche ha coscienza? Nel caso di Markel, l’individuo è attore, conscio, liberamente delibera l’accettazione della sofferenza e della morte come riparazione sulla via della santità. Nel caso del bambino, tutto questo manca. Il velo di segatura non copre la stronzata. Ma D’Avenia non demorde: «O si maledice un mondo siffatto, nel quale siamo convocati senza consenso, trincerandosi dietro un legittimo atto di accusa al mondo e a chi l’ha fatto, allontanandocene, accusando la storia fino a disprezzarla: si diventa freddi, rigidi, effettivamente “cattivi”; oppure si benedice il mondo e si assume su di sé la colpa, rimanendo nel dinamismo della storia, accettando il male che ogni giorno riserva (la morte si sconta vivendo), lasciando che la pena ferisca la carne e a contatto con essa, in Cristo, venga superata chinandosi e abbracciando: si diviene più aperti ed effettivamente buoni, di una bontà che non è nostra».
E questa seconda opzione sarebbe quella che si prospetta, per esempio, a un bambino di un anno appena che urla pazzo di dolore perché un cancro gli sta mangiando il cervello? Sì, pare che sia proprio così: «Maledire gli altri e il mondo ci porta a maledire Dio e in ultima istanza noi stessi: Ivan. Benedire gli altri e il mondo invece è essere dentro lo sguardo che Dio ha sulle cose e le persone, è essere liberi dal giudizio, e noi saremo giudicati come abbiamo giudicato, salderemo il debito che abbiamo imputato ai nostri debitori: Markel». Se questo era il lavoretto per cui era stato mandato, era meglio che D’Avenia si attrezzasse con bustina e sacchetto. Perché la stronzata è ancora tutta lì, dove Bergoglio l’ha deposta. È chiaro, infatti, che il bambino non è assolutamente in grado di benedire gli altri e il mondo per il cancro che gli sta mangiando il cervello, dunque non ha modo di saldare alcun debito: due volte maledetto, quindi? E da chi, se non dal Dio che se pure esistesse afferma Ivan meriterebbe solo il nostro odio per la sua crudeltà? No, «non c’è spiegazione» è la sola spiegazione, e non ammette l’esistenza di Dio.  

Profondo rosso

Ieri sono stato a casa dei miei, 87 anni lui, 83 lei, qualche acciaccuzzo fisico, qualche torpore mentale, ma insomma, come dice mia sorella, non ci possiamo lamentare. Dopo il pranzo di Natale, la scoperta. Di quelle che non guasterebbe come sottofondo la colonna sonora di un film di Dario Argento. Qualcosa dei Goblin, diciamo. Ecco, accendete la pista qui sotto e provate a immaginare la scena.


Il quadretto era appeso in un angolino. Lo scorgo da lontano, in parte era coperto dalle foglie di un ficus. Incuriosito, mi avvicino - qui vi consiglio di alzare il volume di qualche decibel - scosto le foglie - ancora qualche decibel - mi avvicino per guardare meglio - mettete il volume al massimo - e faccio un salto indietro.



Potete riabbassate il volume, mi auguro sia servito a rendere  l’idea. È che quando scopri che tua figlia si è fatta un piercing alla lingua, hai due o tre extrasistoli, ma poi la cosa... Qui, hegelianamente parlando, non sai che cazzo dire.
«2008? Papà - chiedo provando a metterci un mix di biasimo, sconcerto e doglianza - ma non avevi smesso all’inizio degli anni Settanta?». Rialzate al massimo il volume: in risposta, un terrificante sorriso.


martedì 24 dicembre 2013

Una festa per famiglie

[...]


«Quello che ci manca, rispetto al 1994, sono gli intellettuali», lamenta Giancarlo Galan (la Repubblica, 23.12.2013). È a lui che Silvio Berlusconi ha dato l’incarico di «rimpolpare le prossime liste con nomi della cultura», a lui il compito di portare in Parlamento sotto le insegne di Forza Italia «i nuovi Urbani, Melograni, Ferrara, Colletti». Colletti? Lucio Colletti? Parliamo del filosofo che morì ben prima che Forza Italia diventasse il backstage di un B-movie tutto scoregge, battutacce e tette al vento? Bene, fino ad allora non aveva mai risparmiato critiche al partito e al suo leader, diremmo che morì criticando, sicché da tempo era mal tollerato, e al punto che nel 2001, che fu pure l’anno della sua morte, riuscì a stento ad entrare in Parlamento, e solo grazie a un tardivo ripescaggio. Possiamo trovargli mille difetti, ma Colletti era una persona seria, forse perfino un po’ seriosa: accetterebbe, oggi, di stare in lista con le sciacquette e i quaquaraquà che sono il distillato della rinata Forza Italia?

