lunedì 13 aprile 2015

Genocidio

Qualche giorno fa, a proposito dell’omicidio plurimo aggravato consumatosi al Tribunale di Milano, ho scritto che parlare di strage fosse improprio, perché «è strage quando ammazzi alla cieca, perché colpisci membri di una collettività che, per quanto eterogenea, investi di un’identità che è essa stessa il tuo bersaglio», mentre lì «la scelta delle vittime da parte dell’assassino aveva una ratio che le individuava precipuamente in soggetti predeterminati: quel tal giudice, quel tal avvocato, quel tal coimputato, ecc.», sicché, in riferimento a molti titoli strillati dai mezzi di informazione, quella di strage fosse «imputazione a cazzo di cane», mossa esclusivamente dall’inclinazione al sensazionalismo.
Qualcosa del genere, anche se a un livello indubbiamente superiore rispetto a quello dell’opinione pubblica che trova voce nel cronista, è accaduto e accade con l’imputazione di genocidio mossa da tempo alla Turchia, e in sede assai più qualificata, con pezze d’appoggio giurisdizionali di qualche indubbia solidità. Non è assolutamente lecito, infatti, sul piano storico e su quello morale negare che cent’anni fa, per diretta responsabilità del governo turco dell’epoca, si sia consumato lo sterminio di un enorme, ancorché imprecisato, numero di armeni, ma quanto è congruo chiamarlo genocidio?
Se col termine intendiamo l’insieme funzionalmente strutturato di atti finalizzati all’eliminazione fisica di un gruppo più o meno ampio di individui accomunati da un tratto identitario nazionale, etnico o religioso, fu senza dubbio un genocidio quello della Germania nazista a danno degli ebrei, cercati ovunque fosse possibile raggiungerli e eliminati in quanto ebrei. Se questo è il paradigma, trovano qualche ragione le perplessità avanzate da storici che non possono essere sospettati di simpatie per la Turchia e che, senza negare l’enormità del crimine commesso a danno degli armeni, nutrono qualche dubbio sul fatto che siano stati eliminati in quanto armeni, ne sarebbe prova il fatto che persecuzioni, le deportazioni e i massacri colpirono quasi esclusivamente gli armeni residenti in Anatolia, sostanzialmente trascurando quelli residenti altrove.
Ripeto: qui non è discussione che la violenza ci sia stata, e sia stata bestiale, e di dimensioni enormi, e per mano dei turchi, e a danno di armeni, e che questo, anche a distanza di un secolo, reclami giustizia. La questione che sollevo è altra: è corretto parlare di «genocidio armeno»? Per meglio dire: gli armeni che trovarono la morte per mano turca furono eliminati in quanto armeni, in quanto cristiani, o piuttosto in quanto ostacoli – reali o percepiti tali – per la realizzazione di una Grande Turchia che includesse stabilmente l’Anatolia? Nessun negazionismo: morirono a centinaia di migliaia, forse a milioni, ma si trattò di genocidio o di un progetto criminale che comunque non aveva a oggetto un’identità nazionale, etnica o religiosa?
Probabilmente è questione irrilevante, ma è proprio sul termine che sembrano acuirsi le tensioni diplomatiche con la Turchia, oggi non meno che ieri. E oggi, a rinfocolarle sul punto, bel bello, ecco Bergoglio, che, seduto in cima alla catasta dei milioni di morti addebitabili ai cristiani nel corso dei quindici secoli in cui il cristianesimo non si fece alcuno scrupolo nell’eliminazione degli avversari – reali o percepiti tali – che gli impedissero la pretesa di cattolicesimo (etimologicamente inteso: κατα ολος, su tutto), azzarda il ruolo di supremo giudice del tribunale penale internazionale. 


25 commenti:

  1. Posto che ho pochissima simpatia per i turchi, un paio di decenni prima terminava la mattanza dei nativi americani. Certo che calare i propri giudizi nel contesto che fu è proprio un'operazione difficile. Cent'anni fa essere sessista, xenofobo, omofobo e antisemita non era tollerato, in parecchie occasioni era pure richiesto.

