giovedì 29 dicembre 2016

Meno male, va’

Presi come eravamo dallo scannarci su una questione tutto sommato frivola quale era la revisione di una quarantina di articoli della Costituzione, non abbiamo dato la dovuta attenzione a quella che sarebbe stata la più grave conseguenza di una vittoria del No, anzi, se proprio vogliamo essere onesti, nemmeno labbiamo presa in considerazione, e ora eccoci a doverne sopportare il peso sulla coscienza: anche se non ha tenuto fede allimpegno di abbandonare ogni attività politica nel caso in cui la sua riforma costituzionale fosse stata bocciata – cose che si dicono, via – a Renzi è bastato dimettersi dalla Presidenza del Consiglio per restare senza uno stipendio: non è parlamentare, lo statuto del Pd non contempla una mesata per il Segretario, Nardella non può restituirgli Palazzo Vecchio come Gentiloni gli ha promesso di fare con Palazzo Chigi, né il babbo può riassumerlo perché intanto la Chil post ha avuto un crac: «non ho uno stipendio, non ho un vitalizio» – scrive su Facebook – un esodato, insomma, ma a considerare lesiguità delle misure che il suo governo ha preso in favore delle famiglie monoreddito, la faccenda non pone alcun problema: a casa Renzi uno stipendio arriva, perché sulla Gazzetta Ufficiale era ancora fresco linchiostro con cui era andata in stampa la Buona Scuola, quella che dà ai presidi la discrezionalità della chiamata diretta, e lAgnese fu chiamata, e assunta a tempo indeterminato, per merito naturalmente, honni soit qui mal y pense, un po come capitò al babbo della Boschi, che fu chiamato alla vicepresidenza di Banca Etruria quando la figlia diventò ministro, ma solo 3'16" dopo, a svergognare ogni malevola insinuazione. Daltra parte le foto di Chi danno ragione alle politiche economiche del governo Renzi: anche con un solo stipendio, in Italia, nessuna famiglia resta senza pandoro, a Natale. Questo in gran parte ci consola, perché è vero che, votando No, abbiamo lasciato Renzi senza stipendio, ma per fortuna il paese ha degli ottimi ammortizzatori sociali. Non si lamentassero, ’sti disoccupati. 

Pazienza

Su queste pagine mi sono misurato in diverse occasioni con quelle congetture più o meno balzane che di tanto in tanto propongono letture alternative di grandi opere darte del passato, per lo più con la pretesa di rivelarci messaggi che gli autori avrebbero voluto celare in esse con tale cura da averne fin lì impedito la lettura a intere generazioni, per ragioni che spesso restano senza spiegazione anche dopo la rivelazione, mentre talvolta ne vengono fornire di così bislacche da far miseramente rovinare limpianto dellipotesi avanzata, già di per sé assai instabile, per quanto in certi casi di qualche indubbio fascino.
Quanta buona fede vi sia nel credere di aver fatto una sconvolgente scoperta del genere è questione che si potrebbe pure ritenere irrilevante, ma che assume il suo bel peso nel constatare che quasi sempre lopera darte e il suo autore sono famosissimi: mai una volta che la scoperta sia relativa allopera di un autore minore, la rivelazione pretende sempre di fare il botto su Leonardo, su Michelangelo, su Caravaggio, daltronde a chi mai potrebbe interessare il reale significato di quel «nemo in patria sua aceptus» che si legge sullo zoccolo della gabbia in cui è rinchiuso un pappagallo nella tela di Pier Francesco Cittadini (1616-1681) riprodotta a pag. 39 del numero di ottobre 2013 della casa d’asta Dorotheum e messa all’incanto al vil prezzo di base di soli 25.000 euro? Per il professor Alberto Cottino «the inscription may refer to the sitter or the collector, possibly a refugee from another country or italian state, who commissioned the present painting», ma – beccatevi ’sto scoop – non è così: posso dimostrarvi in meno di 12.000 battute spazi inclusi che il riferimento è al Canto XIII dell’Adone di Giovan Battista Marino, nel quale Adone è trasformato appunto in pappagallo da Falsirena.


Scherzavo, se non si è capito. Volevo solo farvi un esempio di come una scoperta del genere otterrebbe solo una tiepida pioggerellina di «e ’sti cazzi!». Altra cosa, converrete, se avessi detto che ho le prove che furono gli alieni a suggerire a Leonardo il progetto di quello che tutti fin qui hanno pensato fosse un prototipo di carrarmato.


Molti mi manderebbero a cagare, qualche mattocchio potrebbe prendere per buoni i miei argomenti, ma in ogni caso avrei ottenuto l’attenzione che volevo. In questo genere di scoperte, in fondo, è attiva la stessa vis creativa che interpreta un accadimento come il risultato di un complotto: impossibile negarlo senza con ciò dimostrarsene vittima o, peggio, complice, mentre l’onere della prova inconfutabile pare che passi da chi prospetta l’ipotesi a chi la rigetta, e nessuna obiezione è mai del tutto valida a rigettarla, perché in fondo chi può portare prove inoppugnabili che gli alieni non esistano e non abbiano suggerito a Leonardo il progetto di quella che in realtà è una navicella spaziale? Perché ti ostini a escluderlo?

Così temo sia accaduto per chi ha creduto di poter dimostrare che, nella Creazione di Adamo affrescata sulla volta della Cappella Sistina, Michelangelo Buonarroti abbia voluto «inscrivere il gruppo di Dio e degli angeli nella sagoma di un cervello umano».


Sulla questione mi sono già intrattenuto con un post (La bufala di Michelangelo neurologoMalvino, 9.2.2014) che a oltre due anni e mezzo dalla sua pubblicazione – così mi avverte la pagina delle statistiche di accesso al blog – continua a esser molto letto e linkato qui e lì, ricevendo critiche che penso possano essere ben riassunte dallultimo dei commenti al post, di appena due giorni fa, che qui riporto integralmente: «Mi scusi, ma il fatto che una prima descrizione anatomica del cervello sia stata pubblicata a stampa nel 1664 non significa che prima di quella data (anche molto prima) tali studi anatomici non erano stati fatti. Anzi, proprio perché la prima grande pubblicazione in materia avvenne nella seconda metà del XVII secolo, mi sembra molto probabile che gli studi fossero iniziati da almeno un secolo. È vero non ci sono prove che Michelangelo conoscesse la forma della sezione sagittale del cervello, ma fossi in lei non liquiderei la questione solo avendo a disposizione come argomentazione che il Cerebre Anatome fu pubblicato nel 1664. La somiglianza con il cervello, una volta fatta notare è sorprendente. Potrebbe essere pareidolia ma potrebbe anche non esserlo. Questo fatto non andrebbe bollato come bufala, tuttal più come una congettura» (Boulayo). Toni civili. Argomenti che, pur trascurando molto di quanto da me ampiamente spiegato in quel post, meritano comunque di essere presi in considerazione. E dunque.