Essere giusti con Bentham



Doppio paginone di Paolo Mieli sul Corriere della Sera di lunedì 23 dicembre: prende spunto da tre volumi che Il Mulino manda in libreria nel 25o° dalla pubblicazione del Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria (Michel Porret, Beccaria; Massimo La Torre e Marina Lalatta Costerbosa, Legalizzare la tortura? Ascesa e declino dello Stato di diritto; Luigi Ferrajoli e Mauro Barberis, Dei diritti e delle garanzie) per fare il punto su cosa sia cambiato in questo quarto di millennio e concludere che «violenze ed esecuzioni capitali restano pratiche diffuse». Poco da obiettare, tranne ciò scrive riguardo a Jeremy Bentham:  Bentham – scrive Mieli, citando probabilmente Porret che sul padre dell’utilitarismo si è già intrattenuto in almeno un’altra occasione, almeno a quanto mi risulta (suo il saggio in coda all’edizione del Panopticon per Marsilio, 2002) – «“sorprendentemente” accetta, nel 1843, questo genere di vessazioni [l’uso della tortura]». Chiaramente deve trattarsi di un refuso, perché Bentham muore del 1832 e l’opera in questione, Théorie des peines et des récompenses, è del 1825.
Ma questo, in fondo, è irrilevante rispetto a ciò che segue (mi scuso per la lunghezza della citazione, ma è necessario riportare integralmente il passo): «Colpisce un passaggio in cui Bentham sostiene che la tortura è una specie di pena, la quale, però, ha uno scopo ben più, e meglio, circoscritto, o determinato, e dunque si presta meno all’abuso. Quale sia lo scopo della detenzione del reo per Bentham “è poco chiaro”; il rapporto tra fatto (pena detentiva) ed effetto (comunque vago) è in tal caso ipotetico e indeterminato. Nella tortura al contrario la “catena causale” tra fatto ed effetto o risultato è assai più definita e precisa (meglio, proporzionale) di quanto non accada in ogni altra forma di pena. Infatti torturando si infliggerà solo ed esclusivamente quella misura di coazione e di sofferenza che sia necessaria ad indurre il reo a una certa azione o ammissione. Nella detenzione invece, osserva Bentham, la proporzionalità è violata, poiché lo scopo della punizione non risulta affatto chiaro. A Bentham si sarebbe potuto obiettare che “la detenzione è predeterminabile nella sua durata, e dunque non si presta sotto questo profilo all’abuso di colui che la commina, mentre la tortura è necessariamente indeterminata tanto per la durata quanto per l’intensità delle sofferenze inflitte”. Ma Bentham risponde preventivamente che tale indeterminatezza è prodotta dalla condotta del reo, il quale continua a non rispondere alle domande che gli vengono rivolte o a non cedere alle richieste che gli vengono indirizzate».
Senza pretendere di fare l’avvocato difensore di Bentham, e chiarendo che non intendo far mie le sue opinioni in proposito, occorre dire che siamo dinanzi a una lettura assai infelice di ciò che Bentham ha scritto, comune d’altra parte a quella di chiunque abbia accostato il pensatore passando per la critica rivoltagli da Foucault e, appunto, da Perrot, che ce lo ridanno come pianificatore di un allucinante sistema carcerario.
Bentham, per esempio, era contrario alla pena di morte, non già per mero umanitarismo, ma perché, «lungi dall’essere convertibile in profitto, è una perdita, uno sperpero di ciò che produce la forza e la ricchezza di una nazione». L’orizzonte morale è chiaramente fuori discussione, mentre anche qui la stella polare è quel «massimo bene per il maggior numero di individui» che lo guida lungo tutto il corso della sua riflessione sulla società e sullo stato. Ed è in tal senso che deve essere letto ciò che scrive sulla pena, e al riguardo credo sia utile citare un brano che ritengo derimente: «Ciò che giustifica la pena è la sua maggiore utilità [rispetto al non applicarla] o, per dir meglio, è la sua necessità. […] Il male prodotto dalle pene è una spesa che lo stato si accolla in vista di un profitto, che è la riduzione dei crimini. In questa operazione tutto deve essere calcolato del guadagno e della perdita, dal che risulta evidente che diminuire la spesa o aumentare il profitto significa in ugual misura ottenere un bilanciamento favorevole».
Come è lampante, ogni variabile del sistema è ridotta a funzione, sicché si può concludere che è rigettata in toto la scala valoriale che attiene a un giudizio di carattere morale. Poco oltre, infatti, scrive: «Ordinariamente si parla di mitezza o di rigore della pena, termini che implicano un pregiudizio di favore o di sfavore, che nuoce ad un esame imparziale [di ciò che la pena è chiamata a procurare]. Dire mite una pena è contraddittorio, mentre dirla economica vuol dire usare il [giusto = conveniente] metro del calcolo e della ragione».
In quest’ottica, ciò che riguarda la tortura, senza perdere l’atrocità che inevitabilmente suscita in noi, acquista un senso ben diverso. Per Bentham la condizione-tipo che la rende «economica» è quella del terrorista che si rifiuti di rivelare quanto sappia di un attentato che stia per essere consumato con rilevanti perdite di vite umane. Alla nostra sensibilità, due secoli dopo, ripugna l’idea che la tortura possa essere utile, e questo probabilmente può essere considerato un bene, anche se il costo che comporta è quello di una strage di innocenti. Per Bentham, invece, il bene sta nell’utile che ne ricava il maggior numero di individui a discapito dell’individuo che si rende responsabile di un reato a danno della collettività: che si voglia considere grande o piccola, la differenza tra noi e lui è tutta qua.  