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  2. Tralasciando la sua solita ossessione per le colpe del cristianesimo (una mania ormai) e venendo alla questione specifica, le chiedo: se vi fosse stato un progetto per l'eliminazione degli armeni non perché semplicemente diversi etnicamente e religiosamente, ma perché questa loro diversità era percepita come un pericolo in tempo di guerra e uno degli "ostacoli – reali o percepiti tali – per la realizzazione di una Grande Turchia che includesse stabilmente l’Anatolia" (parole sue), non rientrerebbe forse nella definizione di genocidio sancita dalla convenzione ONU? E venendo a quello che è lo snodo cruciale (lo saprà meglio di me: quelle quattro parole, "with the intent of"), non è forse sufficiente rendersi conto che è veramente improbabile che a provocare la morte di 300.000 persone (la cifra minima ammessa anche dalla Turchia, probabilmente molti di più) sia stata solo la disorganizzazione nelle deportazioni o una serie di sfortunate coincidenze?

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    1. Perché chiama ossessione il mio richiamo ai crimini del cristianesimo? In fondo vi ricorro solo quando m'imbatto in tentativi di occultarli. Una troia si spaccia per vergine e io alzo il ditino e le dico: "Signora, un po' di pudore, via!". In quanto alla questione specifica, mi pare di aver chiarito bene gli estremi giurisdizionali che fanno di un massacro un genocidio, limitandomi a dire che non sono del tutto infondate le ragioni di chi afferma che nel caso armeno non vi siano. E a meno di 24 ore da quello che scrivevo ieri, voilà, Ban Ki-moon, che sul diritto internazionale voglio sperare abbia diritto alla parola, supporta la mia tesi (http://www.ilgiornale.it/news/mondo/genocidio-degli-armeni-anche-lonu-scarica-papa-1116293.html). Via, torni a cuccia e se ne stia buonino.

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  3. Una tesi contestata da 20 parlamenti nazionali, che non hanno le preoccupazioni di un portavoce in conferenza stampa. Contento lei. Quanto al resto, è riuscito ad infilare una tirata sui crimini del cristianesimo anche in un post sulle responsabilità della Turchia nei massacri armeni: se non si rende conto che le citazioni a sproposito non giovano alla sua causa, ma la fanno anzi sembrare un po' ridicola, beh non so come spiegarglielo. Ma non si preoccupi, non tornerò a disturbarla, è inutile discutere con i fanatici.

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  4. Lei non entra nel merito della definizione del termine "genocidio", definisce "portavoce" il segretario generale delle Nazioni Unite, dice che i crimini del cristianesimo siano evocati "a sproposito" quando i cristiani lamentano i crimini subiti e congettura che le mie riflessioni siano o vogliano essere strumentali ad una "causa". Sì, se non torna a disturbarmi, mi fa una grande gentilezza.

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  5. Ad onor del vero Luigi credo che l'anonimo si riferisca al fatto che nell'articolo che citi è il portavoce di Ban Ki Moon ad aver fatto quella dichiarazione. Al di là dei toni provocatori del commento (si vede che hai toccato qualcosa che gli sta a cuore...) devo dire che l'obiezione non mi pare insensata

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    1. Portavoce di Ban Ki-moon, dunque avrà parlato a suo nome, non credo si sia preso la libertà di esprimere le sue opinioni personali. Quello che ha detto è che si è trattato di un massacro, senza dubbio, ma che gli estremi giurisdizionali per parlare di genocidio sono almeno dubbi. D'altronde non capisco in cosa venga meno la gravità del massacro se gli si toglie la definizione di genocidio. Ripeto: gli armeni non vennero massacrati in quanto armeni. E qui vorrei citare testualmente quanto afferma l'anonimo nel suo primo commento: "Se vi fosse stato un progetto per l'eliminazione degli armeni non perché semplicemente diversi etnicamente e religiosamente, ma perché questa loro diversità era percepita come un pericolo in tempo di guerra e uno degli "ostacoli – reali o percepiti tali – per la realizzazione di una Grande Turchia che includesse stabilmente l’Anatolia" (parole sue), non rientrerebbe forse nella definizione di genocidio sancita dalla convenzione Onu?". Bene, la risposta è no: non rientrerebbe nella definizione di genocidio sancita dalla convenzione Onu, che fa chiaro riferimento alla persecuzione all'eliminazione di individui in precipua ragione della loro identità nazionale, etnica, razziale o religiosa. Bene, gli armeni che abitavano nella capitale turca non furono deportati o uccisi, prova evidente che la loro identità (nazionale, etnica, razziale o religiosa che voglia intendersi) non ne fosse ragion sufficiente. Ma il nostro anonimo fa il furbetto: scrive di "questa loro diversità" per darle una sostanza identitaria. Altro che provocatore, è uno stronzo.