Inizierei dalla fine, perché è lì che mi pare ci sia il fondamento della questione, che poi è quella relativa al metodo che dà o non dà solidità a una congettura. «Potrebbe essere pareidolia ma potrebbe anche non esserlo», dice Buolayo. Certo, ma a chi tocca l’onere della prova per escludere che lo sia? E cosa impedisce di chiamarla bufala quando lipotesi non regge, e tuttavia non viene ritirata? Quando la congettura è fallace già in premessa, non assume forse modo e fine dell’affermazione ingannevole? E non è forse sulla verosimiglianza di quanto si afferma che l’inganno può sperare di andare a segno?
Mai poi è davvero così «sorprendente» la somiglianza tra le linee che compongono il disegno della Creazione di Adamo relativamente al gruppo di Dio con gli angeli e quelle che si osservano sulla sezione sagittale mediana di un cervello umano? Il manto che fa da sfondo al gruppo ha senza dubbio un forma che in parte  ma solo in parte  può essere sovrapponibile al contorno della massa cerebrale, ma, se è per questo, anche a quello della conchiglia di un lamellibranco Pecten jabobeus: cosa impedirebbe, a questo punto, di ipotizzare che Michelangelo abbia voluto dare del mollusco al Padreterno?
Nelle linee che compongono il disegno della Creazione di Adamo relativamente al gruppo di Dio con gli angeli, dove sarebbe il cervelletto? E il Ponte di Varolio? E perché l’asse del corpo calloso è spostato così in alto? Perché il bulbo mesencefalico ha forma tanto diversa?
Ma trascuriamo tutto questo, perché chi a ogni costo vuol vedere la faccia di Padre Pio in una macchia di umidità sul soffitto di una cantina difficilmente può essere convinto che si tratta di un’infiltrazione d’acqua dovuta allo scarico del bidet che perde al piano di sopra. Veniamo alla materiale possibilità che Michelangelo avesse entro il 13 ottobre del 1512, data di completamento dei suoi affreschi della volta della Cappella Sistina, nozioni di anatomia del cervello umano relativamente alla sua sezione sagittale mediana. 
Una decente descrizione di questa sezione si ha soltanto nel 1664, con Willis. Prima ci sono Vesalio, Varolio, Cartesio, Malpighi, ma tutti arrivano dai 30 ai 110 anni dopo la descrizione che Michelangelo ne darebbe nella Creazione di Adamo. E tuttavia, sì, gli studi anatomici sul cervello umano sono di molto antecedenti. Ve n’è, fra questi, qualcuno che possa aver fornito al Buonarroti le nozioni necessarie a «inscrivere il gruppo di Dio e degli angeli nella sagoma di un cervello umano»? In fondo non gli erano contemporanei degli studiosi che ci hanno lasciato i risultati dei loro studi di anatomia cerebrale? Quel Berengario da Carpi, per esempio. Non è che dia una descrizione della sezione sagittale mediana, ma non fornisce indicazioni per desumerla almeno con qualche approssimazione? 


Sì, peccato però che pubblichi le sue scoperte solo dieci anni dopo che Michelangelo ha affrescato la volta della Cappella Sistina, e non c’è notizia che si siano mai incontrati.
Leonardo, allora. Forse che Leonardo non ha lasciato risultati dei suoi studi anatomici? I due, poi, si conoscevano.


Certo, peccato però che si detestavano. Una vecchia ruggine relativa al David. Michelangelo non perdonò mai a Leonardo di aver trattato con sufficienza, e sufficienza è dir poco, quel bel tocco di marmo. «Ohilà, messer Buonarroti, che piacere vederla qui a Roma. Perché stasera non viene a desinare meco? Ho da farle vedere i miei studi anatomici sul cerebro umano, così poi, nel caso, ci cava qualche idea pe’ le su’ cosucce, che ne dice? Se non ci si dà una mano tra noi sodomiti...». No, pare poco credibile. 
Ma poi perché su questa benedetta sezione sagittale mediana del cervello non c’è uno straccio di descrizione fino a XVII secolo inoltrato? L’ho già scritto: fino alla «prima metà del Cinquecento si sapeva poco o nulla dell’anatomia del cervello, e per una semplicissima ragione: non si era ancora giunti ad approntare un valido allestimento del tessuto cerebrale in grado di consentirne lo studio macroscopico. Trattandosi di un organo che va incontro a fenomeni degenerativi in tempi brevissimi dopo il decesso, all’apertura della scatola cranica gli anatomisti dell’epoca trovavano al più solo un’informe poltiglia. Non è un caso, infatti, che fino alla metà del Seicento gli studi anatomici relativi al sistema nervoso centrale rendessero conto solo delle formazioni più resistenti ai processi putrefattivi post mortem, come i nervi cranici e il tronco encefalico, mentre il rilievo delle formazioni incluse nelle masse emisferiche trova solo riscontro occasionale e per giunta controverso». Dice niente il fatto che quanto di meno controverso v’è riguardi esclusivamente l’architettura del sistema liquorale?
Ma questo mi rendo conto che non possa bastare a dissuadere definitivamente chi abbia a cuore sostenere la solidità della congettura di un Michelangelo neurologo. Pazienza. 



lunedì 26 dicembre 2016

[...]