lunedì 23 dicembre 2013

Urgenza morale

Amnistia, indulto e popolazione detenuta nell’Italia repubblicana (Flavio Piraino, altrodiritto.it) è un saggio che in poco più di 60.000 battute, una ventina di tabelle e un’ottantina di voci bibliografiche sintetizza la storia dei provvedimenti di clemenza emanati in Italia dal Regio decreto n. 1156 del 17 ottobre 1942 alla Legge n. 241 del 31 luglio 2006: numeri eloquenti e inequivoci che consentono all’autore di poter affermare che ad essi «seguirono aumenti del numero di delitti denunciati sempre superiori ai coefficienti espressi dalla tendenza del periodo», rendendo «lecito concludere che gli effetti negativi dei provvedimenti di clemenza generalizzata superano di larga misura gli aspetti positivi in vista dei quali sono stati adottati e si risolvono in un aumento della criminalità».
Basta questo per essere contrari a un’amnistia, oggi? Non credo. Se si ha l’onestà intellettuale di ammettere che si tratta solo di una misura emergenziale, si può dirla necessaria, basta evitare di immaginarla come soluzione definitiva del problema del sovraffollamento carcerario o, peggio, di prospettarla come tale. Senza una revisione dell’istituto della custodia cautelare, senza l’abrogazione della Fini-Giovanardi e della Bossi-Fini, le carceri tornerebbero a sovraffollarsi in due o tre anni. E tuttavia il legislatore indugia: per insanabili dissensi tra le parti non è in grado di mettere mano a una riforma della giustizia, per dar conto a un’opinione pubblica che in larga maggioranza è ostile all’idea di un’amnistia neanche prova a discuterne, mentre fatica a prender atto che tenere in carcere tossicodipendenti e clandestini non risolve il problema della dipendenza da sostanze stupefacenti né quello delle grandi migrazioni di massa. D’intanto pende sull’Italia una procedura d’infrazione in sede europea proprio per le condizioni inumane che caratterizzano la detenzione nelle nostre carceri: da ciò, e per ciò, la necessità di un’amnistia, soluzione tampone al pari di ogni altro condono, dunque soluzione odiosa, se si vuole, perché mette in discussione la certezza della pena, ma necessaria – ripeto – per evitare che, per condizione date, la pena sia tortura e venga meno alla funzione di recupero che è contemplata dalla nostra Costituzione.
Come dicevo nel post qui sotto, però, l’Italia è il paese in cui il senso del compassionevole sposa la pratica dell’irresponsabilità, per cui a chi non vuole intendere che un’amnistia è necessaria in questi termini si oppone chi la chiede come soluzione strutturale dell’intero comparto della giustizia, quasi come se, a lasciar fare al cuore, la testa seguirebbe e, con la testa, mani, piedi e il resto. Difficile dire quale tra queste opposte fazioni sia più la più idiota, né in fondo importa più di tanto, perché quando la testa è al traino, e da locomotore sta, com’è in questo caso, lo stomaco irto di peli della plebe forcaiola o il cuore fibrillante dei radicali e di qualche frangia del cattolicesimo militante, ogni questione si fa irrisolvibile in radice, dunque risolvibile come mero braccio di ferro tra due opposte forme di irresponsabilità.
Un lettore particolarmente attento al senso che nel post qui sotto volevo dare a irresponsabilità ha sennatamente rilevato che il termine è da intendere, da un lato, come «comportamento incurante delle conseguenze» e, dall’altro, come «assenza di un qualsiasi meccanismo che faccia pagare per gli errori». In questo caso, chi è contrario a un’amnistia sembra non aver chiaro che, col permanere nello stato di illegalità in cui l’Italia attualmente si trova per la patente violazione dell’art. 27 della Costituzione e dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, si arriverebbe in breve, in non più di pochi mesi, a sanzioni pesanti sul piano economico e a un ulteriore danno alla già non esaltante immagine che offriamo del nostro paese in ambito comunitario, e che tali conseguenze sarebbero a carico di tutti, di tasca e di faccia; d’altro canto, chi chiede l’amnistia come se fosse la soluzione definitiva di ogni problema relativo alla giustizia in Italia non tiene in alcun conto di ciò che il saggio di Piraino che citavo in apertura di questo post dimostra in modo irrefutabile, né sembra esser coerente con quella millantata difesa dello stato di diritto che non sta a tutela solo di Caino, ma anche di Abele, e qui la tentazione sarebbe quella di aggiungere soprattutto, giacché la vittima di un reato è parte lesa a causa di un diritto violato.
A ben vedere, dunque, e senza neanche dover vedere troppo oltre, siamo di fronte a due forme di irresponsabilità che sono facce opposte dello stesso moralismo: una ha il grugno arcigno di chi non sa intendere la pena che come ritorsione, l’altra ha il musetto pio di chi non sa intendere la clemenza che come condono. Un po’ più oltre, invece, e mi auguro non sia troppo oltre da dover trovare una qualche difficoltà a vedere, siamo di fronte alla tragicommedia delle buone intenzioni che non risolvono niente, perché in entrambi i casi si pongono a valle del problema. È perfino ovvio che qui si neutralizzino a vicenda.
Se tuttavia la posizione ostile a un’amnistia mostra evidenti i limiti che le impone il pregiudizio moralistico, e neanche mette conto il rimarcarli, una parola va spesa su quelli di chi si ostina a far forte la richiesta di un provvedimento di clemenza sollevando la questione di coscienza, e ciò tanto più paradossalmente se si tiene conto che su questa posizione vediamo confluire post comunisti come Napolitano e sedicenti crociani come Pannella, le cui rispettive scuole di pensiero concordano in un sol punto, e cioè sulla necessaria separazione tra politica e morale. Un po’ più comprensibilmente vediamo confluirvi pure alcuni cattolici, che danno un senso estensivo all’opera di misericordia corporale del visitare i carcerati. Vedremo costoro sfilare tutti insieme nella marcia di Natale promossa dai radicali, e avremo modo di contarli. Per la giornata le previsioni meteo annunciano pioggia, ma cosa volete possa contare un po’ di pioggia quando è in gioco un’urgenza morale? 


sabato 21 dicembre 2013

Spiegatemi cosa c’è da salvare


Solo in Italia c’è coincidenza di un brutale spregio per le regole, di una cieca visceralità dell’opinione pubblica, di una disarmante irresponsabilità della politica e della magistratura e di quel malinteso senso del compassionevole che tollera l’inganno fino a sollecitarlo, dunque solo in Italia poteva darsi un caso Stamina. Nello specifico: si è fatto scempio delle norme doverosamente severe che accompagnano un trattamento terapeutico dal momento in cui è concepito come ipotesi a quello in cui viene adottato come presidio clinico, e questo è stato possibile per l’inqualificabile cedimento di chi avrebbe dovuto farle rispettare a fronte della pressione del moto irrazionale che esigeva una legittimazione del «non è vero ma ci credo» in forma di diritto all’illusione, rivendicando una fattispecie di statuto alla circonvenzione di incapace, con copertura a spese dello stato. In fondo non si concede altrettanto alla religione? Non si continuano a vendere farmaci omeopatici anche se è dimostrato che sono inerti? 
Cosa non si è visto, stavolta. Sperimentazione farlocca, brevetti inesistenti, non uno straccio di pubblicazione scientifica a dar conto dei test in vitro, somministrazione di un intruglio potenzialmente letale a poveri disperati per lo più senza speranze, e il tutto mentre Fiorello e Le Iene tifavano per lo psicologo titolare di una società che si occupava di indagini di mercato, prontamente riconvertita a santuario miracoloso. La comunità scientifica nazionale e internazionale si faceva sentire, ma invano, perché, si sa, neanche Pasteur era laureato in medicina, e poi le case farmaceutiche fanno quadrato per stroncare gli outsider del calibro di un Vannoni. E il Ministero della Salute stanziava milioni di euro, ché a non stanziarli correva il rischio di apparire insensibile. 
Niente di nuovo sotto il sole del Belpaese, dove il welfare trova soluzione nelle ciotole di minestra della Caritas, la diseducazione alimentare nelle alghe sciogliopancia di Wanna Marchi, la giustizia nella marcia per l’amnistia di Marco Pannella e la disoccupazione in una schedina del Superenalotto. Spiegatemi cosa c’è da salvare. Dov’è il paese che merita di risalire la china? Il degrado se lo porta dentro da decenni, forse da secoli. Lasciatelo fallire, non gli è possibile altro destino. 

