venerdì 7 febbraio 2014

Antiproibizionismo ©




Gli argomenti che sostengono la tesi antiproibizionista così come oggi è condivisa da sempre più ampi settori dell’opinione pubblica mondiale, e con una significativa presa d’atto da parte di un numero sempre più nutrito di governi di qua e di là dall’Atlantico, erano già tutti presenti negli scritti di William H. Stayton, che nel 1918 diede vita alla Association against the Prohibition Amendment, e di Charles S. Wood, al quale dobbiamo quello che possiamo definire il primo manifesto antiproibizionista (A Criticism of National Prohibition, 1926): il proibizionismo costituisce un grave vulnus al diritto di autodeterminazione dell’individuo e dà funzione etica allo stato; non sopprime né riduce il consumo della sostanza proibita; causa l’incremento della morbilità e della mortalità legate al suo consumo; è criminogeno ed è fonte di corruzione; impone un costo enorme alla collettività per i problemi che implica sul piano della sanità, della giustizia e dell’ordine pubblico.
Se un antiproibizionista, dunque, è chi riconosce la forza di questi argomenti, fa propria la tesi che essi sostengono e ne propugna l’affermazione in ambito culturale, civile e politico, chi potrà mai vantare di essere più antiproibizionista di altri? Potrà esserci chi vanti d’essere antiproibizionista da più tempo, di aver fatto dell’antiproibizionismo un impegno militante, perfino di averne fatto una ragione di vita, ma potrà mai intestarsi la paternità della tesi antiproibizionista o addirittura pretendere di averne l’esclusiva per ciò che attiene al metodo che la traduce in iniziativa politica? A mio modesto avviso, no, e per una semplicissima ragione: le opinioni non hanno concessionari. E tuttavia, almeno in ipotesi, concediamo per un istante che sull’idea di antiproibizionismo possa pesare un diritto di proprietà intellettuale, e chiediamoci: chi può legittimamente rivendicarlo oggi? Neanche gli eredi di Stayton e di Wood, credo, visto che le leggi federali americane non contemplano la tutela di tale diritto oltre i 70 anni dal deposito del copyright, che in questo caso nemmeno risulta essere stato registrato.
Dai microfoni di Radio Radicale, invece, tocca sorbirci il lamento di chi rivendica addirittura di aver «inventato la parola antiproibizionismo» per lessere stato dichiarato indesiderato alla marcia antiproibizionista che un lungo elenco di associazioni, quasi tutte orbitanti nella variegata area dell’estrema sinistra, ha indetto per sabato 8 febbraio, a Roma, per chiedere l’abrogazione della legge Fini-Giovanardi. Indesiderato in quanto radicale, sia chiaro, non in quanto antiproibizionista, perché non gli è fatto divieto di partecipare alla marcia, ma solo di esporre contrassegni di appartenenza al movimento che ha per leader Marco Pannella. Sostanzialmente è lui, infatti, il solo indesiderato alle manifestazioni indette da quellarea, come non si è mancato di fargli intendere, e in modo esplicito, in più di unoccasione, a fronte delle sue insistenze che hanno dato qualche ragione di apparire provocatorie. È noto, tuttavia, che i radicali non abbiano mai avuto nulla da eccepire sul fatto che lopinione pubblica li considerasse poco più che meri strumenti delle scelte politiche decise da Marco Pannella, anzi quasi sempre ne hanno fatto motivo di fierezza, comè costume dei movimenti che si danno leadership di tipo carismatico.
Nulla di strano, dunque, che il divieto di partecipare alla marcia, espressamente rivolto a Marco Pannella, sia formalmente esteso a tutti i momenti associativi della cosiddetta «galassia radicale». Nelle prerogative di chi indice una manifestazione del genere, daltronde, non vi è anche quella di poter decidere chi invitare e chi no? Nessun impedimento è posto a un radicale di partecipare alla marcia da semplice cittadino, gli è solo fatto divieto di parteciparvi da esponente di un movimento politico che su molti altri temi ha posizioni non condivise, a voler usare un eufemismo: gli si fa presente che non sono graditi simboli di partiti, tanto meno quello che cammina sulle sue stesse gambe. Ma forse dà fastidio anche che alla marcia partecipi chi si sente padrone dell’idea antiproibizionista, di aver «inventato la parola antiproibizionismo», come andasse a riscuotere il compenso dovuto a una concessione dei diritti.


3 commenti:

  1. Mi sarebbe proprio piaciuto che qui da Lei si fosse aperto un bel dibattito sul proibizionismo, perché più se ne parla meglio è. Lo стaрец al contrario mi lascia del tutto indifferente; anzi, no, direi piuttosto che sentirlo nominare, ultimamente provoca in me pure un leggero senso di fastidio.
    LB

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  2. A me, radicale non pannellide dissidente e dissenziente, la critica ha convinto e piaciuto moltissimo, l'ho postata sul mio profilo di FB e sul Forum radicale inuffiale di FB...E' IN PIENA TRADIZIONE DIALETTICA MALVINIANA!
    UN SALUTO A TUTTI!
    :)

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  3. Liberi questi certamente antiproibizionisti per essere liberi di farsi le canne di essere proibizionisti verso chi gli sta sul cazzo.

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