Non riesco a trovare sugli ultimi numeri delledizione cartacea de Il Foglio larticolo datato 22.12.2016 a firma di Giuseppe Bedeschi cui mi rimanda il link allegato a un tweet col quale @ilfoglio_it lo segnala alle 9:20 del 26.12.2016, e già questo minstilla un po dinquietudine: non lho trovato perché so cecato o sè consumata limperdonabile scostumatezza di negare limprimatur a un accademico di così preclara fama? Nulla rispetto all’inquietudine che monta in me scorrendo l’articolo, e che provo a rintuzzare ipotizzando che il Giuseppe Bedeschi che l’ha scritto sia un omonimo, semmai un nipote, del cattedratico che per decenni si è interessato del pensiero liberale. Questo qui, infatti, scrive che «la nostra Costituzione non parla di potere giudiziario, bensì di “ordine giudiziario” (art. 104)», ma quando lo stesso articolo prosegue dichiarandolo «autonomo e indipendente da ogni altro potere», quell«altro» non gli conferisce levatura pari a quella del potere legislativo e di quello esecutivo? Donde nasce, d’altronde, la classica tripartizione che sta a fondamento dello stato di diritto se non dal distinguere e separare le tre funzioni della sovranità che invece ogni forma di dispotismo vuole indivisibili? Ed è credibile che questa separazione possa dirsi bilanciata, com’è fin dallo scopo che essa si dà, con l’assegnare potere solo a due delle tre parti in cui la sovranità va suddividersi?
Il Bedeschi che firma il pezzo su ilfoglio.it, omonimo o nipote che sia del Bedeschi che ha consumato tutta la sua vita nello studio del pensiero liberale, dice che su questo tavolino a tre gambe, di cui una devessere più corta delle altre due, lo stato di diritto reggerebbe bene lo stesso, anzi addirittura meglio. D’altra parte, aggiunge, Montesquieu non lo si è mai letto come si deve, e «molto erroneamente gli si attribuisce una dottrina della “divisione dei poteri”», perché ne De l’esprit des lois tratta del potere giudiziario «con molta circospezione».
Sia, passiamo a considerare in cosa consista, questa «circospezione», ma prima sia lecita una domanda: mentre, tutto circospetto, Montesquieu affronta la questione, smette mai di dire che quello giudiziario è un potere? Mai. Nel solo Capitolo VI del Libro XI, quello nel quale si affronta di petto la questione della tripartizione, lespressione «potere giudiziario» ricorre almeno quattro volte, se non so’ cecato e non me n’è sfuggita una quinta. Ed è vero che Montesquieu lo vorrebbe, «per così dire, invisibile o nullo», come larticolo su ilfoglio.it ci rammenta, ma in un contesto nel quale – qui il Montesquieu lo cito io – «uno dei grandi inconvenienti della democrazia» è che «il popolo non è per nulla adatto a discutere gli affari pubblici», sicché «non deve entrare nel governo che per scegliere i propri rappresentanti», precisando peraltro che «il corpo rappresentativo non dev’essere scelto per prendere qualche risoluzione attiva, cosa che non farebbe bene», ma solo «per emettere le leggi» e «per vedere se sono state eseguite a dovere», ma sia chiaro che «adattissima a produrre questo effetto è la parte del corpo legislativo composta dai nobili», e che «il corpo dei nobili dev’essere ereditario».
Qui sia consentito un inciso. Diciamo che il liberalismo non nasce molto democratico, né lo diventa subito, basti pensare a cosa scriverà Tocqueville cent’anni dopo: «Ho per le istituzioni democratiche un gusto della mente, ma sono aristocratico per istinto, cioè disprezzo e temo la folla. Amo con passione la libertà, la legalità, il rispeto dei diritti, ma non la democrazia» (Mon instinct, mes opinions – 1841). D’altronde, via, anche la democrazia non nasce propriamente democratica, basti pensare all’Atene del V secolo a.C., nella quale la schiavitù era la più evidente contraddizione al principio di eguaglianza di diritti e di doveri. C’è poco da stupirsi, quindi, se quello descritto da Montesquieu non ci pare affatto uno stato propriamente liberaldemocratico, tutt’al più c’è da aspettarsi che questo offra il fianco alla critica di scuola marxista che nel liberalismo vede un subdolo strumento di oppressione della borghesia e bla-bla-bla. E tuttavia si noti bene che, pure in un contesto come quello che abbiamo ritagliato dalle citazioni prese dal De l’esprit des loisMontesquieu non nega mai la prerogativa di «potere» alla funzione giudiziaria.
Ma torniamo all’articolo. Prende spunto dall’autospensione che, in seguito a un avviso di garanzia, il sindaco di Milano si è autosomministrato per meno di una settimana: è accaduto che Il Foglio si è precipitato a scrivere che questo è «il termometro di un’incapacità della politica a saper resistere al potere mostruoso esercitato dalla magistratura», e il Bedeschi si precipita a ribadirlo ricorrendo allautorità di uno dei «grandi pensatori liberali», il Montesquieu giust’appunto.
Già, ma come si porrebbe, il Montesquieu, dinanzi a un caso come quello di Milano? Semplice a dirsi: «i grandi sono sempre esposti a invidia, potrebbero trovarsi in pericolo se giudicati dal popolo», e quindi è il caso che «i nobili non siano chiamati a comparire davanti ai tribunali ordinari della nazione, ma davanti a quella parte del corpo legislativo che è composto da nobili». Nemmeno davanti a tutto il corpo legislativo, ma solo davanti alla parte composta dai suoi pari, e pari per diritto ereditario. E qui ritengo si possa evitare di andar oltre, supponendo si sia data piena giustificazione della fama di «grande pensatore liberale» che Montesquieu si è guadagnato presso i liberali di tipo bedeschiano. 
Ultima citazione, anche in questo caso tratta dall’opera di un nobile, non barone come Montesquieu, né visconte come Tocqueville, ma addirittura principe. Di Bisanzio, per la precisione.

domenica 25 dicembre 2016

[...]


Solo un farabutto può rimanere insensibile all’amarezza che gronda dall’intervista che Giorgio Napolitano ha concesso a Mario Ajello per Il Messaggero di giovedì 22 dicembre, ma per trarne godimento, laddove dellemerito non si sia mai tollerato lindebito esorbitare dalle sue prerogative istituzionali, si dev’essere proprio un mascalzone, e una vera carogna, poi, per goderne al punto da lasciarsi scappare, per grata riconoscenza allannuncio del suo ritirarsi a vita privata, quel solenne «vafammoccammàmmete!» che nella suburra sta a sigillo dogni estremo congedo. Niente di tutto questo da noi che siamo danimo nobile e d’indole gentile, mancherebbe altro. Letteralmente: mancherebbe altro. 