giovedì 19 dicembre 2013

Da ridere


Nel Trecentonovelle (Franco Sacchetti, 1392)* si narra di una ragazza che giunge terrorizzata alla prima notte di matrimonio, perché le è giunta voce che il marito abbia un pene enorme. Questi la tranquillizza, dicendole che non l’hanno informata a dovere. Egli ne ha due, rivela: uno è davvero enorme, come ella ha sentito dire, ma l’altro assai più piccolo, e per i primi tempi inizierà ad usare quello. Tutto fila liscio – è il caso di dire – senonché, dopo qualche tempo, la giovane moglie gli dice che si sente pronta a provare il pene più grosso, al che il marito scoppia a ridere.
Salto temporale: pare sia stato abolito il finanziamento pubblico ai partiti, che però era da intendere abolito già dal 1993, e al suo posto entri in vigore una forma di finanziamento che, almeno in parte, sempre pubblica è. Cioè, non entra in vigore subito, ma tra qualche anno. D’intanto sono all’incasso le rate dei rimborsi elettorali, che sarebbe la forma di finanziamento pubblico ai partiti che vige dall’ultima volta che era stato abolito il finanziamento pubblico ai partiti. Sbaglio o è da ridere?



* (20.12.2013) Ero sicuro si trattasse di una novella del Sacchetti, ma mi fanno notare che nel Trecentonovelle non cè. Sono certo, tuttavia, che l’autore sia del XIV secolo, forse il Sercambi, boh. Mi scuso per l’informazione errata.
(21.12.2013) Grazie a D.M. riesco finalmente a dare l’informazione corretta: si tratta di Poggio Bracciolini (Facezia LXI). 



mercoledì 18 dicembre 2013

Feluca praticamente uguale




Non so se ci avete fatto caso, ma tutti i matti che credono d’essere Napoleone si sentono a Sant’Elena. Naturalmente parliamo dei matti che vivono nelle barzellette, negli sketch, nelle vignette umoristiche, perché nella pratica psichiatrica è più unico che raro trovare un paranoico che creda d’essere Napoleone: mai a Marengo o in Egitto, mai a Desdra o a Ligny, il matto della storiella buffa è sempre un Napoleone a fine carriera, e probabilmente è proprio questo che produce l’effetto tragicomico voluto, perché il manicomio evoca sconfitta ed esilio, ancorché del senno. Così è con Giuliano Ferrara: anche lui, più che persona reale, ormai è una macchietta, e non sta tanto bene, e si sente Machiavelli. Il Machiavelli a fine corsa, quello cui la fortuna ha acciaccato tutti i Cesare Borgia dietro ai quali ha annaspato, quello che smania per rientrare in gioco, non importa se al servizio di Bergoglio o di Renzi, tanto fa lo stesso. È che Bergoglio non gli piace, e anche a sforzarsi di farselo piacere, non gli riesce. Renzi, poi, manco se lo caga. Peraltro s’è sparsa voce che accettare i suoi servigi porti male: a ogni consiglio omaggio che manda a un Principe, quello pensa a Craxi, a Berlusconi, a Ratzinger, e si tocca le palle.
Come il matto che si crede d’essere Napoleone solitamente sta dritto davanti alla finestra con le sbarre, una mano infilata tra i bottoni della giubba, sguardo perso verso un orizzonte che non va più in là del muro di cinta, così il povero Giuliano Ferrara si offre in posa da grande pensatore incompreso dai suoi contemporanei, e srotola il curriculum, se lo rimira, poi mestamente lo riarrotola e sfoga il suo umor nero perdendosi nei massimi sistemi, in primis la bioetica. Qui il parallelo col Grande Fiorentino cede, perché quello riempì pagine e pagine per separare la politica dalla morale, mentre qui il Grosso Testaccino sono anni che non smette di gonfiarci i coglioni nel tentativo di fare dell’aborto una questione squisitamente politica, anzi antropologica. Per il resto il parallelo tiene: stessa dolente disillusione, stesso ruminare sulla cecità del destino… Un assaggio?
«Sei anni dopo rifletto ad alta voce. La chiesa di Ratzinger e Ruini sembrava incoraggiarmi, in realtà mi lasciò discretamente solo nonostante tutti gli Evangelium vitae e altri pronunciamenti, nel quarantennale della Humanae vitae del coraggioso e abbandonato Paolo VI. Non mi lamentai delle porte chiuse delle sagrestie, quando presentai una lista pazza ma laica alle elezioni, di perfetto insuccesso, perfettamente incompresa e forse incomprensibile per l’opinione elettorale media, una lista contro Berlusconi mio amico sordo a certi discorsi, che mi aveva scongiurato di abbandonare quel tema divisivo, contro le femministe che venivano a tirare quintali di prezzemolo al Foglio, contro il mondo di celluloide della ricerca scientifica, contro la stragrande maggioranza dei cattolici…».
Via, non è straziante quasi come il prologo della Mandragola? «Se questa materia non è degna, per esser pur leggieri, d’un uom che voglia parer saggio e grave, scusatelo con questo, che s’ingegna con questi van pensieri fare el suo tristo tempo più suave, perch’altrove non have dove voltare el viso, ché gli è stato interciso mostrar con altre imprese altra virtue, non sendo premio alle fatiche sue».
Stessa differenza che c’è tra Napoleone e il matto che crede d’essere Napoleone, ma feluca praticamente uguale. 