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  6. Però, senza entrare in bizantinismi, non capisco: è vero che non si voleva che ci fossero Armeni (o altri cristiani) in Anatolia orientale perché il loro essere non-musulmani e non-turchi li esponeva alla possibilità di essere una "quinta colonna" del nemico e un fattore di instabilità politica e nazionale. Ma in che senso questo non rientra nella definizione dell'ONU? E' comunque in virtù della loro identità nazionale, etnica e religiosa che erano percepiti come un nemico da annientare. Diciamo che la pericolosità di quelli di Istanbul era "latente" e di quelli sul confine orientale appariva invece "manifesta"? Sta di fatto che il criterio primo e fondante era il loro essere armeni, tanto è vero che gli esponenti più "pericolosi" (intellettuali, politici, notabili) furono arrestati e uccisi anche molto lontano dalle zone sensibili.

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    1. Ma non si tratta di bizantinismi. Se la questione anatolica avesse reso pericolosi agli occhi dei turchi una qualsiasi altra identità nazionale, etnica, razziale o religiosa, il massacro sarebbe stato a suo danno, e nella misura in cui il massacro sarebbe stato inteso come soluzione del problema.

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  7. Il fatto che lei scriva che "gli armeni che abitavano nella capitale turca non furono deportati o uccisi" prova solo la sua ignoranza o malafede, dato che la data di commemorazione del genocidio, il 24 aprile, commemora proprio la deportazione di 2.345 intellettuali armeni da Istanbul, molti dei quali furono poi uccisi. Ma probabilmente non avrà neanche il coraggio di pubblicare il commento e rettificare. Non che sia qualcosa che deve a me, peraltro, ma a tutte le vittime di cui sta negando la memoria.

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    1. Ah, di nuovo qui? Senza nominarlo, ho citato Boghos Levon Zekiyan, prete e storico, armeno, per il quale "l'obiettivo della deportazione riguardava non tanto gli armeni in quanto componente etnica, ma piuttosto gli armeni come componente territoriale dell'Anatolia, nel quadro del progetto detto della Grande Turchia". Componente territoriale, nulla a che vedere con un'identità. Resta il fatto che fino a tutto il 1920 nelle grandi città turche a un sacco di armeni non fu torto neanche un capello.

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    2. Se lei avesse letto veramente qualcosa di Zekiyan che non fosse quella striminzita citazione copia-incollata da una nota di Wikipedia (e peraltro decontestualizzata), saprebbe benissimo che l'autore dietro al quale si rifugia usa eccome il termine di genocidio - è addirittura coautore di un libro che ce l'ha nel titolo! - e sostiene esattamente quanto sto cercando di spiegarle da ieri. Ma ormai ho capito il suo metodo: dice la sua opinione sull'intero scibile umano e poi si finge competente anche quando chiaramente non lo è.

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    3. Ho scritto da qualche parte che Zekiyan sposi la tesi che quello armeno non sia un genocidio? No, ho detto solo che anche uno storico armeno non fa fatica a riconoscere che "l'obiettivo della deportazione riguardava non tanto gli armeni in quanto componente etnica, ma piuttosto gli armeni come componente territoriale dell'Anatolia": affermazione che può ficcare nel contesto che le pare, ma resta un argomento a sfavore della tesi che si sia trattato di genocidio. Io non mi dichiaro affatto competente sull'intero scibile umano, tutt'altro, e questo post non fa eccezione: sollevava solo dei dubbi nel merito (è stato davvero un genocidio? perché non basta definirlo sterminio? e il primo capoverso del post penso dia la traccia dell'intento posto nel sollevare la questione, se riesce a coglierlo) e nel metodo (è legittimo che Bergoglio spacci lo sterminio degli armeni come martirio della fede? senza nemmeno un po' di pudore per gli stermini di cui è stato responsabile il cristianesimo?). Lei, invece, e da subito, ha attaccato in modo aggressivo e del tutto impertinente, con ripetute offese e osservazioni gratuite se non francamente cretine. Mi mette in bocca affermazioni che non ho fatto e si inventa pure le intenzioni che sarebbero subdolamente dietro ad esse. In più, interviene da anonimo, anche se il disclaimer qui a lato gliene farebbe divieto. All'aggressività alterna il vittimismo, dice che non tornerà più qui e poi ritorna, e insulta ancora. Guardi, oggi mi trova di ottimo umore e perciò la mando solo a cagare.