sabato 24 dicembre 2016

Rectius


Spesso rinuncio a intervenire in dibattiti che sollevano questioni sulle quali mi sono già ampiamente espresso in precedenza, ma nel caso posto dalla campagna che Il Foglio pare aver intrapreso per sollecitare un tribunale a dichiarare «lillegittimità costituzionale del Movimento fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio» (non si era detto che la stampa fa sempre troppa indebita pressione sulla magistratura?) credo valga la pena tornare al punto in cui rilevavo che «i partiti italiani – tutti, quindi non fa differenza se rigettano la denominazione, preferendo quella di movimento – sono enti di fatto, non persone giuridiche, e come tali non hanno da dover render conto a chicchessia dei loro statuti, né di come è retta la loro vita interna» (Malvino, 9.8.2016).
Su queste pagine non si sono mai risparmiate critiche al M5S, talvolta anche feroci, e tuttavia spesso ho dovuto respingere con fermezza linsinuazione che io gli riservassi qualche simpatia solo per aver scritto che molti suoi avversari non avevano alcun diritto a muovergliene di simili.
Con quale faccia tosta un radicale può dare del settario a un grillino, Forza Italia può accusare il M5S di essere un partito-azienda, Salvini definire Grillo populista? Con quale faccia tosta un De Luca può avere da ridire su un Di Battista, un Orfini su un Di Maio, una Picierno su una Taverna? Con quale faccia tosta si possono sollevare critiche sulla democrazia interna al M5S, sulla gestione del suo simbolo, sullamministrazione delle sue risorse, da dirigente, militante o anche semplice elettore di un partito che non gli è per niente diverso, e in più si pappa ogni anno diverse milionate di denaro pubblico?
Lasciamo perdere, mi stavo facendo prendere la mano, torniamo alla brillante idea di sciogliere il M5S perché dentro non cè abbastanza democrazia (per inciso: dalle pagine di un giornale fondato da uno che nel Pantheon ci ha accatastato Togliatti, Craxi, Berlusconi, Benedetto XVI e Renzi, che nelle rispettive ditte, si sa, hanno sempre fatto respirare democrazia a pieni polmoni).
Ripetendomi: è fattualmente impossibile, e giuridicamente illegittimo, metter naso nella vita interna di un partito o di un movimento fino a quando non si procederà a ridefinirne la natura, conferendogli lonere di persona giuridica. Fino ad allora, «la loro linea politica continuerà ad essere tracciata a dispetto delle tesi congressuali e dei programmi elettorali, potendo così continuare a tradire la volontà dei loro elettori e degli stessi iscritti; ruoli e incarichi continueranno ad essere assegnati per cooptazione, sulla base del solo merito di una fedeltà da ottusi gregari, che è il miglior modo per selezionare la peggior classe politica; a compilare le liste elettorali continueranno ad essere i membri di segreteria; a disporre della cassa, per lo più piena di denaro pubblico, continuerà ad essere chi di fatto – e in sostanza anche di diritto – è padrone del partito». E nel caso del M5S si potrà arrivare perfino al paradosso che sarebbe lultimo a dover esser sciolto. Può darsi che sia questa la ragione per cui in Parlamento non è mai arrivato in discussione un disegno di legge che conferisca lonere di persona giuridica ai partiti politici.
Resta tuttavia la necessità di far fuori il M5S in qualche modo, capisco, e pare non basti rimangiarsi lItalicum, che adesso non va più bene solo perché i sondaggi dicono che favorirebbe la discesa degli Hyksos: occorre altro, e non si sa bene cosa, sicché si procede a tentativi, senza tener conto che probabilmente è proprio il non riuscire a trovarne uno efficace – rectius: democraticamente efficace – a renderlo sempre più forte.

giovedì 22 dicembre 2016

Simply clever

Quando si è dentro al cambiamento, è pressoché impossibile aver piena comprensione della sua portata, tanto meno prevedere quali ne saranno i tempi e i modi, e ancor meno prospettarne gli esiti. Già è tanto riuscire a cogliere alcune delle forze in atto, tentare di individuarne i vettori, costruire gerarchie di probabilità, ma nutrire convinzioni su quella che ne sarà la direttrice, o addirittura darle solidità di visione, non è che una scommessa: ci si può azzeccare, e allora ci si guadagna fama di profeta, oppure no, ma almeno l’ansia si è stemperata in letteratura di evasione.
Altra cosa, ovviamente, è osservare il cambiamento dallesterno, e altra ancora è analizzarne lo sviluppo e il risultato quando il processo può dirsi concluso, dove comunque nulla garantisce una migliore comprensione di cosa stia cambiando o sia cambiato, e di quanto, e di come, per limitarsi a esserne condizione minima necessaria.
A voler essere pignoli, in realtà, nessuna osservazione prescinde mai del tutto dallosservatore, che inevitabilmente altera sempre ciò che intende analizzare per il solo fatto di doverci necessariamente metter mano. In tal senso, anche senza dover ricorrere ad esempi come lentanglement di Schrödinger o il controtransfert di Freud, potremmo dire che si è sempre dentro al cambiamento che si intende comprendere, sia quando è in atto, sia quando è già compiuto, e nondimeno il bisogno di capire resta: la certezza di non poter mai cogliere del tutto lessenza del fenomeno non può paralizzarci, abbiamo il dovere di produrre modelli sempre migliori, pur rassegnandoci a sapere che non ne esiste uno perfetto.
Ma quale soluzione ci è data quando il cambiamento dentro il quale siamo ci ha sottratto ogni strumento per produrre un modello di realtà che sia dotato almeno di una coerenza di sistema? Non ci resta che la fierezza della contraddizione, lorgoglio della confusione, lesibizione di un Io-ossimoro che si fa vanto di essere «poco razionale», ma che nel saper «pensare con la sua testa» riesce a trovare, chissà come poi, garanzia di autocoscienza e di autodeterminazione.
Nessuno meglio di un esperto in messaggi pubblicitari sa cogliere lo spirito dei tempi, e allora ecco lo sproposito di un umanesimo «emozionalmente pragmatico», sospeso nel vuoto lasciato dalla crisi dei «veri valori» a urlare «sono», «posso», «voglio», senza saper dire cosa, nella convinzione che questo basti a dargli senso, «semplicemente». 
Siamo davvero messi male, almeno questo mi pare emerga chiaramente dal monologo di uno che non sa neppure trovare il bandolo del groviglio che lo avvolge e tuttavia pare decisamente convinto che il solo agitarvisi dentro possa bastare a renderlo «clever». Consegniamo agli storici questo documento che meglio di ogni altro parla della nostra impotenza. 

