giovedì 26 marzo 2015

Se un giorno me ne venissi con un post del genere

Tenetevi forti, ché sto per darvi un’affascinante lettura de The Comedy of Errors di William Shakespeare. Cominciamo col dire che compie quindici anni il saggio col quale il professor Martino Iuvara cercò di dimostrare che Shakespeare non fosse nato a Stratford-upon-Avon, ma a Messina, e che il suo vero nome fosse Michelangelo Florio Crollalanza, fuggito in Inghilterra per sfuggire alla Santa Inquisizione a causa della sua fede calvinista. Tesi un po’ a cazzo di cane, questo è vero, ma come si spiega che ben 15 delle 37 tragedie shakesperiane sono ambientate in Italia e La Commedia degli Errori proprio in Sicilia? Be’, sia come sia, suppongo non vi saranno sfuggite le analogie che intercorrono tra la poetica di Shakespeare e l’opera pittorica di Giuseppe Albino detto il Sozzo (1550-1611), siciliano pure lui. Vero è che sono analogie d’un esile, ma d’un esile, che manco le definirei analogie, e tuttavia una cosa è indiscutibile: il Bardo e il Sozzo avevano in comune una fastidiosissima allergia alla Parietaria officinalis. Bene, ora qui il discorso si farebbe complesso, sfiancante, perciò, via, lasciamo perdere.

Dite la verità: se un giorno me ne venissi con un post del genere, direste che mi sono bevuto il cervello? Non saprei darvi torto. Bene, sappiate che mi limitavo a parodiare Marco Bona Castellotti (Giordano Bruno non era solo antisemita, ce l’aveva con l’intera tradizioneIl Foglio, 25.3.2015).

«Compie quarant’anni l’interessante saggio di Irving Lavin nel quale è adombrato che la prima versione del “San Matteo con l’angelo” di Caravaggio, già in san Luigi dei Francesi, non venne rifiutata per ragioni di decoro – gambe accavallate, piedi sporchi – come tramandano le fonti storiche, bensì perché la rappresentazione del soggetto nasconderebbe una componente eterodossa. Le lettere scritte in ebraico, che compaiono sul libro tenuto in mano da Matteo (Levi d’Alfeo), corrispondono infatti alla trascrizione della genealogia di Cristo, compiuta nel 1582 da un giudaista protestante d’origine ebraica, Sebastian Münster, e respinta dalla chiesa cattolica. A dire il vero, lo stralcio del testo evidenziato da Caravaggio poteva risultare accettabile tanto agli occhi dei cattolici che dei protestanti, in quanto collimava con la “Vulgata” di san Gerolamo. Ciò non di meno il dipinto fu respinto, facendo precipitare il pittore nello sconforto. Se l’ipotesi di insinuazioni filoprotestanti fosse fondata – il che non è per nulla certo – sarebbe l’indice di un atteggiamento provocatorio dei committenti, forse condiviso dal Merisi».
Stai per parlare dell’antisemitismo di Giordano Bruno e attacchi con una tesi sul Caravaggio che tu stesso affermi d’essere bislacca? Dove mi vuoi portare?
«Due anni prima di quel dipinto caravaggesco, nel 1600, Giordano Bruno era stato arso vivo in Campo de’ Fiori, colpito dall’accusa di eresia. In un importante studio per taluni aspetti condivisibile e per altri no, Argan prospetta alcune analogie fra Bruno e Caravaggio, ma va subito sottolineato che la spiritualità immateriale, esoterica, ermetica, panteista, lulliana, ficiniana e soprattutto gnostica del Nolano è agli antipodi della visione della realtà di Michelangelo Merisi. […] I due muovono da matrici culturali diversissime, essendosi l’uno formato in ambiente napoletano tomista, l’altro in ambiente lombardo borromaico. In conclusione, tra Bruno e Caravaggio i punti di contatto sono assai pochi ».
Perfetto, ma allora perché imbastisci il parallelo? Perché in entrambi c’era l’antisemitismo – ma forse è meglio definirlo antigiudaismo – che a quei tempi era un pregiudizio diffusissimo? Ok, in Giordano Bruno c’era, ma in Caravaggio? Non un cenno.
Va bene, passi per il Caravaggio messo nel corpo dell’articolo per rimpolparlo, ma almeno vogliamo scandagliare nel fondo dell’antigiudaismo bruniano, lì dove sembra dare argomento anche all’attacco «denigratorio che concerne, direttamente o per allusione, Cristo, la chiesa, i santi, in specie san Paolo, e i gesuiti»? No, «il discorso è estremamente complesso e presuppone un affondo nella letteratura bruniana a dir poco sfiancante»Per carità di Dio, sfiancare il Castellotta, mai.

1 commento:

  1. Caro Malvino per apparire colti al giorno d'oggi è normale infarcire i componimenti di nomi illustri di citazioni dotte. Che le citazioni siano spurie non conta, tanto chi va a controllare? Che i nomi non c'entrino nulla non importa, intanto fanno fino e non impegnano. Lo scriveva già Calvino in un carteggio del '58 con Faulkner.

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