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    4. Malvi', t'ha dato dell'incompetente!!!
      Rp

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    5. io credo di aver capito cosa volevi dire e poi era anche chiaro

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    6. Ti ringrazio. Mi consenti di lasciare a metà 'sto pippone che mi stava uccidendo dalla noia. Pure tu, però, co' 'sto difetto di non lasciare un nome e un cognome...

      Faccio fatica a lasciare nella pagina dei commenti le obiezioni sollevate a quanto scrivo, anche quando mi pare di aver dato ad esse una risposta adeguata in quella sede. Sarà che nel contraddittorio diretto, che chiunque ha un blog sa bene quanto spesso corra il rischio di snervarsi in battibecco, avverto un limite alla costruzione di un’argomentazione debitamente articolata. Limite mio, ovviamente, perché non sarebbe poi tanto difficile liberare dai toni aggressivi e impertinenti le obiezioni meritorie di attenzione, ma a me fin troppo spesso non riesce, perché tra i tanti miei difetti c’è la permalosità. Accade, allora, e non sarà sfuggito a chi legge queste pagine con qualche assiduità, che torno sulla questione che ha dato vita allo scambio di opinioni degenerato in alterco, cercando di chiarire quanto evidentemente nel mio post non era chiaro.
      Stavolta accade per le obiezioni che un lettore anonimo ha sollevato a ciò che ho scritto in Genocidio (Malvino, 13.4.2015), un post col quale mi permettevo di porre la questione relativa alla definizione data da Bergoglio al massacro che un secolo fa i turchi consumarono a danno di un considerevole numero di armeni (variabili le stime, secondo i calcoli di parte, da 200.000 a 1.600.000). Bene, a me era parso che introdurre la questione con un richiamo all’uso improprio del termine strage per l’omicidio plurimo aggravato consumatosi giorni fa al Tribunale di Milano, oggetto di un altro post, bastasse a render chiaro che intendessi porre un problema d’ordine – diciamo – semantico. E ad evitare che i miei dubbi sulla proprietà del termine usato da Bergoglio fossero anche solo lontanamente fraintesi come un tentativo di sminuire, banalizzare o, men che meno, negare l’immensità del massacro, mi profondevo in una doverosa quanto superflua premessa sull’incontestabilità del crimine, sulla straordinaria entità delle sue dimensioni e sull’indiscutibile biasimo morale che esso impone, anche a un secolo di distanza. Pensavo che bastasse a poter porre la questione della definizione di genocidio, peraltro data in molte sedi, anche qualificate, a quello sterminio, senza che il solito cretino di turno rispondesse coppe a bastoni. Macché, manco avessi scritto che il massacro non ci fosse mai stato o che ci fosse stato ma che i turchi avessero le loro buone ragioni a compierlo, ecco il cretino, e anonimo come sovente accade. Ai dubbi da me avanzati in ordine all’impiego di un termine, l’obiezione era da armeno che accusava un turco di negazionismo. Se per genocidio è da intendersi – avevo scritto – «l’insieme funzionalmente strutturato di atti finalizzati all’eliminazione fisica di un gruppo più o meno ampio di individui accomunati da un tratto identitario nazionale, etnico o religioso», e in ragione di quel tratto, possiamo davvero affermare che i turchi sterminarono gli armeni in quanto armeni, e non piuttosto per l’ostacolo che essi rappresentavano in Anatolia per la costruzione di una Grande Turchia? La gravità dello sterminio non troverebbe alcuna attenuante, si tratterebbe comunque di una mostruosa atrocità, ma è lecito porsi il problema se la definizione di genocidio sia corretta? Mentre da poco all’autore della sparatoria al Tribunale di Milano veniva addebitato il reato di omicidio plurimo aggravato, e non quello di strage, il segretario generale dell’Onu mandava a dire che per il caso armeno il termine genocidio è improprio.
      […]

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    7. mi chiamo roberto de rosa