lunedì 16 dicembre 2013

Pretendo troppo, so bene


A un biblista non sarebbe passato neppure per l’anticamera del cervello di dire che «nel Libro del Deuteronomio leggiamo che Dio ci conduce per mano come un papà fa con il figlio» (La Stampa, 15.12.2013), ma Bergoglio non è un biblista, e chi lo intervistava, ammesso che abbia letto il Libro del Deuteronomio, non poteva certo dirgli: «Scusi, Santità, parliamo del Libro in cui il “papà” ordina al “figlio” di sterminare tutta la gente di Sicon (Dt 2, 26-37) e di Basan (Dt 3, 1-11), compresi vecchi, donne e bambini, per impossessarsi della loro terra, delle loro case e dei loro greggi? O forse fa riferimento alla visione pedagogica in virtù della quale, “se un uomo avrà un figlio testardo e ribelle che non obbedisce alla voce né di suo padre né di sua madre e, benché l’abbiano castigato, non dà loro retta, suo padre e sua madre lo prenderanno e lo condurranno dagli anziani della città, alla porta del luogo dove abita, e […] allora tutti gli uomini della sua città lo lapideranno” (Dt 21, 18-21)?». Ce lo vedete, il Tornielli? Si caga addosso dallemozione quando intervista un cardinale, figuriamoci col papa... 

Non è biblista, Bergoglio, ma neanche teologo, sicché di fronte a lui Ratzinger pare davvero il gigante che s’è sempre detto, e che non è mai stato, visto che comparandolo a Bonhoeffer, Teilhard de Chardin, Barth, Bultmann, De Lubac, Maritain, Rahner, Guardini, tanto per citare i primi che mi vengono in mente, resta una mezzasega. Non è teologo, Bergoglio, dunque è comprensibile che alla domanda «perché soffrono i bambini?» risponda «non c’è spiegazione», mica si può pretendere che citi l’Agostino del De natura boni. Il fatto è che cita Dostoevskij, dice che risposta lha trovata in Dostoevskij, e verosimilmente fa riferimento al dialogo sulla questione tra Ivan e Alëša, ne I fratelli Karamazov, nel quale a dire che «non c’è spiegazione» alla sofferenza dei bambini è Ivan, l’ateo, mentre il pio Alëša una spiegazione ce l’ha, e ribatte che Dio lascia che accada come ha voluto accadesse a suo figlio, che «ha dato il suo sangue innocente per tutti e per tutto», che è proprio l’Agostino del De natura boni, sputato, e sarà pure una spiegazione a cazzo di cane, ma teologicamente regge. Ok, ma se leggi Dostoevskij, e manco lo capisci, ti conviene metter mano alla Patristica? 

Né biblista, né teologo, Bergoglio, ma neppure ’sto gran campione di ecclesiologia, perché, alla domanda «avremo donne cardinali?», risponde che «le donne nella Chiesa devono essere valorizzate, non “clericalizzate”», che nella migliore delle ipotesi è da considerare la deviazione di un tiro moscio in calcio d’angolo. Perché, delle due, una: o il valore che intende dare alla donne nella Chiesa non potrà comunque mai essere pari a quello che implica il ministero del sacerdozio, e allora c’è chiara elusione di ciò che era posto nella domanda relativamente al ruolo subalterno della donna nella Chiesa, o c’è patente svalutazione di ciò che implica nel ministero del sacerdozio l’elevazione alla carica cardinalizia, e allora saremmo alla blasfemia...

Vabbe’ – uno dice – almeno sarà un grande catechista, ’sto Bergoglio. Manco per niente, perché pure in questa intervista sottolinea e risottolinea l’importanza delle opere di misericordia corporale – qui con un bel «date da mangiare a chi ha fame» – ma quelle di misericordia spirituale? Consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti e ammonire i peccatori, per esempio, come si attagliano a quel «chi sono io per giudicare un gay?». E che cazzo di risposta è quella che dà alla domanda se si sia offeso per l’accusa di essere un marxista che gli è stata mossa da ambienti cattolici statunitensi per la sua Evangelii gaudium? «L’ideologia marxista è sbagliata – dice – ma nella mia vita ha conosciuto tanti marxisti buoni come persone, e per questo non mi sento offeso». Ok, ma in questione era il contenuto dell’Evangelii gaudium, non la malvagità personale dei marxisti. Che potranno anche essere tutti quanti buoni come persone, ma questo cosa cambia di ciò che la Dottrina Sociale della Chiesa dice del marxismo? Puoi rigettare l’accusa? E allora spiega perché quella Esortazione non è marxista…

Pretendo troppo, so bene. In realtà, Bergoglio non è altro che un esperto in pubbliche relazioni, che poi era quello di cui la Chiesa di Roma aveva bisogno per cercare di non affogare nel mare di merda che ormai le arrivava al collo. E il suo lavoro, bisogna essere onesti, lo sta facendo con indubbia perizia, anche grazie al contributo dei tanti poveri fessi, credenti e no, che non sono mai mancati a illudersi che il primo Pio IX fosse un riformista, per rimanerne delusi quando licenziò il Sillabo, che Leone XIII fosse una specie di socialista, per poi beccarsi un Pio X sulle gengive, che Pio XI fosse una specie di partigiano antifascista, per poi pigliarsi in culo un Pio XII che si spendeva per un’intesa tra democristiani e missini, che Giovanni XXIII fosse un riformatore, per poi sorbirsi la controriforma di Paolo VI, che il «Dio mamma» di papa Luciani aprisse a chissà cosa, per poi scandalizzarsi dinanzi alla scoperta che per finanziare Solidarność lo Ior di Marcinkus riciclava soldi della mafia… La Chiesa è sempre se stessa, cambia solo faccia alloccorrenza. 

sabato 14 dicembre 2013

[...]


