giovedì 22 gennaio 2015

Il royal baby

Troverete ben poca politica nel libricino scritto da Giuliano Ferrara (Il royal baby, Rizzoli 2014), anche se si presenta come «breve conversazione sul nuovo nato», e cioè su Matteo Renzi, a mo’ di instant book sul Patto del Nazareno. In realtà, si tratta di un monologhetto dal quale si potrebbe trarre il testo d’una pièce teatrale, coll’io narrante in proscenio e sul fondale, a scorrere, immagini d’archivio, quelle sì tratte dalla cronaca politica, da quella più recente a quella che ormai data trent’anni. La politica, insomma, sta dietro il discorso, che qui non è lectio e non è oratio, anche se assume la maniera qua dell’una e là dell’altra: va in scena il caso umano, il personaggio che tira le somme della propria esistenza, nella quale la politica – più che altro, i suoi rumori – hanno fatto da colonna sonora.
In questo senso, l’incipit è onesto: «A me è necessaria la politica. Non posso vivere senza i suoi travestimenti, le frodi, l’impostura, i segreti […] Non posso vivere senza l’imprevisto, l’inimmaginabile, il callido. Ho bisogno della legge bronzea, della forza che dispiega l’intelligenza di una cause célèbre, la controversia, il bagno di odio metaforico, la violenza della rottura costruita con il compromesso necessario». Della politica, in buona evidenza, qui si descrive l’atto, non già il fatto – d’altronde non è escluso che per Giuliano Ferrara la politica possa ritenersi puro atto (ovviamente cosa un po’ diversa dal gentiliano «atto puro», ma non troppo distante) – e tuttavia che il fatto abbia una sua ratio, di cui l’atto non è che rappresentazione, ci era sembrato non gli sfuggisse in pagine più seriamente meditate, come nella prefazione a Scrittura e persecuzione di Leo Strauss (Marsilio, 1990) o in quella a La saggezza della fronda. Massime del Cardinale di Retz e di François de La Rochefoucauld (Giuseppe Laterza, 2001). Qui, no.
Qui, come in una fin de partie, sembra che la categoria del politico (schmittianamente inteso) riduca amico e nemico a mere marionette di un teatrino, svilendo la tragedia a dramma, a comédie humaine, mentre l’Ausnahmezustand si contrae in un eccitato stato d’ansia, che ci si sforza di sentire stuzzicante. Quanto possano aver giocato i recenti problemi di salute e la severa dieta alimentare cui è stato sottoposto (al momento con buoni risultati, nell’ultimo anno deve aver perso almeno venti chili) è questione che andrebbe approfondita, sta di fatto che in questo libricino (poco più di 120 pagine, di 21 righe ciascuna, per 50 battute a riga: su Il Foglio sarebbe entrato tutto in tre paginoni di inserto) c’è solo una patina di dottrina, e ad un colpetto d’unghia salta, rivelando che sotto c’è solo umore, e solo in apparenza buono. Anche dove parrebbe dispiegarsi un metodo, nel tentativo di costruire un sistema, tutto abortisce nella provocazione, nel gusto un po’ malato di scandalizzare: «Quel che serve non è un Paese migliore […] Quel che serve è una rete di interessi corporativi combinati, che non esclude patti trasversali e inconfessabili doppi, tripli giochi, sempre nascosti dietro la fiera denuncia dei patti col demonio stipulati dagli avversari del momento». Così quando sembrerebbe stia prendendo avvio un ragionamento sulla natura del potere in era postdemocratica: «La leadership personale [...] è questo: non ci sono più partiti come sistema, non cè un ceto produttivo e borghese, non cè lintellighenzia, non cè la classe con la sua rappresentanza, il populazzo è come in Guicciardini “mille volte uno pazzo”, si muove flessuoso tra unelezione e laltra, è disponibile allavventura, al fidanzamento, non appartiene più, non resta che la persona, luomo solo al comando di se stesso che prova a manovrare il consenso diffuso dellinterdizione del mugugno, dellinfluenza e della furbizia». Bene, e dunque? «In questo, Renzi, allievo naturale del suo venerato predecessore, è ben piazzato». Stop.
Nulla del trattatello, dunque, anche se di tanto in tanto il tono fa il verso all’encomiastica di certi scrivani del XVI e del XVII secolo, che tra un inchino e l’altro infilavano un consiglio. C’è tanto di quell’io, in questo libricino, che Silvio Berlusconi e Matteo Renzi sembrano maschere, e maschere sembrano i tanti citati nelle ultime 20 pagine, dove l’io si veste addirittura di terza persona, per una breve autobiografia che cede alla celebrazione e pecca di pesante autoindulgenza, sebbene un po’ attenuata da qualche gigionismo e tante strizzatine d’occhio. Per chi conosce i fatti come davvero sono andati (Pino Nicotri, L’arcitaliano Giuliano Ferrara, Kaos 2004), questa storiella, che negli ultimi dieci anni ci è stata riproposta almeno cinque o sei volte, sembra un training autogeno. Così con Matteo Renzi, che poi «non è nemmeno il mio tipo», ma è che «volevo un vendicatore di questi vent’anni [e] l’ho avuto». Non gli è difficile convincersi che può dirsi soddisfatto del film che ha visto: ha vociato durante la proiezione, la trama ha preso la piega che voleva, esce dal cinema con la sensazione di aver concorso alla sceneggiatura. Non gli è difficile, soprattutto, presentare Matteo Renzi come figlio naturale di Silvio Berlusconi: stessa tecnica d’un Marco Travaglio, ovviamente rovesciando il segno.
Nulla di nuovo, dunque, si tratta di un libricino pressoché inutile. Prezzo di copertina 15 euro, scontato del 25% già a due settimane dall’uscita, a presto sulle bancarelle degli invenduti a 2 euro. Se volete comprarlo, vi conviene aspettare.  

7 commenti:

  1. scusi Malvino, ma Giuliano Ferrara non le ricorda, a volte, l" Ultimo Uomo" di Nietzsche ?

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    1. Onestamente, no. Piuttosto Oskar Matzerath in Die Blechtrommel.

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  2. Ho preso una decisione. Alle prossime politiche voterò il candidato più infamato dal Giulianone, fosse anche Anders Breivik. Se funziona al contrario, avremo trovato il nostro Pericle.

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  3. I miei tavoli hanno tutte le gambe a posto, quindi non ho bisogno di questo "libro" per far spessore.

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  4. Mah, a prescindere da lectio e oratio, un paio di 'pizze' ben assestate le avrà mai prese nel recente ? E' una cura molto efficace nei confronti della categoria di codesti intellettuali snob, nella fattispecie il nostro, il cui apparato familiare e cursus honorum non giustifica per nulla la profonda maleducazione.
    (A prescindere pure dal miliardo di lire che si è preso con 'Il Testimone' più i seicento di Tanzi,e il resto .... l'ateo devoto)

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    1. Sostanzialmente d'accordo, ma le 'pizze' a nessuno. Palle di letame, crisantemi marci, gatti putrefatti, tutto quello che le pare, ma 'pizze', per piacere, no: quella è roba da papi. In quanto a Tanzi, la questione è controversa, e proprio a causa di Tanzi, che una volta ha detto un miliardo, un'altra ha detto mezzo: nell'incertezza sospendiamo il giudizio, ancor più il pettegolezzo, visto che sulla faccenda non s'è espresso alcun magistrato. Per Il Testimone, invece, tenga conto che quei pacchi di soldi, a quei tempi, erano quotazioni correnti.

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