martedì 28 aprile 2015

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«Mi auguro che il governo non metta il voto di fiducia sull’Italicum. Se verrà messo, forse non risponderò all’appello, ma escludo di votare no alla fiducia», così Rosy Bindi (Piazza Pulita – La7, 27.4.2015), e c’è da scommettere che questa sarà la linea di quasi tutta la minoranza interna al Pd, quella che tanto ha starnazzato fin qui su quanto l’Italicum faccia schifo e su quanto faccia schifo metterci sopra il voto di fiducia: in sostanza, queste patetiche figurine non renderanno mai i loro voti utili ad impedire che la schifezza diventi legge dello Stato, neppure se schifoso dovess’essere il modo in cui si arriverà alla sua approvazione. Come volevasi dimostrare, anzi, anche peggio, perché ieri ho scritto che, «se passerà l’Italicum, sarà perché l’avrà votato un congruo numero di deputati del Pd», e che «poco importa quanto saranno stati i dissidenti che alle ragioni di opportunità avranno opposto quelle di principio, perché vuol dire che saranno stati comunque irrilevanti»: qui non solo le ragioni di principio si piegano a quelle di opportunità, ma queste ultime vengono addirittura dichiarate indiscutibili. Non c’è un Pd buono e uno cattivo, ce n’è uno solo, ed è tutto – volente o nolente – renziano. Sembra uno scontro interno, ma in fondo è solo un gioco delle parti.

10 commenti:

  1. Dotto', sono abbastanza vecchio da ricordarmi quando Pannella perse la mia di fiducia: si approssimava il voto sull'autorizzazione all'arresto di Toni Negri (le cui idee aborro oggi più di allora, ma che non meritava di marcire in galera solo perché sparava assurdità), liberato dopo essere stato eletto nelle liste radicali, ma il guru proseguì imperterrito nello 'sciopero del voto' che si era inventato da poco; risultato: Negri se ne scappò a Parigi. Ricordo anche che l'unico deputato radicale a dissociarsi e a denunciare quella e altre porcate passate in parlamento grazie al non-voto dei radicali fu Gianluigi Melega (ricordo male?).
    Il tutto per dire che fu allora (ero molto giovane) che aprii gli occhi e cominciai a diffidare di quelli che strepitano e si dimenano ma poi, alla resa dei conti, si dimostrano fondamentalmente alleati e collusi con quelli di cui, a parole, si dichiarano nemici implacabili.

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    1. Su Gianluigi Melega ricorda benissimo

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  2. oh no, non sono per nulla d'accordo. non sono tutti renziani, ma sono tutti democristiani, dalla culla alla tomba. difendono tutti gli stessi interessi fondamentali, e il resto (e qui hai conseguentemente ragione) è solo un gioco delle parti.

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  3. Perfettamente d'accordo con questa analisi. Aggiungo che le anime belle alla Bersani e alla Cuperlo al momentio decisivo si dimostrano fedeli solo alla 'ditta', non certo alla costituzione e alla democrazia. E del resto, se hanno consentito a un Renzi di diventare leader, la loro statura politica e culturale si comprende bene. Ora lavorano solo per strappare in qualche modo un posto in lista alle prossime elezioni, e questo è il triste epilogo della loro carriera.

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  4. Devo citare, banalmente, Manzoni: "Se uno non ha il coraggio, non se lo può dare."
    Buona giornata
    Massimo

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  5. Finalmente qualcuno lo dice.
    Molti a sinistra continuano a rilevare la presunta svolta "destrorsa-autoritaria" di Matteo Renzi, quando in realtà le sue azioni si innestano alla perfezione sul solco della "grande" tradizione del PD-PDS-DS. È solo più sfacciatamente arrogante. Renzi fa quello che i democratici perseguono da almeno 25 anni. La stretta rigoristica da scaricare solo sui poveri cristi, le finte liberalizzazioni, le privatizzazioni ad personam, l'incentivazione del precariato, la sudditanza a uno scriteriato progetto europeo senza capo né coda. Non ci vedo alcuna rottura col passato.
    Maurizio

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  6. Anche perchè Bindi e compari 'ndo vanno?
    A fare i giovani virgulti altrove?
    La cosa interessante è che lo stesso pensiero pare attraversare la mente del Civati Pippo, ridotto ad esibirsi da pischello brianzolo cannarolo per mascherar gli ormai trentanove inverni sul groppone.
    Stia bene, sempre utile passar di qua.
    Ghino La Ganga

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  7. "Non c’è un Pd buono e uno cattivo, ce n’è uno solo, ed è tutto – volente o nolente – renziano".
    Verissimo. E' il compimento del processo di trasformazione del PD in partito "personalista" (così lo definiscono Pasquino e Diamanti). Berlusconi ha tracciato la via venti anni fa ed era inevitabile che coloro i quali sono politicamente cresciuti (si fa per dire) in questi ultimi venti anni seguissero quel modello, a suo modo vincente. Aggiungiamoci che la delega al capo di turno piace a tanti italiani, così avvezzi al disimpegno e alla scelta della soluzione più comoda e che mal tollerano il rispetto della forma (che in democrazia è sostanza) et voilà, il gioco è fatto. Eppoi un capro espiatorio, tra dieci o venti anni, torna sempre utile.

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    1. Lega e Grillo sulla scia. Per combattere la 'partitocrazia' siamo arrivati al partito personalistico. Non necessariamente padronale attenzione, Salvini o Renzi possono essere fatti fuori, da un altro che prenderà il loro posto però.

      Quello che scrive si condensa in "quel modello, a suo modo vincente. ". Altro che plebe, direi gregge.

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  8. ok, l'ha messa davvero. Ora devo solo scegliere in quale capitale europea passare il prossimo weekend elettorale.

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