Come all’enologo è necessario il dizionario dei sinonimi per spiegarci se quel tal punto di dolcezza di un passito sia tiepido o malleabile, affettuoso o mite, tenero o gradito, e se la sua fermezza si dia in perseveranza o risolutezza, in solidità o tenacia, in stabilità o decisione, ed eviterei di entrare in merito al colore sennò l’elenco dei possibili gialli mi prende tutta la pagina, così a Bergoglio è indispensabile il dizionario analogico, perché non c’è omelia che faccia eccezione: piglia un lemma – chessò, peccato – lo sfiletta nei suoi figurati (colpa, mancanza, macchia, offesa, ecc.), li impana nelle relative azioni (commettere, soccombere, scivolare, cadere, ecc.), li frigge e li spadella in una sprolunga, accostandoli al contorno degli attori (l’accidioso, l’ipocrita, l’egoista, l’avido, ecc.) che in precedenza ha messo da parte a scolare, dopo averli stufati a vapore. Ricetta sempre eguale, uno schema da predicatore compulsivo, e l’olio di frittura non cambia mai, sicché da Santa Marta comincia a levarsi il cattivo odore che viene via dalle porte scorrevoli delle rosticcerie nelle ore di punta, che tuttavia manda in sollucchero i boccaloni. Più che all’Unto, siamo al bisunto.  

venerdì 13 dicembre 2013

«Quest’uomo era grande soprattutto nella meschinità»



1. Oggi persiste quasi esclusivamente a margine di mostre, fiere o esposizioni, ma un tempo era usanza d’ogni famiglia dabbene avere un album sul quale gli ospiti vergavano la propria firma, spesso con dedica, e quello dei Borgese era davvero originale, una tovaglia di lino quadrata, 175 cm per lato, sulla quale gli ospiti firmavano con un tratto di matita sul quale la padrona di casa provvedeva a far scorrere in ricamo un filo di cotone rosso a punto erba: Gabriele d’Annunzio e Igor Stravinskij, Grazia Deledda e Anna Kuliscioff, Eleonora Duse e Giovanni Gentile, Giovanni Amendola e Benito Mussolini, Filippo Turati e Alcide De Gasperi, Gian Francesco Malipiero e Felice Casorati, il generale Cadorna e Sibilla Aleramo, e poi Aldo Palazzeschi, Cesare Zavattini, Dino Buzzati, Corrado Alvaro e tanti altri, 718 per la precisione, in una selva di allunghi, curve, occhielli e intozzate, che davvero è «figurazione del “Secolo breve”», come Corrado Stajano scrive sull’ultimo numero dela Lettura (Corriere della Sera, 8.12.2013), rammentandoci la figura di Giuseppe Antonio Borgese, oggi ingiustamente trascurata.
Bell’articolo, bisogna dire, dal quale riporto un passaggio sul quale può tornare utile riflettere: «Benedetto Croce l’aveva tenuto a battesimo, poco più che ventenne, pubblicando la sua tesi di laurea, Storia della critica romantica, elevandolo sul gradino più alto della cultura e non fu avaro di elogi, burbero com’era, scrivendo di un suo saggio su Gabriele d’Annunzio. Borgese visse così la giovinezza in quella privilegiata cerchia crociana, da critico amato e stimato dal sommo maestro. Poi accadde l’irreparabile pagato a caro prezzo. Borgese non fu benevolo nel recensire lo studio del Croce sul Vico. Il gran patriarca che teneva in pugno la cultura italiana della prima metà del Novecento e non tollerava critiche, e neppure ragionevoli appunti, prese le distanze da quel suo precocissimo allievo: cominciò così un ostracismo durato per tutta la vita. Croce ebbe crude parole. Borgese, che non restò silenzioso, fu da allora stroncato, denigrato, insultato dai critici più autorevoli dell’epoca, da Renato Serra a Luigi Russo a Giuseppe De Robertis. Nel conflitto con Benedetto Croce e i crociani più fedeli contarono non soltanto le diversità del giudizio critico, ma anche quelle caratteriali. Il successo mondano di Borgese, da cui il Croce e i suoi, infastiditi, dicevano di rifuggire, era disturbante».
Efficace, ma lo sarebbe stato di più ricordando che le molestie dei crociani inseguirono Borgese fino agli ultimi anni della sua vita, quando insinuarono che il suo secondo matrimonio con la figlia di Thomas Mann, dopo la morte della prima moglie, fosse stato di convenienza. Né tuttavia c’è da stupirsi che la cerchia dei crociani fosse capace di simili schifezze, perché la lobby di Palazzo Filomarino rimane paradigma eloquentissimo, per varietà ed esemplarità di casi, di quanto un imprenditore nel campo della cultura – ritenere oggi Benedetto Croce un «pensatore» è mero anacronismo – possa farsi boss mafioso.