martedì 20 dicembre 2016

Giacché

Giacché nel linguaggio corrente è sempre più frequente luso di espressioni che invece fino a qualche tempo fa erano oggetto di severo biasimo per il loro eccesso di colore, penso sia ipocrita pretendere che ad astenersene debba essere proprio quel ceto politico che di continuo si rimprovera di essere troppo distante dalla gente comune, quindi ritengo sia del tutto fuori luogo dare addosso a Giachetti perché ha dato del «faccia di culo» a Speranza: concedo sia espressione forte, e anche volgare, ma non dimentichiamo che «volgo» sta per «popolo» e che «culo» è usato anche da Dante Alighieri (Inferno, XXVI).
In conclusione, direi che tutta questa indignazione nei confronti di Giachetti sia francamente immotivata: ritenendo spudoratamente incoerenti le odierne posizioni di Speranza sul Mattarellum rispetto a quelle che lo stesso sosteneva in passato, si è servito di un’immagine di forte impatto per dare maggiore efficacia alla propria riprovazione di tale atteggiamento, questo è tutto.
Non si trascuri, inoltre, che Giachetti nasce radicale, quindi ha nel sangue quella smania di visibilità mediatica che non si fa scrupolo di esser soddisfatta ricorrendo a provocazioni apparentemente estemporanee, ma in realtà assai ben studiate: cosa di meglio c’era, in una noiosa assise del Partito Democratico, per esser riscaldato dai riflettori dopo la gelata delle Comunali di Roma? Si chiuda un occhio, via, ché in fondo un «faccia di culo» non ha mai ucciso nessuno.
Post hoc, ma soprattutto propter hoc, andrebbe trovata un’espressione altrettanto pertinente per un tizio – Giachetti, appunto – che prima mi fa uno sciopero della fame per abolire il Porcellum, e poi mi vota lItalicum: io direi «testa di cazzo». 

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Ho una figlia che vive e lavora allestero, quindi credo di aver diritto a uninterlocuzione diretta con Giuliano Poletti, che prima dice: «Il paese non soffrirà ad averla più fra i piedi», e poi: «Chiedo scusa, mi sono espresso male».
Volevo innanzitutto dirgli che è un incommensurabile pezzo di merda e subito dopo, nel caso si ritenesse offeso, assicurarlo che mi ha travisato.

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Se quella che Renzi ha offerto allAssemblea nazionale del Pd era la tanto attesa analisi della sconfitta rimediata il 4 dicembre, provate a immaginare cosa sarebbe stata lanalisi di uneventuale vittoria, e quali reazioni avrebbe suscitato nella platea dell’Ergife. Cetre, cimbali, siringhe, e fra due ali di folla scossa da orgasmi multipli, su un tappeto di petali di rosa, ecco avanzare il mastodontico Io-Minchia del vincitore portato in spalla dai suoi fedelissimi. Una processione di quelle che Kerényi ci ha descritto in Dionysos, più o meno. E sarà pure bello aver salvato la Costituzione, ma è l’esserci risparmiati ’sta φαλλοφορία che non ha prezzo.

sabato 17 dicembre 2016

[...]

Al M5S resta ununica scappatoia per non pagare a caro prezzo la leggerezza di aver candidato Virginia Raggi al Campidoglio, e chissà che non possa addirittura guadagnarci qualcosa: non più tardi di domenica o lunedì, deve ufficialmente chiederle di dimettersi, sperando che ella opponga una qualsiasi resistenza, anche blanda, fosse pure in forma dindugio, per espellerla subito dal movimento e, a seguire, prodursi pubblicamente in una spietata autocritica, meglio se esagerando in severità e in contrizione, su quanto sarà il caso di presentare come unimperdonabile concessione di autonomia decisionale, un cedimento alla logica che l’eletto non debba avere vincoli di mandato. Virginia Raggi dovrà necessariamente uscire a pezzi da questa autocritica: si dirà che troppo tardi si è compreso chi fosse davvero, che si è peccato di inescusabile leggerezza nel non saper comprendere per tempo di quali interessi fosse referente, eventualmente si concederà che per far breccia nellelettorato benpensante si è ceduto alla tentazione di candidare un volto carino, ma questo sarà il caso di non dirlo esplicitamente. Di notevole importanza sarà ammettere che una prova come quella del Comune di Roma ha investito il movimento di una responsabilità sentita tanto gravosa da portare ad avallare la scelta di alcuni tecnici che il Sindaco assicurava fossero di grande competenza, con ciò attenuando la rigorosità del controllo sul loro profilo morale, sul loro mondo di appartenenza, ecc.: il M5S ammetterà di essersi fidato troppo di Virginia Raggi, di averla lasciata fare troppo, di non essere intervenuto prima, quando si faceva strada il sospetto che le sue decisioni fossero improvvide o addirittura eteroguidate, e che di questo chiede scusa agli elettori, assicurando che non accadrà mai più. Indispensabile, su questo punto, rimarcare la differenza con le altre forze politiche, respingendo col dovuto sdegno ogni tentativo di equiparazione.

mercoledì 14 dicembre 2016

[...]


Come poté, Michele Serra, prendere la tessera di un’associazione che appena cinque prima, nel 2006, in occasione del referendum sulla riforma costituzionale promossa dal centrodestra, si era apertamente schierata in favore del No e contro il Sì, per poi mobilitarsi a più riprese contro alcuni provvedimenti del governo Berlusconi, con ciò facendo quello che oggi, per l’aver assunto identica posizione in occasione del referendum sulla riforma costituzionale promossa dal governo Renzi, egli ritiene sia un uso indebito della sua funzione? O era un coglione allora, nel 2011, o è un ipocrita oggi, nel 2016.

martedì 13 dicembre 2016

Segnalibro

[...]

Quando sento i soloni della politica e della cultura, seguiti a ruota dai loro epigoni in sedicesimo, lamentare che il web ribolle dodio, mi vien voglia di dir loro: zitti, per carità di Dio, state zitti, ché senza il web tutto questodio lo vedreste nelle strade, e invece della gragnucola di tweet insultanti vedreste piovere sampietrini, invece delle migliaia di like a un’invettiva rancorosa vedreste dei linciaggi, lasciate che ogni esasperato possa sfogare tutta la rabbia attraverso i cavi che collegano la sua incubatrice a questo cyberspazio in cui ogni sollevamento popolare, ogni rivoluzione, ogni guerra civile, si risolve in stragi e devastazioni tutte virtuali, lasciando al potere chi ci stava, e nella merda chi ci resta.
E farei loro l’esempio del governo Gentiloni, direi: non ci fosse internet per sfogare la sacrosanta indignazione che nasce nel vedere che a Palazzo Chigi s’insedia un esecutivo fotocopia di quello che venti milioni di No hanno mandato affanculo il 4 dicembre, non avreste in piazza a far danni materiali almeno un decimo di quanti su Twitter o su Facebook la stemperano in uno zotico improperio o in un acido sarcasmo? Ma che dico, ne basterebbe un centesimo per mettere a dura prova le forze dell’ordine, e senza dubbio ci scapperebbe il morto, forse due, dieci, ventisette, cinquantuno.
Non mi fraintendete: anch’io, come voi che presidiate le rendite di posizione di chi da tempo ha svuotato di sostanza la democrazia lasciandone solo il guscio vuoto, per giunta tutto ammaccato, trovo inescusabili certe espressioni che grondano livore, ma direi che vi convenga chiudere un occhio e lasciar scorrere, riservandovi semmai un’altezzosa levata di sopracciglio sulla bestiale volgarità della plebe che intasa i social network. Lasciateli sfogare sulla tastiera, probabilmente a loro basterà ancora per molto, e questo vi consentirà di continuare a preservare il Palazzo. Sennò poi a chi potreste offrire consulenza? 