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  8. Credo che il Metz Yeghérn soddisfi i criteri fondamentali individuati da Jacques Sémelin per parlare di genocidio (Purificare e distruggere - usi politici dei massacri e dei Genocidi, Einaudi, 2007): vale a dire, selettività (le vittime appartengono a un gruppo di popolazione ben definito), indiscriminazione (tutti gli appartenenti a quel gruppo vengono colpiti, indipendentemente dalle caratteristiche individuali), organizzazione (la pratica distruttiva è preparata e sostenuta da azioni sistematiche e apparati costituiti o organizzati per lo scopo specifico del genocidio) e distruttività (la pratica genocida mira direttamente alla distruzione completa del gruppo individuato). Si tratta di una mia deduzione sulla base di queste categorie generali, e non di una definizione di Sémelin, che nel suo libro analizza i casi della Shoah, della Bosnia e del Ruanda, ma mi pare che il massacro degli Armeni soddisfi in pieno i requisiti.
    Più che insistere sulla definizione esatta del massacro in questione, però, vorrei riportare l'attenzione sulle parole esatte di Cicciobello: La nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come «il primo genocidio del XX secolo» [...] essa ha colpito il vostro popolo armeno – prima nazione cristiana –, insieme ai siri cattolici e ortodossi, agli assiri, ai caldei e ai greci. [...] Le altre due furono quelle perpetrate dal nazismo e dallo stalinismo."
    Come spesso capita con gli elenchi, a essere significativi sono soprattutto accostamenti e omissioni: vediamo così una triade del male assoluto che mette insieme nazismo, stalinismo e violenza islamica, uniti dalla patente di anticristianesimo attribuita al primo massacro. Poi un accenno ad altre nefandezze (Cambogia, Ruanda, Burundi, Bosnia), tanto per far vedere che si è aggiornati, e ovviamente nulla sugli altri fascismi europei o sul sudamerica, di cui pure il buon Cicciobello dovrebbe essere informato. Insomma, la classica memoria selettiva, che bada soprattutto a sottolineare i torti subiti da quella che (a posteriori e quando fa comodo) è la propria parte, a insinuare surrettiziamente legami che sarebbe arduo affermare esplicitamente, a rimuovere tutto ciò per cui si potrebbe esser chiamati in correo, o semplicemente indiziati di acquiescenza. E Stepinac resta, ovviamente, un sant'uomo.

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    1. Sì, mi pare un'ottima analisi: la sparata di Bergoglio è tutta strumentale, come quella di Ratzinger a Ratisbona. Poi, semmai, ritratterà. Se torna utile, ovviamente.

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  9. Dottore, a volerla fare breve, si trattò di pulizia etnica.

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    1. Ma no, Marcello, se in Anatolia, a dar pensiero ai turchi, ci fosse stata un'altra etnia, il massacro sarebbe stato a danno di quella. Il bersaglio non furono gli armeni in quanto armeni, ma gli armeni in quanto possibili alleati dei russi nello strappare l'Anatolia ai programmi di Maometto V.

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    2. E dei Giovani Turchi, ovviamente.

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  10. Nel 2004 la Germania riconobbe il genocidio del popolo Herero in Namibia, durante le guerre coloniali del II Reich agli inizi del XX sec. Ora, siccome vi sono forti analogie tra la sorte del popolo Herero e quella degli armeni, seguendo la sua logica, la Germania si sarebbe accollata un genocidio a buffo.

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    1. Beh, non mi pare proprio che ci siano forti analogie tra le condizioni in cui si realizza lo stermino degli herero e quelle in cui si realizza quello degli armeni, tanto meno forti analogie delle precondizioni: forti analogie tra le tecniche di massacro, forse, ma perché si possa parlare di genocidio occorre che ci sia l'intenzione di eliminare x in quanto x, e non per altre pur bieche ragioni. Bene, io non conosco molto bene le vicende coloniali del II Reich in Africa, ma mi risulta che un'etnologa tedesca, la Forster, abbia riscontrato che nello sterminio degli herero ci fosse l'intento di annientarli proprio in quanto herero. E allora, certo, si tratterebbe di genocidio. Se le cose stanno così, e qui non posso avere alcun motivo di essere perplesso come lo sono per l'attribuzione di genocidio allo sterminio degli armeni, la Germania si sarebbe accollata un genocidio a buon ragione.

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