2. Sui danni causati da Benedetto Croce alla cultura italiana e al movimento liberale in Italia mi sono già intrattenuto in altre cinque o sei occasioni su queste pagine, qui mi limiterò a sottolineare solo questo aspetto. A tal fine sarà inevitabile il ricorso a nomi, fatti, date che spesso si condenseranno nel momento aneddotico, sicché voglio da subito mettere in chiaro che quanto qui riportato non attiene al vacuo pettegolezzo, ma trova riscontro in fonti che non hanno mai trovato smentita, neppure da parte delle solerti sentinelle che per uno o due decenni dopo la sua morte hanno montato di guardia al mito che egli stesso aveva provveduto a costruirsi in vita.
Le condizioni in cui oggi versa questo mausoleo fanno tanta più pena quanto più si pensi alle energie spese per erigerlo e al numero di quanti parteciparono alla sua costruzione seguendo supinamente, non di rado con entusiasmo, le indicazioni di chi pensava di dovervi riposare in eterno, meta dello stesso devoto pellegrinaggio di cui fu fatto oggetto Palazzo Filomarino fino a quando fu in vita. In fondo, paragonata alla straordinaria fortuna che godette fino alla sua morte, la sorte cui il suo pensiero andò incontro dovrebbe essere di monito a quanti sono convinti che si possa conquistare l’eterna memoria dei posteri riposando nel monumento delle proprie idee, eretto reclutando manipoli di cretini, più o meno talentuosi, animati da incoercibile pulsione gregaria.
Mai come nel caso di Benedetto Croce, questo calcolo si è rivelato errato: già dieci anni dopo la sua morte – il 20 novembre 1952 – il suo sistema filosofico era a pezzi, e ogni contorno della sua figura – lo storico, il critico letterario, l’uomo politico – sbiadiva. Già vent’anni dopo, le sue opere non erano più ristampate: già allora era lecito affermare che il neoidealismo crociano fosse morto e sepolto con Benedetto Croce.
«Che la realtà si riduca allo spirito che la conosce e che fuori di essa non sia nulla – scriveva Nicola Abbagnano nel ventennale della sua morte – appare oggi come una tesi anacronistica, perché ogni considerazione o interpretazione del rapporto tra soggetto e oggetto di conoscenza evita la riduzione dell’uno all’altro». L’assioma crociano che voleva la filosofia come sistema totale e perfetto che esaurisce in sé tutta la realtà veniva sbriciolato proprio dall’evidenza dell’efficacia di quelle scienze di cui Benedetto Croce aveva dichiarato l’irrilevanza al fine di comprendere il reale e che, a lungo mortificate, si presero una micidiale rivincita, e tuttavia su di esse peserà ancora a lungo il pregiudizio che l’egemonia culturale crociana aveva imposto per oltre cinquant’anni. Se in ambito scientifico l’Italia è indietro di almeno un mezzo secolo rispetto al resto d’Europa, lo dobbiamo anche – ma non è esagerato dire soprattutto – al disprezzo che Benedetto Croce non risparmiò alla matematica, alla fisica, alla biologia, alla psicologia, alla sociologia, ecc. Ma questo l’ho già scritto e non è il caso mi dilunghi nel ribadirlo, tanto più che nel 60° della sua morte, quest’anno, è stato pressoché unanime giudizio della critica (uno per tutti, penso al bel libro di Elio Cadelo e Luciano Pellicani, edito da Rubettino) che il ritardo dell’Italia sulla via della modernità, dopo la Controriforma, è imputabile proprio a Benedetto Croce. Che d’altronde resta venerato solo dai suoi discendenti, da Corrado Ocone e da qualche rancido avanzo del più inconcludente Novecento, del calibro di un Marco Pannella e di un Angiolo Bandinelli.

3. Una cosa è da precisare, prima di ogni altra. Ogni cerchia intellettuale che ruoti attorno alla figura di un patriarca riproduce, più o meno evidentemente, le dinamiche relazionali del gruppo settario. Quando la figura del dominus riesce, poi, a dare un senso a quella dei clientes, è la norma che elementi di natura psicologica si embrichino indissolubilmente a quelli che agiscono sul piano materiale nell’acquisizione, nel mantenimento e nella perdita di vantaggi. Con Benedetto Croce e i crociani, tuttavia, siamo dinanzi a una vera e propria cancerizzazione di questa costruzione, che trova i suoi più distintivi aspetti in bozzetti narrativi che la psicoanalisi ci ha illustrato come patognomonici del gruppo che sceglie a leader una personalità gravemente disturbata.
In primo luogo, e il caso di Borgese si offre come ottimo esempio, abbiamo una costante: i più validi seguaci si trasformano ineluttabilmente in detrattori, mentre quelli meno capaci sono immancabilmente destinati al ruolo di domestici. In secondo luogo, la fedeltà di questi ultimi costruisce un sistema sul sistema: in pratica, le falle della costruzione del pensiero sono rinsaldate da interdizioni dogmatiche che lo rendono impermeabile ad ogni sorta di arricchimento, prim’ancora che refrattario alla revisione critica e al suo fisiologico sviluppo.
È fin troppo ovvio che in questi due aspetti vengano a prevalere, almeno sul piano sintomatologico, cioè su quello dei segni che contraddistinguono il carattere della «scuola», gli elementi passionali dell’illusione e della disillusione, della devozione e dell’invidia, della riconoscenza e del risentimento. E tuttavia, per ciascuno dei momenti che rappresentano al meglio queste epicriticità emozionali, il medium che se ne fa latore – direi quasi la maschera che dà carattere al moto passionale – conserva inalterato il movente dal quale procede. In altri termini, volendolo riconoscere, possiamo rintracciare sempre nella storia della «scuola» la cifra biografica del suo fondatore. Qui, nel caso di Benedetto Croce, con l’ambivalenza nei confronti di Bertrando Spaventa e di Francesco De Sanctis. Ma su questo torneremo più avanti.
Qui, aprendo la carrellata delle miserie grandi e piccole che fanno da segnalibro alla produzione del «Padre Pio della filosofia italiana», come lo definì Clotilde Marghieri, basti in esergo il ricordo che Vittore Branca affida ad Indro Montanelli (Diari 1957-1978): «Giovanni Gentile aveva lasciato la propria libreria alla Biblioteca Nazionale di Roma. Siccome lo Stato ha facoltà di accettare o rifiutare questi lasciti, dopo la guerra il ministro della Pubblica Istruzione, Arangio Ruiz, chiese a Croce un parere. Risposta di Croce: “Non posso esprimermi perché non conosco la libreria di Gentile. Però conosco la sua nullità di pensiero e di cultura e quindi ritengo che anche i suoi libri siano di scarso valore”». «Questuomo – chiude Montanelli – era grande soprattutto nella meschinità».Cercherò di dimostrare che la sua meschinità era misura del monumento vuoto e cadente che ci ha lasciato.