Corrispondenze

[Qui riporto quanto un lettore scrive nella pagina dei commenti al post qui sotto e, a seguire, la mia risposta.]

Egregio dottore, io fatico ancora a capire cosa c'era di sbagliato nel ridurre il numero dei parlamentari, i costi della politica, gli stipendi dei consiglieri regionali (che oggi guadagnano più del Presidente degli Stati Uniti), abolire il CNEL, sopprimere le provincie come greppia dei partiti modificandone l'assetto, introdurre il referendum consultivo, garantire la governabilità di un paese per 5 anni e un percorso legislativo più efficiente, con data certa per la formazione delle leggi. Appartengo ai sognatori del SI, e forse ho sbagliato - è un mio limite - ma tutti quelli con cui ho parlato e che hanno votato no, mi hanno detto che l'hanno fatto per delusione circa la politica economica di Renzi, perché sono esasperati per la difficoltà a trovare lavoro, o per il problema dei migranti, o per la buona scuola, o per tutta una serie di motivi che nulla hanno a che fare con il merito del referendum. Alla domanda "Cosa non ti convinceva della riforma proposta?" la risposta era un imbarazzato cambio di argomento. A mio modesto parere Renzi ha pagato l'errore strategico di trasformare il referendum in un plebiscito sulla sua persona, l'eccessiva sicurezza sulla bontà delle proprie ragioni, che è stata scambiata per arroganza, la mancata percezione del grado di disperazione raggiunto da strati sempre più ampi della popolazione e la scarsa sensibilità verso gli umori della gente (vedi problema migranti), che con il voto hanno inteso mandargli un potente segnale di malessere. Non sono cose di poco conto, certamente, ma per contro va sottolineato come l'agglomerato del no (non chiamiamola accozzaglia se no si offendono) che spaziava dai neofascisti all'estrema sinistra, era unito solo dal desiderio di defenestrare l'odiatissimo toscano, ma nessuno di loro mi pare in grado di esprimere una proposta politica credibile ed alternativa all'attuale maggioranza (tranne voler credere ai proclami dei grillini, che ancora ci devono spiegare con chi vorrebbero allearsi per formare un governo, o alle velleità di Salvini). Smaniano per andare subito al voto con una legge sub judice e si rifiutano di elaborarne un'altra. Grande prova di maturità politica. Renzi non sarà il meglio che poteva esprimere l'Italia, ma nel prossimo futuro io vedo solo il ritorno al proporzionale per fottere Grillo e al consociativismo della prima Repubblica, e non vedo alcun segno di progresso democratico in questo. Mi sbaglio?
Cordialmente
Giuseppe G.



Sì, si sbaglia. Sbaglia, innanzitutto, nel dare della riforma costituzionale bocciata il 4 dicembre una descrizione infedele, in tutto simile a quella spacciata dai propagandisti del Sì. Se fra gli scopi della riforma c’era veramente quello di ridurre il numero dei parlamentari, perché non ridurre anche il numero dei deputati? In quale altro paese c’è un rapporto 1:80.000 tra eletto ed elettore? Se fra i suoi scopi c’era quello di ridurre i costi della politica, perché non limitarsi a dimezzare gli stipendi dei parlamentari? Di più: perché bocciare ogni iniziativa legislativa fin qui promossa in tal senso? Le risulta, poi, che la riforma contemplasse una riduzione degli stipendi dei consiglieri regionali? E le risulta che, cambiando nome alle province, chiamandole città metropolitane, venga ad essere ridotto il controllo delle segreterie dei partiti sulle amministrazioni locali? Pensa che a garantire la governabilità di un paese per 5 anni (ma perché poi non per 10, per 15 o per 20?) debba pensare la Costituzione? E allora perché non fare della legge elettorale un suo articolo? In quanto al «percorso legislativo più efficiente», scherza, vero? La riforma ne prevedeva una dozzina e l’art. 70, quello relativo alle pertinenze del nuovo Senato, implicava la necessità di un ricorso permanente alla Consulta per sanare i conflitti di attribuzione in materia. Ma, poi, perché su tutto questo avremmo dovuto decidere a pacchetto? E ancora, e prima, si arriva alla revisione di un terzo della Costituzione nel modo in cui ci si è arrivati? Senza alcun esplicito mandato popolare? Per impulso di un Presidente della Repubblica che accetta la rielezione solo se il Parlamento gli dà garanzia che la revisione sarà fatta? E a promuoverne l’iter, conducendolo poi come lo si è condotto, lei crede igienico sia l’esecutivo? Lei si definisce un «sognatore del Sì», ma la riforma non era un sogno: era un incubo. Dice che tutti quelli con cui ha parlato e che le hanno espresso l’intenzione di votare No le hanno detto che l’avrebbero fatto per tutta una serie di motivi che nulla avevano a che fare con il merito della riforma. E a chi vuole imputare questa impropria strumentalizzazione del referendum? Chi l’ha fatto diventare un voto sul governo? Chi lo ha insistentemente personalizzato cercando di trasformarlo in un plebiscito? Lei riconosce che questo sia stato un errore, ma pensa che Renzi l’abbia pagato. E come? Sul piatto aveva messo il ritiro della politica e invece si è limitato a dimettersi dalla Presidenza del Consiglio pilotando la crisi verso un governo fotocopia del suo e presieduto da un prestanome. Questo sarebbe il prezzo pagato per aver spaccato il paese al solo fine di tentare un rafforzamento delle sue posizioni? Mi fa venire il sospetto che abbia voglia di scherzare. Quando poi dice che in Renzi abbiamo scambiato per arroganza l’eccessiva sicurezza sulla bontà delle proprie ragioni, il sospetto è che voglia prendermi in giro. Avrà avuto modo di sentirlo nel faccia a faccia con Giovanni Minoli: egli stesso fa ammissione di essere arrogante (e impulsivo e cattivo), e in un modo molto compiaciuto che direi arroganza dell’arroganza. Lei prosegue la sua difesa della riforma oltre termine massimo concedendo che il tempo e le energie che il governo vi ha sprecato sopra e attorno sarebbero state meglio impiegate nel cogliere il grado di disperazione raggiunto da strati sempre più ampi della popolazione. E le sembra poco? No, non le sembra poco, ma cosa le sembra che bilanci tanta bestialità? Il fatto che chi ha votato No non sia in grado di esprimere una proposta politica credibile ed alternativa all’attuale maggioranza. E che c’entra? Sono diventate agglomerato, come benevolmente concede rinunciando a dire accozzaglia, perché contrarie alla riforma, non perché intenzionate a offrire un’alternativa di governo. Forse che all’indomani del referendum sul divorzio c’era da attendersi un governo guidato dai radicali? Credo che lei debba chiarirsi un po’ le idee sul significato che vuol dare al voto del 4 dicembre, perché mi pare patente la contraddizione tra affermare che fosse in questione una riforma costituzionale che chiunque poteva trovare buona, indipendentemente dalla sua appartenenza a questo o quel partito e dal sostegno a questo o quel governo, e poi pretendere che quanti l’hanno trovata cattiva adesso abbiano il dovere di presentarsi uniti alle prossime elezioni politiche. Lei trova che l’accozzaglia – pardon, l’agglomerato – mostri l’insana smania di andare subito al voto, probabilmente per incassare i dividendi della vittoria del No. A me pare che questa smania sia più di Renzi e dei suoi, convinti che il 40% di Sì andrebbe tutto al Pd, ma in entrambi i casi si tratta di impressioni, penso si possa trascurare la questione. Di certo c’è che la legge sub judice era quella che tutta l’Europa ci avrebbe copiato, tant’era giusta e buona e bella, e adesso fa paura innanzitutto a chi l’ha scritta perché favorirebbe il M5S. Direi che con la riforma costituzionale bocciata dal popolo e con quella della pubblica amministrazione bocciata dalla Consulta faccia un trittico che illustra a dovere l’asineria di chi le ha scritte. Renzi non sarà il meglio che poteva esprimere l’Italia, dice. Anche su questo non mi trova d’accordo: penso che al livello in cui era caduta non potesse esprimere altro, e che è difficile, ma non impossibile, possa anche far peggio. Sia chiaro che, nel caso, questi ultimi due anni e mezzo si riveleranno essere stati determinanti. 

