domenica 25 gennaio 2015

«Che pretendi?», ho detto

L’odio è un sentimento che si è soliti infamare, ma per mera convenienza, per quel debito di ipocrisia che ci accolliamo per essere accettati in società. Non lo infamiamo solo per offrire agli altri la faccia più gradevole, quella mansueta, quella non pericolosa: quello che ci costringe a dire che siamo incapaci di odiare, o almeno che evitiamo, e sempre con piacere, senza sforzo, fino al paradosso di dichiarare che odiamo l’odio, è il fatto che, quando non produce gli effetti voluti, spesso assai al di sopra delle nostre forze, l’odio rivela un nostro fallimento, rendendoci ridicoli, e in società il ridicolo uccide. Questo accade pure con l’amore, ma l’amore si accontenta d’essere ricambiato, mentre l’odio è sempre più esigente, spesso chiede l’impossibile, soprattutto fa più fatica dell’amore ad arrendersi, anzi, nel non trovare soddisfazione s’invigorisce, e non è affatto raro che per trovare ristoro si ritorca su chi odia, infliggendogli una doppia sconfitta, dunque rendendolo ancor più ridicolo. Chi odia, insomma, rischia di più, molto di più. Si finisce per risolversi a non odiare, il che è disumano, sennò a dissimulare l’odio al meglio, per lo più sublimandolo. Conveniente, senza dubbio, ma profondamente ingiusto. C’è sempre un prezzo da pagare nel rinunciare all’odio e spesso è sempre più salato del ridicolo che ci si procura odiando senza riuscire a produrre gli effetti voluti. L’odio è un sentimento forte, bello, nobile, tragico come tutti i sentimenti, e come tutti i sentimenti va curato, certo, ma non corrotto.

Ogni tanto prendo a caso uno dei tanti quadernetti riempiti in gioventù e rileggo qualche pagina. Quella che ho ritrascritto qui sopra, mettendo solo un poco d’ordine alla punteggiatura, reca la data del 6 luglio 1980: l’ho riletta stamane, fumando la prima sigaretta della giornata. Ero più saggio allora, ho pensato. Forse un po’ più goffo, com’è naturale quando si ha solo poco più di vent’anni, ma senza dubbio assai più saggio. Nel fondo, mi son chiesto, queste cose non le pensi anche adesso? E saresti capace di scriverle esattamente come le scrivevi allora? Vabbe’, mi son risposto, che ci vuole? Copio e pigio «invia». E così mi ero ripromesso di fare, ma poi all’ultimo momento ho constatato che in calce avevo scritto «6.7.1980»: una vigliaccheria, tentavo di dissociarmi.
«Hai visto?», m’ha chiesto il ventitreenne di allora. «La pensi come me, ma non riesci a sottoscrivere quello che ho scritto senza prendere le distanze. E che distanze! Ci metti in mezzo sette lustri e così salvi la faccia, fellone!».
«Che pretendi?», ho detto.
«Che ti prendi la tua parte di ridicolo: spara il nome di uno che odi. Ma di uno che odi veramente, fino alla tua ultima cellula. Uno che, potendo, ti lavoreresti di rasoio e fiamma ossidrica per secoli e secoli».
«Mi vergogno», ho detto.
Mi ha riso in faccia e ha detto: «Vabbe’, lasciamo perdere. Rimettimi nello scaffale e cerca di non venire più a rompere il cazzo».

3 commenti:

  1. Per caso, l'epilogo è altresì rivolto ai posteri che potrebbero, tra una decina di lustri, aver l'uzzolo di render pubblici i quadernetti?

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  2. Dott.Castaldi non si deve preoccupare, è una sindrome ben conosciuta dai geriatri.
    Molti di noi ci sono già passati, bisogna cercare di evitare soprattutto anche l'album delle foto. Dopo i 70 se ne va da sola. Il coraggio non le manca!

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