[segue]

Concedere qualcosa all’oggetto della propria critica


Pare assodato che l’edizione della Traviata con la quale si è inaugurata quest’anno la stagione della Scala sia  stata una delle più infelici di ogni tempo, dunque non stupisce che il giudizio di Paolo Isotta avesse da essere severo, come d’altronde è stato (Corriere della Sera, 8.12.2013), stupisce piuttosto che lo sia stato assai meno di quanto fosse lecito prevedere, almeno tenuto conto di quanto la sua penna sia affilata. Poi, la dicitura in coda al pezzo spiega il perché, e questo offre spunto ad una riflessione di carattere più generale che mi pare utile sviluppare.
Tutti sanno del solenne scazzo di qualche mese fa: Isotta scrive un pezzo particolarmente duro, la Scala si risente e ne chiede il licenziamento al direttore del Corriere della Sera, che rigetta la richiesta, riavendone in risposta il ritiro dei biglietti omaggio per assistere alle prime. Ora poco importa se la decisione di segnalare al lettore poco informato che la Scala ha dichiarato Isotta «persona non grata» sia stata dell’autore della recensione o di chi l’ha messa in pagina, quanto il significato che assume in calce ad una stroncatura assai meno corrosiva del solito, e parliamo di un critico musicale che non si è fatto imbarazzo di consigliare «un uso alternativo della bacchetta» a una direttrice d’orchestra di cui non gradiva la lettura di un pezzo. Che l’abbia voluta Isotta o il giornale, sembra stare a dire: si poteva andar giù con mano assai più pesante, ma poteva sembrare una ripicca.
C’è da aggiungere, peraltro, che la stranezza di questa dicitura resta episodio isolato, perché il giorno dopo, ad esempio, Isotta ritorna sulla Traviata, ed è ben più duro, ma stavolta non v’è traccia di avvertenza in fondo al pezzo. È come se la dicitura in calce al pezzo del giorno prima avesse assolto al compito di certificare l’onestà intellettuale del critico musicale per i pezzi a venire.

Poco importa, dicevo, se questa più o meno conscia premura sia stata sentita dovuta da Isotta o dal responsabile del giornale: in realtà importerebbe, ma solo per sapere chi dei due l’abbia ritenuta necessaria, ma questo vorrei passasse in second’ordine, perché mi pare più interessante analizzare la natura del movente. Ed è presto detto: agli occhi del lettore, dal quale non si può mai pretendere un giudizio neutro, le critiche che reiteratamente si appuntano su qualcosa o qualcuno perdono col tempo la forza dei loro argomenti, anche laddove questi si facciano vieppiù forti e stringenti. In pratica, non basta sforzarsi a criticare con rigore argomentativo per dimostrare che la critica sia libera da ogni momento di pregiudizio, ma occorre mettere le mani avanti e professare, si abbia o meno, rettezza d’intenti. In altri termini, per ottenere un credito presso il lettore, il critico deve contrarre un debito retorico, di solito con l’uso di una particolare forma di dissimulazione onesta: concedere qualcosa all’oggetto della propria critica.
La concessione può darsi in termini quantitativi o qualitativi: nel primo caso, l’attenzione sorvolerà su alcuni punti che pure potrebbero esser degni di critica arrivando addirittura a dichiararli pregi; nel secondo, attenuerà la pressione diretta sul difetto che vuole criticare, limitandosi a liberarlo da ciò che impedisce di considerarlo tale. In entrambi i casi, tuttavia, è necessario chiedere una complicità al lettore, grazie alla stipula di un patto: la critica è almeno in parte delegata al lettore, che almeno in parte la declina.
A ben vedere, siamo dinanzi a un paradosso che ha del tragicomico: l’oggetto della critica trova riparo nella stessa critica, quanto più questa è spietata.    


mercoledì 11 dicembre 2013

[...]


Verrà giorno che la neurologia prenderà a calci in culo la metafisica e pure i ragazzini sapranno spiegare con un disegnino su un foglietto il cortocircuito encefalico che nel troglodita persistente in noi genera l’idea di Dio. Fino ad allora dovremo pazientare come l’uomo pazientava nella scimmia.   

Giusto mezzo millennio



Giusto mezzo millennio è passato da quel 10 dicembre 1513 in cui Niccolò Machiavelli scriveva a Francesco Vettori: «Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro».
Sappiamo che con quella lettera cercava di rientrare in gioco, e sappiamo che non servì a nulla. Meglio così, perché se avesse avuto quello che voleva, se i Medici avessero chiuso un occhio sui suoi trascorsi affidandogli qualche incarico, molto probabilmente non avrebbe avuto modo di scrivere Il Principe, che nasce da ozio forzato e cruda frustrazione, a dispetto dell’immenso capolavoro che è.
Sarà eccesso di fantasticheria, ma penso che, anche se avesse potuto prevederla, Machiavelli avrebbe volentieri barattato la fama immortale che gli avrebbe dato quel libro con una missione diplomatica che lo facesse sentir vivo. Non sapeva che farsene, dell’immortalità, né di quella predicata dai preti, né di quella dei grandi nelle cui opere va a rifugiarsi chi ha da sdimenticare che gli è impedito altro. Mi spingerò a dire una bestialità, ma il suo umanesimo è di risulta: li antiqui huomini sono un surrogato della corte da cui è tenuto lontano, costretto com’è all’hosteria, ove con l’hoste, per l’ordinario, un beccaio, un mugnaio e dua fornaciai s’ingaglioffisce per tutto di’ giuocando a cricca, a trich-trach, costretto al surrogato di mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose, che sono solo l’ombra sbiadita di segreti maneggi, congiure, schianti di eserciti, rimescolii di sangue, che per posta hanno la vita invece di un quattrino, per il quale invece si sbraita fino a farsi udire non di manco da San Casciano. Dante, Petrarca, Ovidio, che porta sotto il braccio, sono lenitivi coi quali trae el cervello di muffa coi pidocchi con cui sfoga la malignità di questa sua sorta: con questi, sendo contento lo si calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi; con quelli, per tutto transferirsi in loro, fuggendo lo sbigottimento della povertà e della morte.
Con Giuseppe Prezzolini potremmo dire che la leggenda è il premio che la Storia gli concesse per consolarlo delle sue disgrazie in vita. Questa leggenda – aggiunge – ce lo mostra «in modo ch’è difficile guardarlo senza fremere d’ammirazione o d’orrore». Dall’opera possiamo trasferire all’uomo entrambi i sentimenti, sentendolo fatto della stessa nostra carne: stesso sangue, stessa merda, nessun Dio, un sorriso senza labbra, né beffardo, né pietoso… Niccolò ci appare uomo. Per ciò che davvero è dato all’amicizia, scorticata da ogni soffice retorica, ci appare amico. Gli parliamo e quello per sua humanità ci risponde.