lunedì 12 dicembre 2016

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Fosse morto, capirei la festa, ma Matteo Renzi è ancora vivo, ed è molto più pericoloso adesso che prima, perché la bestia del narcisismo dà il peggio di se stessa quandsi rintana ferita. Non c’è ragione di far festa, dunque, d’altronde si è solo evitato che scempiasse la Costituzione: continua a mantenere il controllo del partito, del parlamento e del governo, e in fondo cosa ha perso? Solo quel merdoso sorrisetto che ci ha propinato a reti unificate ventiquattr’ore al giorno, sette giorni su sette, per più di due anni e mezzo. E dovrebbe bastar questo per far festa? Dovremmo credere che abbia perso il controllo sull’informazione solo perché ora qualche editorialista non gli lecca più il culo come gliel’ha leccato fino alle 22,59 del 4 dicembre? Dovremmo credere che la sua cosca sia in rotta solo perché al momento sul web i suoi picciotti non scaricano più la lupara, come hanno fatto fino all’altrieri, su chiunque azzardi un critica al loro boss? Siamo seri, via, l’avete sentito a caldo? Gli è uscito un «non credevo che mi odiassero così» del quale, a leggerlo come si deve, dovreste aver paura. Al pagliaccio sta colando via il trucco, ora vedrete la sua vera faccia.

venerdì 9 dicembre 2016

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Ci sono matti che credono di essere Napoleone e matti che credono di essere Talleyrand. 

martedì 6 dicembre 2016

Ma non subito


Era training autogeno già alla vigilia, quando la paura di perdere cominciava a incrinare la convinzione, maturata poi chissà come, che il Sì avesse recuperato e fosse prossimo al sorpasso: si diceva che in caso di sconfitta, che comunque poteva essere solo di stretta misura, Matteo Renzi avrebbe avuto buon diritto di intestarsi quel 49, quel 48, quel 47 per cento, come espressione di una fiducia che gli era rinnovata da mezza Italia, o quasi, mentre l’altra metà gliela negava, certo, ma solo in forza dell’essere accozzaglia di tutto il resto, roba buona a fare opposizione, ma incapace di esprimere una credibile alternativa di governo.
Avesse vinto il Sì, nessun problema: era chiaro, con ciò, che Matteo Renzi avesse il consenso di più della metà del paese, che evidentemente aveva voluto confermargli la fiducia che gli era stata espressa col voto delle Europee del 2014. In entrambi i casi, le Politiche erano da considerarsi mera formalità. Diventava irrilevante stabilire quando indirle, altrettanto irrilevante stabilire con quale legge elettorale tenerle, si poteva lasciar decidere a lui delluna e dellaltra cosa, secondo come gli girava l’agenda.
Erano i suoi a dargli voce, li avrete sentiti. Sgusciando la fava dal baccello: «Di chi è la riforma costituzionale? Sua, no? Giocoforza, allora, il Sì alla riforma sarà un Sì anche a lui: la personalizzazione del referendum, dunque, è più che legittima. Anzi no, come non detto, personalizzarlo è un errore, non vi permettete di personalizzarlo. Mettendo da parte l’antipatia nei suoi confronti, infatti, considerando il merito della riforma, anche un elettore di Forza Italia o, perché no, del M5S, se intellettualmente onesto, può trovarla buona, e votare Sì. È chiaro, naturalmente, che poi andrà conteggiato come elettore che vuole resti a Palazzo Chigi. Diciamo che la personalizzazione continua ad essere legittima, ma solo per quanto può tornargliene di comodo».
È training autogeno anche adesso che la sconfitta si è rivelata assai più pesante e, tutto sommato, poteva esserlo anche se il No avesse vinto col 62, col 63, col 64 per cento, perché un uomo cui va il consenso del 38, del 37, ma anche soltanto del 36 per cento di un elettorato che ormai è tripolarizzato, può dirsi pienamente legittimato a proporsi come più la credibile offerta di leadership presente sul mercato. Solo lItalicum potrebbe mettersi di traverso, ma ci penserà la Consulta a rottamarlo, e sì che era un gioiellino, tutta lEuropa ce lavrebbe invidiato. Presto, allora, si voti.
Poi c’è che il Sì ha raccolto il 40 per cento e 40 è un numero portafortuna, perché è col 40 per cento che Matteo Renzi perse le Primarie contro Pierluigi Bersani nel 2012 ed è col 40 per cento che vinse le Europee del 2014: la fede cieca ci vede la fatale sinusoide, dopo un 40 per cento con cui si perde c’è un 40 per cento con cui si vince, e se ieri è col 40 per cento che si è perso, si vada subito al voto perché sarà di certo col 40 per cento che il Pd vincerà le Politiche.
È impossibile capire quanto ci sia di qabbalàh in questo modo di trarre indicazioni dal risultato del 4 dicembre, di certo trova un senso pienamente intellegibile solo nella malata logica che assegna a Matteo Renzi il ruolo di uomo indispensabile al paese, mentre in realtà lo è solo ai suoi cortigiani, che continuano a reggergli lo strascico anche adesso che dalla piazza s’è levata voce che il re è nudo. Sono loro ad aver drogato per anni la sua autostima fino a trasformarla in narcisismo paranoide, sono loro ad averlo portato alle vette di un delirio, a tratti lucido, ma sempre meno, dal quale ormai gli è consentito solo precipitare. Ma non subito. Mancano ancora le convulsioni, che di solito prendono tempo. 

lunedì 5 dicembre 2016

[...]

Sono note le ragioni che da qualche tempo rendono sempre meno attendibili i sondaggi relativi alle intenzioni di voto, fino a materializzare sempre più spesso il proverbiale granchio quando le opzioni si riducono a due. Cè innanzitutto il fatto che la cosiddetta morte delle ideologie e la conseguente crisi dei partiti a forte impronta identitaria hanno reso i corpi elettorali estremamente fluidi. Per ottenere risultati più affidabili, quindi, sarebbe necessario sondare campioni assai più ampi, ma questo comporterebbe tempi troppo lunghi e costi spesso insostenibili: politica e comunicazione corrono assai più in fretta di quanto abbiano mai fatto, e non hanno più le risorse di cui godevano in passato.
Ma accanto a questi fattori ve ne è un altro che non sembra affatto irrilevante, visto che sempre più spesso viene chiamato in causa per dar ragione di errori di previsione che talvolta arrivano ad essere tragicomicamente vistosi: sono sempre più numerosi, fra quanti sono contattati dagli istituti di rilevamento, coloro che rifiutano di esprimere la propria intenzione di voto o addirittura ne dichiarano una che non corrisponde a quella reale.
Su perché questo accada non cè unanimità di parere, ma sembra che sia preminente il timore di esprimere unintenzione di voto che si ritiene possa incorrere in un maggioritario giudizio di deprecazione: «Cè chi mente per vergogna», ha sintetizzato Oscar Mazzoleni, che insegna Scienze politiche allUniversità di Losanna, per spiegare perché negli Usa tutti i sondaggi dessero la vittoria a Hillary Clinton.

Pare pretendere qualche sostegno, allindomani del voto del 4 dicembre sulla riforma costituzionale, la tesi che «stavolta i sondaggi ci hanno azzeccato», minimizzando il fatto che, fino a quando ne è stata possibile la diffusione, ma anche dopo, quando pateticamente camuffati ne trapelavano comunque gli aggiornamenti, non abbiano mai assegnato al No un vantaggio maggiore di 7-8 punti, mentre il risultato gliene dà 20.
È uno scarto che ci consegna unItalia in cui almeno 2 o 3 milioni di persone avevano una qualche forma di imbarazzo nel dichiararsi a favore del No, e hanno mentito, dicendo che avrebbero votato Sì o schermendosi si dicevano ancora indecise. E io credo che a tanto possa quantizzarsi lItalia che ha creduto nella solidità culturale, primancora che politica, di una possibile età renziana, e che naturalmente ora non ci crede più.
Non è per sminuire l’importanza di un risultato che ha numerose altre implicazioni – ci tornerò sopra – ma la prima considerazione che ritengo utile è relativa proprio a questo dato: prima che la guida del governo, Renzi ha perso lo smalto dell’uomo che inaugura un’epoca.
Molto peggio che aver preso finalmente atto che c’è chi ti odia più di quanto tu credessi, è scoprire che un di più ti odiava, ma aveva qualche riserva nel fartelo sapere, e ora non più. 

sabato 3 dicembre 2016

Perché

Sono passati undici anni da quando gli italiani furono chiamati a esprimersi sulla legge 40/2004, ma per me è come fosse ieri, perché la gran parte delle mie odierne convinzioni relative a società, politica e diritto hanno fondamento nella lezione che ho tratto da quella tornata referendaria, e fu lezione durissima.
Si trattava di una legge non necessaria, ma si disse fosse indispensabile e urgente. Si trattava di una legge che in molti suoi punti mostrava chiaro profilo di incostituzionalità, ma il Parlamento lapprovò. Era chiaro, soprattutto, che si trattasse di una legge stupida e crudele, ma solo un italiano su quattro si scomodò a prenderne atto e a farlo presente con lo strumento di democrazia diretta che gli era stato offerto.
Nel dibattito tra le opposte fazioni in campo sarebbe stato opportuno discutere dei diritti della coppia e della libertà di ricerca scientifica, ma chi voleva che la legge non venisse toccata riuscì a spostare la discussione sulla dignità dellovocellula fecondata e, giacché il referendum era di tipo abrogativo, trovò buon esito nellobiettivo di far mancare il quorum con linvito allastensionismo. Diciamo che si trattò di una mirabile congiunzione astrale di ignoranza e arbitrio.
Tutto legittimo – legittimo che qualcuno scrivesse una legge del genere, legittimo che il Parlamento lapprovasse, legittimo che chi volesse difenderla si facesse forte del menefreghismo di chi non aveva alcun interesse a esprimere un parere su di essa, e forse neppure a formarsene uno – e tuttavia in contraddizione con lillegittimità della legge poi ripetutamente riscontrata al vaglio della sua costituzionalità e della sua aderenza agli impegni sottoscritti in sede europea: e come è mai possibile risolvere una tale contraddizione tra volontà del popolo, espressa prima per via indiretta (il voto parlamentare) e poi per via diretta (il voto referendario), e cogenza del diritto? Non ha sempre ragione, il popolo?
Evidentemente, no. Non quando delega il momento legislativo a chi scrive leggi di merda, non quando la sua strafottenza fotte i suoi stessi diritti. Per meglio dire: ha ragione anche allora, ma è ragione aleatoria, ragione cui è ben concesso lerrore in vista del riconoscerlo come tale a sue spese.
Basta conoscere la storia di un popolo per poter azzardare scommessa su quanta spesa sarà in grado di sostenere per dare legittimità a un suo errore. Ed è per questo che non mette conto farsi illusioni: una pessima riforma costituzionale come quella che gli italiani saranno chiamati a giudicare domani ha maggiori possibilità di trovare consenso che dissenso.